Corrado Pontalti[1]
Riassunto
L’articolo affronta il tema del rapporto tra i sistemi di cura e l’epoca postmoderna. Viene descritto l’intreccio tra sistemi invarianti, a lenta trasformazione quali i sistemi religiosi, i sistemi di cura, i sistemi di parentela e i sistemi sociali a rapida trasformazione.
L’attenzione viene posta sulla frattura tra sistemi di parentela e sistemi sociali con l’emersione di una nuova istituzione antropologica: la famiglia nucleare. Questa lacerazione genera tra le generazioni una importante densità nei legami affettivi. Tale intensità è fisiologica e non deve essere confusa con relazioni patologiche. Questi nuovi scenari obbligano a importanti modifiche nei paradigmi interpretativi dei fenomeni mentali personali e relazionali, con conseguenti modificazioni nella costruzione procedurale dei progetti terapeutici. Vengono riportate brevi esemplificazioni cliniche.
Parole chiave: epoca postmoderna, sistemi sociali e antropologici invarianti, sistemi di parentela e famiglia nucleare, fragilità della famiglia, nuovi compiti per le persone.
Summary
The article faces the theme of the relationship between the systems of care and the post-modern epoch. The interlacement is described among invariant systems, to slow transformation what the religious systems, the systems of care, the systems of relative and the social systems to rapids transformation.
The attention is set on the fracture between systems of relative and social systems with the emersione of a new anthropological institution: the nuclear family. This laceration produces among the generations an important density in the affective bonds. Such intensity is physiological and she must not be confused with pathological relationships. These new sceneries force to important changes in the interpretative paradigms of the personal mental phenomena and report them, with consequent modifications in the procedural construction of the therapeutic projects. Brief clinical exemplifications are brought.
Key words: post-modern epoch, invariant social and anthropological systems, systems of relative and nuclear family, brittleness of the family, new assignments for the people.
Il compito affidato dal coordinatore della sezione speciale di questo numero della rivista Plexus si può ben riassumere nell’interrogativo “quale clinica in epoca postmoderna?”. Tale interrogativo mi presentifica il titolo di un libro recente e molto esaustivo di Paolo Cianconi (2011) <Addio ai confini del mondo. Per orientarsi nel caos postmoderno>. Valuto che il costrutto caos sia assai intrigante, perché rimanda immediatamente alle radici mitologiche della cosmogonia greca. Caos (dal greco Χάος) è nella mitologia degli antichi greci la personificazione dello stato primordiale di vuoto magmatico, buio anteriore alla creazione del cosmo, da cui emersero gli dei e gli uomini. Ciò significherebbe che il caos è contemporaneamente terrifico ma sostanzialmente generativo. Il sentimento che fonda i codici immaginari ed espliciti della comunità glocale è quindi di smarrimento, angoscia, per certi versi di terrore di un collasso; collasso cosmogonico e collasso delle identità etniche e personali. Confrontarsi con la globalizzazione nel suo manifestarsi locale (glocalità) è un compito del tutto nuovo nella storia della specie sapiens: mancano saperi consolidati, mancano paradigmi interpretativi, mancano procedure decisionali e piani comportamentali adeguati e comunitariamente condivisi. Ovviamente questi temi sono stati affrontati nel corso degli ultimi vent’anni almeno, da filosofi, sociologi, antropologi, economisti, autorità religiose e altri ancora. Trovo interessante che siano molto più recenti le analisi in campo psicologico, psicopatologico e psicoterapeutico. Avrà pure un significato importante che i due libri di Massimo Recalcati <L’uomo senza inconscio> (2010) e <Cosa resta del padre?> (2011) siano diventati punto di emersione nel sociale mediatico di problematiche del mentale personale e culturale, che si stavano strutturando da tempo, più o meno nella inconsapevolezza dei clinici. Rimando al lavoro di Giovanni Stanghellini “Una società a orologeria”, in questo stesso numero, per una prospettiva fenomenologica puntuale sulle variazioni profonde degli stessi dispositivi psicopatologici, identitari e legislativi. Mi permetto, dal suo lavoro, una citazione che apre al mio argomentare: “In questa mutazione si cela un paradosso: da un lato, la nostra società, la nostra cultura, si sta organizzando attorno a modelli di identità “liquida” e “flessibile”; però, dall’altro lato, essa (o parte di essa) ancora stenta ad assimilare questi modelli di identità e –a torto o a ragione- continua a ritenerli patologici.”
La letteratura che analizza, ormai in maniera esaustiva, la fenomenologia dell’esistere personale e sociale nella postmodernità o (ancora più radicale) nell’ipermodernità, tende a porre una forte enfasi sui cambiamenti e sull’irriducibilità delle transizioni, lette come lacerazione e irruzione del <tutto nuovo>, lasciando nell’ombra gli operatori mentali e istituzionali di continuità ed invarianza. Non è ipotizzabile che una persona e/o una comunità reggano l’indeterminatezza del caos e dell’assenza di passato e di futuro, senza potersi ancorare a piattaforme implicite, quasi silenti, di continuità nei simboli e nelle trame di significazione. Nella mia immaginazione visualizzo tale realtà come scontro tra faglie tettoniche per cui nello stridore tra permanenza e indefinitezza si gioca la fatica del vivere psichico, il disagio nel collocarsi, la variegata patologia della contemporaneità. La specie sapiens ha sicuramente incontrato, nel suo andare per i millenni, innumerevoli topos critici analoghi. Gli ancoraggi stabili, in fondo gli ultimi a crollare, per lasciare il posto tuttavia a strutture analoghe anche se con epifenomenologie diverse, sono sempre stati: il sacro con le sue liturgie, i sistemi di cura quali presidio tra il codificabile ed il mistero terrifico, i sistemi di parentela. Si può ben affermare, anche se, in questa sede, con imprecisione di cui mi scuso, che tutte e tre le istituzioni stabilizzanti sono accomunate dal porre gli antenati (divini o umani) al punto alfa della catena significante. In altre parole gli antenati non possono mai scomparire. Se ci poniamo da questa prospettiva possiamo rilevare come il sacro, nelle forme più svariate, e i sistemi di cura dell’anima siano stabilmente dotati di caratteristiche mana. Si intende per mana la forza ultima che genera significazioni mitiche riguardo alle origini e al diritto di identità tramite appartenenze reciprocamente convalidate. Vi è una relazione biunivoca tra l’affermazione della Chiesa sui “beni non disponibili”, quindi proprietà del Dio della storia e il Credo che viene recitato da cinquecento anni durante la messa. E così per tutte le altre religioni. I sistemi di cura dell’anima meritano maggiore attenzione perché ci riguardano. Molti lettori non saranno d’accordo con la mia definizione di “cura dell’anima” invece che psicoterapia con le varie aggettivazioni correlate (psicoanalitica, sistemica, cognitiva, fenomenologica, etc.). E’ una scelta in questo testo, dovuta al fatto che le varie scuole di psicoterapia, con relativi paradigmi teorico-procedurali si propongono come assolutamente laiche e “scientifiche”. Valuto che siamo molto lontani da tale configurazione. Vi sono presupposizioni latenti ma solidamente invarianti che rimandano all’ordine del sacro e all’autoreferenzialità identificante e identitaria. “Di quale corrente sei? Freudiana? Junghiana? Sistemico – Relazionale (con trattino o senza trattino)? Cognitivista (di quale scuola, di quale fondatore?). Si è fenomelogi se si citano almeno quei cinque sei mostri sacri del pensiero filosofico e clinico. In altre parole per un orecchio allenato diviene possibile collocare un collega entro tribù specializzate nel breve ascolto del linguaggio e terminologie che usa. Lo scenario dei sistemi di cura è a configurazione tribale dove le identità sono esattamente etniche. Se tale è la struttura, si può comprendere come vi sia sempre uno sfasamento tra gli organizzatori psichici della comunità glocale e gli analizzatori dei paradigmi di cura. Le dinamiche della cultura postmoderna sono a veloce trasformazione e imprevedibilità, laddove i sistemi di cura si ancorano a trasformazioni molto più lente in quanto sono evoluzioni di sistemi comunitari tribali garantiti dagli antenati fondatori. Tale sfasatura ha vantaggi e pericoli. Il vantaggio è offrire luoghi di continuità per la mente umana in smarrita sofferenza; il pericolo consiste nell’interpretare eventi del mentale e schemi comportamentali come patologici in nome di saperi che si sono sconnessi dal senso storico di una cultura. Quindi i sistemi del Sacro e i sistemi di Cura dell’anima garantiscono il senso del tempo passato quale continuità significante con il presente, nell’andare delle generazioni co-esistenti sulla medesima scena storica. Gli studi sul transpersonale e sul transgenerazionale ci garantiscono del permanere di tale tramatura quale ancoraggio irrinunciabile (Lo Verso, Di Blasi, 20011). I sistemi di cui sopra, sono inadeguati, a volte pericolosamente inadeguati, nel prefigurare le scenografie future e a costruirne rotte possibili di navigazione. Ben si comprendono la riflessione di Giovanni Stanghellini sulla “Patologia dell’Istantaneità” e la riflessione di Luigi D’Elia (sempre in questo numero di Plexus) sulla “Evanescenza delle coppie contemporanee”.
L’excursus sopra argomentato è necessario per affrontare il sistema socio-antropologico maggiormente sottoposto a forze di torsione estreme in epoca postmoderna: il sistema di parentela.
In questa sede preferisco parlare di sistemi di parentela piuttosto che di famiglia perché il costrutto famiglia rimanda, nell’immaginario, alla configurazione Genitori – Figli, entro i ruoli più elementari, di coniugalità (maschio – femmina) e di genitorialità (padre e madre)[2]. Il sistema di parentela si pone oggi quale laboratorio delle radicali antinomie tra il Famigliare e il Sociale, in quanto la presenza di più generazioni propone confronti tra codici di senso che mantengono vivente, dialettica, spesso conflittuale l’esperienza del passato, l’esperienza del presente, l’esperienza del futuro. La tramatura affettiva, emotiva, comportamentale che sostiene l’unicità di un sistema di parentela si scontra, in epoca postmoderna, con la caotica istantaneità del Sociale e dei suoi dispositivi.
Questa riflessione è per me centrale e guiderà le pagine seguenti. Il costrutto che desidero argomentare è il seguente:
A partire dal secondo dopoguerra si è progressivamente allentato il patto culturale e istituzionale tra Famigliare e Sociale. Per millenni, e ancora oggi nella quasi totalità delle comunità umane, il sistema di parentela, con le sue norme, i suoi tabù, i suoi riti era a fondazione del patto sociale. La parentela trasmette i valori basici della comunità e garantisce, su mandato della comunità, la preparazione della generazione dei figli a diventare membri attivi, cioè efficienti, per la comunità. L’autorità entro il sistema di parentela non proviene dall’interno della parentela stessa ma dal sociale comunitario che la pretende e la garantisce. Progressivamente, all’inizio in maniera quasi impercettibile, in seguito con andamento <catastrofico>, il patto antico (la tradizione), strutturante tutta la convivenza, si è indebolito, è diventato evanescente, è collassato. Famigliare e Sociale sono posti in discontinuità, presidiano ambiti della dinamica umana radicalmente diversi, spesso sono in netta contrapposizione[3].
Non sono più i significanti della tradizione che regolano le matrici di senso ma le leggi positive che intervengono in maniera normativa entro il sistema di parentela. Troppo spesso si scotomizza il fatto che il legislatore viene ispirato in questa funzione di normatività sia dai sistemi religiosi che dai sistemi di cura[4]. Ho scritto <progressivamente> perché fenomeni di tale portata hanno comunque necessità di tempi lunghi per diventare struttura manifesta e pervasiva. Nel mondo occidentale lo scollamento tra l’essere Famiglia e l’emergere di forme molteplici, polimorfe, equivalenti ed equivaloriali delle ambientazioni sociali trova nella grande rivoluzione del ’68 la sua concretizzazione macrofenomenica. Per quello che ci riguarda ricordo ancora la forza euristica del libro di Alexander Mitschelirch (del 1972) “Verso una società senza padre” (dopo 39 anni leggiamo <Cosa resta del padre?>). In quegli anni, nella mia opinione, si è verificato un fenomeno di condensazione, una sorta di trucco linguistico e simbolopoietico: il grande movimento del ’68 intaccava a fondo, perché non più funzionale, il sistema di parentela tradizionale in quanto organizzatore del sociale. Il costrutto Lacaniano <il nome del Padre> parlava di questo piano simbolico. La trasformazione epocale che abbiamo vissuto, segnava la frattura irreversibile tra sistema di parentela e famiglia quale veniva emergendo. Uno scherzo dell’istantaneità ha trasdotto sulle relazioni parentali (che sono cosa diversa dai sistemi di parentela) le significazioni precedenti; la famiglia si è trovata così ad essere il luogo anomico dell’immaginario socio-antropologico. Non più garantita dalla consensualità comunitaria, la famiglia è diventata, strutturalmente, tutt’altro, pur mantenendo forme apparentemente invarianti. “Tutto sembra uguale, nella postmodernità, ma tutto è differente” scrive Paolo Cianconi. Anche la costruzione di questo errore ha percorsi lontani che diventano organizzatori interpretativi entro questa distorsione. Si può iniziare dalla madre schizofrenogena della Frieda From Reichmann (1948), passando per David Cooper “La morte della famiglia” (1971), per Ronald Laing “La politica della famiglia” (1968), Morton Schatzmann “La famiglia che uccide” (1980). E sarebbero possibili molte altre citazioni. Mi preme sottolineare come l’azione combinata di due vicende culturali sempre più esplicite (il distanziamento tra famigliare e sociale e la latentizzazione dei sistemi di parentela) fanno emergere in primo piano una nuova istituzione antropologica: la famiglia nucleare. Paradossalmente questa configurazione è una neoformazione sociale che non è più tutelata né dagli antenati né dal sociale. Occupa, ormai da oltre quarant’anni, il luogo del perturbante, sia per gli individui che per la comunità (Padiglione, Pontalti, 1995). La fondazione mitopoietica dei legami di parentela perde la sua connessione con l’impersonale simbolico, e la genesi della vita mentale viene fatta coincidere con la vita biologica. Così i generatori della vita (padre e madre) divengono i depositari del potere sulle vicende del mentale della generazione dei figli. La madre, elettivamente, non è la matrice Madre che trasmette generatività nelle generazioni e nelle comunità, ma è pensata (e su di lei si agisce) quale depositaria del bene e del male. Tutti i saperi (?) paradigmatici vanno a collocare nelle vicissitudini precoci del rapporto madre – figlio la genesi storica ed etiologica dell’esistere successivo nell’andare della vita (modello epigenetico dello sviluppo). Con estrema fatica e molteplici resistenze si accetta, oggi, che il padre abbia una inserzione, altrettanto precoce, nella fenomenologia originaria. Il passaggio da Madre a madre, da Padre a padre è l’organizzatore radicale strutturante la concezione che il sociale ha su questa neoformazione, percepita, inevitabilmente come inafferrabile, e, in quanto tale, idealizzata sia nelle aspettative che nelle criticità.
Tali mutazioni hanno trasformato tutte le matrici psichiche interne al campo familiare e tutte le dinamiche relazionali e generazionali. Vi è un libro del 2003, che ritengo fondamentale: “Il bambino sovrano. Un nuovo capo in famiglia?” di Daniel Marcelli, nel quale vengono argomentate, con lucido rigore, le trasformazioni interne alle dinamiche familiari delle quali mi sono occupato nelle pagine precedenti. L’assunto centrale è il seguente (in una mia sintesi della quale mi assumo la responsabilità):
la famiglia, quale oggi viene concepita, è una istituzione antropologicamente fragile perché non è protetta né dalla coerenza con il passato né dalla contiguità isomorfa con il sociale. Inoltre è totalmente impredicabile il suo mandato ultimo, vale a dire <per quale società educo, cioè formo, plasmo mio figlio>. E’ errore gravissimo confondere la fragilità di una istituzione antropologica con la fragilità personale degli abitanti della istituzione stessa. Non sono fragili i genitori; la trama di parentela è confrontata con compiti imprevisti, sia dell’essere coniugi, che genitori, che figli, esperienza questa del tutto nuova e non interpretata dalla tradizione né da soluzioni proposte dalle altre istituzioni comunitarie.
Nel titolo è adombrata la criticità. La cultura attuale pone il figlio nel luogo del massimo potere, in quanto cultura, etiche, leggi identificano nel figlio, e nel suo benessere psicologico, l’indicatore assoluto dell’efficienza della famiglia stessa e della competenza della genitorialità. La sofferenza di un figlio, data dalla faticosità del vivere, non è accettabile né dai genitori (nemmeno dei nonni, pur vissuti in altre epoche), né dal sociale nelle sue varie articolazioni istituenti (scuola, comunità amicali, tribunali, mass media, etc.). La genitorialità è quindi in una morsa implacabile: bisognerebbe coniugare serenità e autorevolezza. Il che è facile a dirsi e a propagandarsi (soprattutto dagli operatori psi) ma nessuno può sapere a-priori come tale affermazione si incarni operativamente nelle singole situazioni.
Dal punto di vista teorico lo psicoterapeuta è a sua volta collocato in una antinomia paralizzante, rispetto all’efficacia dell’intervento. Da un lato è attraversato da una convinzione, ormai sedimentata e collettivamente condivisa, che malesseri e psicopatologie siano da riportare a disfunzioni della genitorialità sia nella famiglia attuale che nelle famiglie di origine. Ciò identifica le varie fenomenologie come etiologicamente riconoscibili all’interno delle vicissitudini dei legami parentali. Dall’altro lato siamo consapevoli delle caratteristiche confusive del sociale attraversato dalle trasformazioni valoriali della postmodernità. I nostri saperi sono ben lontani da nuove sintesi, che siano insieme teoresi e procedure, per cui ripetiamo modalità del comprendere e del gestire che si riferiscono a figurazioni “scientifiche” del passato, all’oggi pericolosamente inefficaci. Dovremmo fare i conti con quella configurazione mitica dei sistemi di cura dell’anima che ho illustrato nelle pagine precedenti, e sono conti faticosi che tolgono certezze consolidate, che sfidano la nostra fatica a reperire bussole per universi ancora sconosciuti. Quindi, la famiglia, che incorpora nella tramatura implicita del mentale, codici di significazione dei sistemi di parentela e le istituzioni curanti, che incorporano paradigmi dei sistemi di cura dell’anima tipici del passato, si fronteggiano con imbarazzo e fatica, spesso attestandosi sul confine di contrapposizioni imparlabili tra codici di simbolizzazione idiosincrasici sub specie tribale.
E’ ben studiato, soprattutto dagli psicosociologi della Famiglia[5], che la trasformazione epocale ultima delle matrici familiari tra le generazioni, consiste in una importante densità dei legami affettivi e dei supporti affettivi reciproci, a scapito della costruzione di competenze performative nel vivere pratico dell’<azienda famiglia> che resta tutto a carico delle generazioni precedenti (Pontalti,2007). Questa configurazione è un portato storico, come mi sono sforzato di argomentare, e non una patologia di simbiosi, di invischiamento quale abitualmente siamo portati a diagnosticare. Ciò significa che i percorsi dell’autonomizzazione e del sentimento di identità competente rispetto ai compiti della propria fase di vita, seguono processi radicalmente diversi, non suscettibili di interpretazioni patologizzanti. Affermare oggi che un genitore, una madre, sono simbiotici, manipolativi, in nome delle relazioni strette e dense che hanno con i figli, è un non senso, per di più portatore subdolo di colpa. Vi sono sicuramente situazioni con tali caratteristiche, ma sono una piccola coda della distribuzione statistica normale.
Due brevi esemplificazioni della forza automatica e non consapevole di questa confusione tra fragilità del Famigliare e fragilità patologica delle persone; esempi recentissimi e, purtroppo, due dei tanti che rilevo nel mio compito di supervisore.
Giovane allieva. Incontra un giovane ritirato dalla vita a 22 anni. Incontra la madre, chiede il suo pensiero sulla situazione del figlio. Poi, di seguito, non consapevole della complessità del compito cognitivo e affettivo, incomincia a chiedere ricordi sulla crescita del figlio dai primi anni in poi. La madre fa fatica a ritrovare la traccia dei ricordi. Conclusione: se la madre non ricorda, significa che il paziente era un bambino non visto da una madre distratta e disinteressata. Il tutto in un’ora.
Giovane allieva che ha in terapia un adolescente con evolutività faticosa. Lavora in un centro dedicato e viene fondato un gruppo di psicodramma lacaniano dove il ragazzo si inserisce. Fatica ad entrare nella nuova esperienza e la collega si impegna per rendere possibile il transito, parlando, con molta fatica, con le conduttrici del gruppo. Loro interpretazione della fatica di inserimento: è chiaro che il ragazzo è il Fallo della madre (per altro madre con cui nessuno ha parlato) e quindi è impedito inconsciamente da questo suo destino, determinato dalla patologia della madre.
La densità degli affetti (sia positivi che negativi) è contemporaneamente il mandato che il sociale dà alle famiglie, come ho argomentato in numerosi scritti a partire dal 1993, e la difesa che la famiglia mette in campo per sopravvivere all’anomia in cui si trova nell’epoca postmoderna.
La risultante di queste due evenienze è precisa: la famiglia è intenzionata ad una condivisione attiva ai progetti di cura di un proprio membro, molto più, e in modo molto diverso, che in passato. È questa una risorsa enorme, anche se è letta come ostacolo da trattare tramite un allontanamento sullo sfondo del progetto. Nella misura in cui i familiari si propongono come attori dello scenario terapeutico vengono connotati come interferenza e come attacco alla terapia. Al contrario il loro coinvolgimento, quali persone competenti sulla propria storia e sul proprio familiare, è oggi un momento essenziale nella costruzione di una alleanza che, proprio per le caratteristiche storiche enunciate, non può più essere pensata solo come alleanza personale tra terapeuta e paziente, ma come alleanza, in continua condivisione e co-evoluzione, tra terapeuta, paziente e familiari significativi (Pontalti, 2010, 2011).
Esemplifico il concetto di co-evoluzione e di alleanza con due scenette cliniche.
Ragazza di vent’anni con arresto negli studi. Stabilisce un buon rapporto con il terapeuta e mette a fuoco il suo grande dolore: un desiderio enorme di dialogo con il padre, descritto come chiuso in se stesso, impermeabile all’ascolto e alla parola. E’ sempre stato così e non c’è speranza. Il terapeuta, in supervisione, è abitato dalla lettura e dalle convinzioni della sua paziente. Suggerimento: ma se tu telefonassi al padre? Non verrebbe mai! Provaci prima di esserne così sicuro. Il collega telefona, il padre annulla molti impegni e viene subito. Esprime lo stesso dolore della figlia, parla del suo blocco come legato al senso di una colpa non perdonabile (non averla voluta, anche se poi l’ha amata). Valuta che la figlia abbia un rancore insormontabile per questa verità ultima. Terapeuta e padre concordano che provi a parlare con schiettezza di tale situazione e del suo intimo sentimento pietrificato. Si vedrà cosa succede. Il risultato è che oggi padre e figlia si sono chiariti e stanno costruendo quella condivisione sempre desiderata e mai sperata. Ripeto, un incontro! Ce ne saranno altri, con altri obiettivi, ce ne saranno altri, in terapia tra padre e figlia, tra madre e figlia, tra tutti e tre; ogni tanto, entro l’andare settimanale delle sedute individuali. Ma è diventata un’altra terapia e un’altra storia di vita in quella famiglia.
Ragazza di 18 anni, con importanti esperienze mentali e comportamentali di tipo borderline. Le sedute sono imprevedibili, continui annullamenti, quasi inafferrabilità di un rapporto terapeutico significativo. Il terapeuta, persona esperta, non si scoraggia. Incontra spesso i genitori nel tentativo di salvaguardare, per tutti, l’esistere della terapia. Il padre è violento, squalificante verso la figlia, fortemente arroccato nell’impossibilità di dare spessore al suo esistere mentale con se stesso, e soprattutto nei riguardi della figlia. La paziente salta molte sedute, ma telefona spesso quando si trova in stati d’animo angoscianti o in esperienze incomprensibili. In una telefonata racconta, per la prima volta, l’orrore di alcune sue notti: si sveglia in un buio pieno di voci, di presenze inquietanti, il suo cane ringhia contro di lei, ringhia al muro per entità pericolose. Si riaddormenta e si sveglia senza paura. Il collega aveva già fissato un incontro con i genitori e racconta subito queste esperienze della paziente. I genitori cascano dalle nuvole, non ne sapevano niente e non immaginavano. Ma succede una sequenza strabiliante per il terapeuta. Il padre dice che capisce benissimo perché anche lui ha avuto, da adolescente, esperienze analoghe. Arriva a Roma da un paese di montagna all’età di 15 anni. La metropoli gli appare come una giungla pericolosa e invivibile, sentimenti forti di minacciosità, dispercezioni. Suo padre era incurante e lo mandava a pedate fuori casa (terapia prevista dai sistemi di parentela). Il pomeriggio prima dell’esame di maturità, vive esperienze “psicotiche” intense fino a sentire voci che gli imponevano di buttarsi dalla finestra come unica soluzione. Resiste, nulla più accade e arriva a sessant’anni dimentico completamento di quegli anni così terribili. L’esperienze psichiche della figlia, riportate dal terapeuta, riattivano un mondo apparentemente sepolto ma evidentemente a fior di pelle. Allontanare la figlia, iscriverla in un comportamento da raddrizzare (come aveva fatto suo padre) era il suo bastione contro l’imponderabile misteriosità di quei fenomeni antichi. La terapia è pur sempre la terapia con una giovane adulta borderline ma intanto la relazione padre – figlia è significativamente cambiata; tanti fenomeni diventano reciprocamente intelligibili; forse la speranza ha nuovo diritto di esistere in tutti i contraenti dell’alleanza terapeutica.
Questa storia esemplifica lo scontro, da me chiamato tettonico, tra i dispositivi dei sistemi di parentela a forte permanenza nella matrice familiare e la indefinitezza, altrettanto forte, del sociale postmoderno. Forse l’aumento preoccupante di identità borderline ha a che fare con queste criticità.
Posso concludere con le seguenti brevi riflessioni. I sistemi di cura dell’anima sono attraversati dalla medesima forza caotica che rende il sociale disomogeneo e contraddittorio. Vi sono innumerevoli modalità di esistere al mondo che vengono lette come accettabili nella comunità, che non generano né colpa né vergogna, possono tranquillamente coesistere. Vi sono innumerevoli modalità di esistere dei sistemi di cura e possono tutte coesistere. In un corso recente di psicopatologia fenomenologica, interessantissimo, il pomeriggio è stato tutto dedicato, a partire da un caso clinico, alla struttura della schizoidia, quale dimensione ontologica personale, senza accenno minimo all’impatto del tutto sui familiari. In un altro congresso viene presentata la figurazione dei giovani giapponesi Hikikomori (automuratisi vivi nella loro stanza), la generazione né .. né con cui ci stiamo confrontando. Anche lì nessun pensiero su compiti terapeutici possibili del Famigliare. Ma l’aspetto interessante è che la discussant era una importante psicoanalista didatta della SPI. Suo commento: la prima terapia, all’esordio, sarebbe stato di convincere i genitori a buttarli fuori dalla stanza a pedate, lasciandoli senza cibo, senza pulizia, senza corrente elettrica per il computer (stesso codice del nonno della ragazza borderline!). Poi pensiamo ad una psicoterapia! Bellissimo intervento e da me totalmente condivisibile. Ma allora come si spiega che in ambiente psicoanalitico viene vietato di incontrare i genitori o i coniugi dei pazienti? In realtà non è una buona epoca per il nostro mestiere, a meno che non riusciamo ad aiutarci nel diminuire fortemente l’arroccamento paradigmatico, linguistico, procedurale. Le giovani generazioni di professionisti psi sono “costruite” dal postmoderno, quindi sono molto più attrezzate di noi verso questi nuovi compiti. Abbiamo saperi a loro indispensabili, ma la configurazione che questi saperi realizzeranno operativamente, è nelle loro mani e nelle loro corde. Per questo mi piace tanto il titolo di un libro, scritto da un giovane collega, Nicolò Terminio: “La generatività del desiderio” (2011). Eravamo partiti dalla generatività mitologica del Caos primordiale e possiamo ben ritrovarci in questo nuovo compito entusiasmante, cioè generare nuovi saperi e nuovi percorsi di cura per il sociale e tra le nostre generazioni professionali, per essere di utilità al compito dell’esistere nella postmodernità.
Bibliografia
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[1] Psichiatra, gruppoanalista. Past President della C.O.I.R.A.G. e del Laboratorio di Gruppoanalisi. Professore di Psicoterapia a.r., Università Cattolica del S.Cuore, Roma
[2] Un semplice indicatore di questa mia affermazione si evince dai dispositivi di legge. Con molta fatica si è emanata la legge sull’affido condiviso dei figli (2006) ma nessuna norma tutela il rapporto dei nonni con i nipoti in costanza di separazione e divorzio. Per il legislatore il sistema di parentela, assolutamente presente e operante, non esiste!
[3] L’esempio più preoccupante di contrapposizione si rileva nel conflitto, ormai cronico ed ubiquitario tra famiglia e scuola, fin dall’asilo e via via fino all’università.
[4] Negare per legge filiazione a coppie omosessuali viene giustificato da un lato sui precetti religiosi, dall’altro dai pareri scientifici della comunità <psi>. E cos’ prima per il divorzio, l’adozione monoparentale e così via.
[5] Mi riferisco precipuamente, per conoscenza diretta e collaborazione scientifica, al lavoro e alle pubblicazioni del Centro Studi e Ricerche sulla Famiglia, diretto da Eugenia Scabini con Vittorio Cigoli, dell’Università Cattolica di Milano. In bibliografia citerò alcuni lavori cardine.
