Il lavoro clinico nel gruppi non terapeutici
Fiorella Pezzoli
La parte monografica di questo numero è dedicata al lavoro clinico nei gruppi non terapeutici in senso stretto cioè a quei gruppi che impiegano le valenze trasformative del gruppo per finalità e con set(ting) studiati di volta in volta tenendo conto delle esigenze in campo e che non rientrano in senso stretto nei gruppi psicoterapeutici.
Si apre qui la questione della distinzione tra gruppi terapeutici e non terapeutici. Ormai le evidenze cliniche dimostrano che non sia possibile una distinzione netta tra le due tipologie in quanto le valenze evolutive gruppali sono presenti sia che il gruppo abbia finalità psicoterapeutiche sia che non le abbia.
Allora perché utilizzare una distinzione che sembra non aver ragione d’essere? Direi per una sorta di convenzione che risente del fatto che i gruppi psicoterapeutici hanno assunto, sia a livello teorico sia a livello di prassi consolidata, una loro identità che ha, in qualche modo, coperto ed offuscato la lezione di Foulkes facendoci dimenticare i gruppi socioterapici che, come diceva Franco Fasolo, “sarebbero lo specifico della gruppoanalisi” (F. Fasolo 2007)
Questa raccolta di esperienze va proprio nella direzione di una loro riscoperta.
In effetti, già in tempi molto antichi erano state individuate le caratteristiche terapeutiche in senso lato del gruppo: basti pensare alle guarigioni al Tempio di Epidauro, ai riti bacchici, alle rappresentazioni sacre medioevali.
La grande partecipazione emotiva che si sviluppa tra persone è l’elemento che accomuna le esperienze di gruppo del passato e quelle odierne, mentre l’elemento differenziante è dato dallo scopo per cui il gruppo si costituisce, unito all’importanza che è andata acquisendo la costruzione del quadro di riferimento materiale (set) e culturale (setting) entro cui possono attivarsi determinati processi.
In linea di massima la definizione di scopo vede delinearsi tre filoni entro cui i gruppi non terapeutici in senso stretto trovano collocazione:
- quello della prevenzione del disagio psichico e del potenziamento del benessere psicologico;
- quello del sostegno psicologico quando si presentano difficoltà o impasses;
- quello della formazione.
Storicamente gli studi sui gruppi si sono sviluppati in due direzioni:
- quello psicoterapeutico, in cui rientrano i primi due filoni anche se con i distinguo di cui sopra;
- quello formativo e di addestramento in cui rientra il terzo.
Per un certo periodo i due filoni hanno progredito in modo autonomo, poi si sono verificati influenzamenti reciproci.
Non è questa la sede per ripercorrere le tappe di questi influenzamenti che si sono accavallati ed interconnessi offrendo ricche evoluzioni, ma solo ricordarlo perché gli sviluppi attuali sono il frutto di questi, spesso proficui, contagi.
Proprio di contaminazioni proficue si parla nel lavoro di Paola Marinelli che, ripercorrendo il suo iter professionale, ha sapientemente raccontato su quali basi è stata possibile la coniugazione degli aspetti pedagogici con quelli gruppoanalitici della sua formazione evidenziando come sia proprio la funzione psicoterapeutica della mente, ed in particolare quella che si sviluppa nell’esperienza gruppale, a favorire la crescita del soggetto, permettendogli l’integrazione della molteplicità e complessità delle differenze. Tale crescita, in età scolare, è di particolare importanza nella prevenzione di futuri sviluppi psicopatologici.
Il tema dell’accettazione e valorizzazione dell’alterità viene affrontato anche dal lavoro si Raffaella Iafrate, Anna Bertoni e Rosa Rosnati. Tre colleghe che ormai da anni si occupano di promozione e arricchimento dei legami famigliari. Viene qui messo in rilevo come l’obiettivo dei percorsi da loro proposti non è la trasmissione di prassi educative o di cognizioni pedagogiche ma la valorizzazione e il rafforzamento delle risorse della coppia coniugale e/o genitoriale. Risorse che, in un confronto reso possibile e facilitato da un dispositivo adatto, vengono alla luce proprio grazie alle caratteristiche dell’approccio gruppale.
D’altronde, come disse Franco Fasolo: “non l’individuo fa il gruppo, ma il gruppo fa gli individui, che si individuano nel loro trascorrere di gruppo in gruppo, da una generazione alla successiva, e nel corso di ciascuna biografia personale. Il processo di ominazione coincide dunque con il processo di gruppazione e, per riassumere in due righe Dalal, l’individuo è il più piccolo sottogruppo che ci sia di volta in volta in un individuo” (F. Fasolo 2007).
L’aver ormai chiaro che dal gruppo non si può prescindere in quanto si nasce in un gruppo e si cresce attraverso e attraversando gruppi, non rimane che cercare di mettere a frutto tutto quanto abbiamo scoperto su di esso e per suo tramite, sia per effettuare un’azione di prevenzione del disagio mentale (come abbiamo appena visto), sia per sostenere azioni di re-inserimento lavorativo e sociale in tutti quei casi in cui questo possa risultare necessario (come vedremo nei due lavori successivi).
Roberta Campo e Laura Pavia ci presentano una loro esperienza di lavoro con tossicodipendenti in carcere in cui viene utilizzato il gruppo attraverso un intervento a termine focalizzato sulla motivazione al cambiamento. Molto interessante mi sembra essere l’individuazione della collocazione dell’intervento focale all’interno di un processo più ampio. Le colleghe infatti riescono a cogliere l’elemento più critico nel processo di cambiamento – la motivazione – e ne fanno oggetto specifico del loro intervento collocandosi in modo realistico e trasformativo all’interno di una istituzione così difficile e complessa come il carcere. Altrettanto importante mi è sembrata l’esemplificazione del processo di ricerca e scoperta progressiva, certamente finalizzato alla comprensione del funzionamento mentale dei detenuti che hanno partecipato al gruppo, ma che può aprire spiragli di conoscenza sui processi mentali presenti in situazioni analoghe.
Rosario Tomasetta, insieme al gruppo di lavoro del CISA (Consorzio Intercomunale Socio Assistenziale) della provincia di Torino, ci parla di un progetto di inserimento lavorativo per adulti disagiati attraverso l’impiego del gruppo a più livelli: il gruppo di utenti co-condotto, il gruppo dello staff di progetto e il gruppo-istituzione nel suo complesso. Viene delineato nelle sue parti essenziali l’impianto dell’intervento mettendo in rilievo gli elementi di costante “insaturità” presenti nei vari livelli. Insaturità che permette un continuo ri-calibrarsi del progetto nelle sue varie parti man mano che le modificazioni si rendono necessarie.
La cosa che mi sembra emergere con più forza in tutti i contributi di questa parte monografica è l’elemento dinamico che trova nuova linfa nell’approccio gruppoanalitico e rende più distante il rischio di cristallizzazioni. Valorizzando infatti l’aspetto multipersonale e transpersonale dei processi mentali, la prassi gruppoanalitica apre costantemente nuove finestre sui processi stessi e rende pressante l’esigenza della costante ricerca interconnessa all’esperienza clinica.
Questo è infatti uno dei temi del contributo di Di Falco e Di Blasi e riguarda la loro esperienza di supervisione di gruppo in contesti istituzionali. In esso viene messo in rilievo la stretta interrelazione tra la supervisione clinica di gruppo, il miglioramento degli esiti dei trattamenti e la crescente necessità di una loro valutazione, la soddisfazione lavorativa, l’aumento del legame emotivo tra operatori, la riduzione del burnout e, in definitiva, una riduzione dei costi economici per l’istituzione.
L’osservazione e la valorizzazione oculata dei processi di gruppo apre nuove ed inedite prospettive anche nell’ambito della formazione.
Sia pur con modulazioni diverse in quanto ad intensità e passione, i lavori di Corrado Pontalti e poi quello di Luigi D’Elia e Fabia Orlandi affrontano la necessità di passare dal modello verticale di trasmissione del sapere ad uno orizzontale in cui la partecipazione, la condivisione, lo scambio di competenze diventino elementi che conducono alla creazione di una identità professionale che affondi le sue radici sull’etica della responsabilità reciproca tra i soggetti della formazione, siano essi docenti o allievi.
Questo passaggio, già sperimentato dagli autori e fortemente auspicabile su scala più ampia, se applicato andrebbe a modificare gli aspetti più critici dell’impianto formativo del mondo psi a partire dalle università che hanno prodotto percorsi completamente sbilanciati sulla teoria e del tutto sganciati dall’esperienza clinica che è collocata addirittura dopo la laurea (tirocini post lauream).
Una ricomposizione dei due elementi non avviene, nella maggior parte dei casi, nemmeno durante la specializzazione in psicoterapia in cui gli ambiti teorici e clinici sono collocati in luoghi diversi: da un lato le lezioni e dall’altro il tutoring, “spesso non organico agli indirizzi della scuola e, ancora una volta, esterno, lontano dalla teoria.(L. Angelini, D. Bertani, 2010).
Su questo punto mi sembra molto importante la posizione di Pontalti che sottolinea l’importanza che il professionista anziano, che aiuta e supervede il lavoro del giovane collega, abbia curato, con buoni risultati, diverse persone con le difficoltà specifiche del caso in supervisione, uscendo così da una generica competenza sul mentale e vincolandola invece ad una specifica ed approfondita perizia acquisita nel tempo sul campo.
Per concludere direi che l’impiego del gruppo, pensato con un set(ting) rigoroso e calibrato per ciascuna circostanza, in tanti settori del Sociale combatte, come dicono D’Elia e Orlandi, “gli agenti dissipativi della condizione umana, in primis la frammentazione dei legami sociali ad opera delle attuali tendenze della nostra dolente civiltà postmoderna” e ri-costruisce Comunità.
Buona lettura!
Bibliografia
Franco Fasolo – Foulkes, la comunità, la cura – relazione al Congresso Nazionale del Laboratorio di Gruppoanalisi – Acitrezza, 2 novembre 2007 Ed. a cura della Sede di Catania del Laboratorio di Gruppoanalisi
Leonardo Angelini, Deliana Bertani – Fantasmi formativi sulla scena della psicoterapia in Fabrizio Rizzi (a cura di) – Inter-Nos – Editrice Clinamen 2010