Giacomo Di Marco
Scarica: Storicismo e Istituzioni tra presentismo e lavoro di rete in psichiatria: alcune questioni
La caratteristica principale del quadro socioculturale contemporaneo è una contraddittoria slegatura del legame sociale. Da una parte assistiamo ad una costante ricerca di affrancamento dalle varie forme di eteronomia e a una affermazione dell’individuale, dall’altra a una valorizzazione della dimensione orizzontale, con un’enfasi sul concetto di complessità e rete, ma sempre con una diffidenza generalizzata verso l’esistenza di vincoli e regole generali.
Nel leggere il quadro socioculturale contemporaneo, è utile, a mio parere fare riferimento, non solo alle ricerche sociologiche ma anche a quelle della moderna storiografia, attenta non tanto al racconto storico di ampio respiro, alla storia come successione di fatti, alla macrostoria, ma alla microstoria, al nuovo storicismo che amplia il campo degli oggetti di studio, estendendolo a tutte le attività umane e pratiche discorsive.
La storia così intesa può rappresentare una disciplina guida delle scienze umane, grazie alla rigorosità del metodo, attento a comprendere le cause concrete dei fenomeni, attraverso analisi di fatti, anche particolari ma documentabili, capace di fornire risposte, certamente non assolute e definitive. Anche se le risposte sono relativamente provvisorie il loro valore è grande perché aprono e promuovono nuovi orizzonti di attesa e di senso e non semplici definizioni.
In tal senso ho trovato molto utile la nozione di regime di storicità elaborata da Francois Hartog, ripresa da Mario Perniola nel suo Miracoli e traumi della comunicazione, (2009) che afferma che ogni epoca impone un criterio che condiziona fortemente valori e pratiche, criterio che si fonda sulla modalità di intendere il rapporto tra passato,presente e futuro, modalità che non è pensata e vissuta allo stesso modo da tutte le società, e talora anche in una stessa società.
In Occidente ad esempio nel giro di tre secoli si sono delineati diversi regimi di storicità: fino al 1789, il regime di storicità egemonico era passatista, l’intellegibilità del presente e del futuro dipendeva dalla conoscenza approfondita del passato, successivamente sino agli anni 60 del Novecento ha prevalso un regime di storicità futurista, nel senso che l’intellegibilità del passato e del presente dipendevano dall’avvenire, il quale si presuppone sempre migliore di ciò che lo ha preceduto, perché questa è la legge dell’evoluzione storica; mentre a partire dagli anni 60 il regime di storicità è caratterizzato dall’egemonia del presente sul passato e sul futuro, il presentismo, in cui l’immediatezza e la simultaneità intese in una dimensione globale acquistano un ruolo preponderante, anche a causa dell’economia mediatica.
Dalla seconda metà del novecento abbiamo assistito, infatti, al venir meno della tendenza tardo illuministica di ricercare i principi razionali e unitari per leggere il progresso o il regresso nelle vicende personali, familiari, istituzionali, economiche, politiche, sociali e culturali e contemporaneamente al venir meno della fiducia nell’azione capace di intervenire in modo efficace sullo svolgersi degli eventi.
Eventi come il maggio 1968, la rivoluzione iraniana del 1979, la caduta del muro di Berlino del 1989, l’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre 2001 a New York, sono esempi portati da Mario Perniola (2009) a dimostrazione di un cambiato regime di storicità: in quello attuale non esistono più ragioni ideologiche o utopistiche, ma vige l’affermarsi di fenomeni che appaiono inspiegabili secondo le tradizionali categorie esplicative, fenomeni che hanno il carattere, e vengono vissuti, prevalentemente come miracoli o traumi; pertanto permangono inaccessibili a una spiegazione razionale e a una narrazione coerente, ed esemplificano il passaggio all’età della comunicazione in cui appunto la comunicazione ha soppiantato l’azione.
Il regime storico contemporaneo si caratterizza come età della comunicazione, della de-regolamentazione, della provocazione e della valutazione.
Riassumendo il pensiero di Perniola: nell’età della comunicazione si tende a screditare le conoscenze, riducendole a mera opinione: avvalorando il principio che una opinione vale quanto un’altra, la comunicazione annulla completamente la competenza e l’autorevolezza di chi è depositario di un sapere; l’unico modo di richiamare l’attenzione è perciò quello di presentare il prodotto che si vuole vendere come qualcosa di controverso: il dialogo diventa ideologia della propaganda, e il confronto che essa mette in scena è uno pseudodialogo, funzionale alla risonanza mediatica, in cui si contrappongono non un sapere con un altro sapere, ma molto più spesso un sapere con una ignoranza. Nell’età della comunicazione assistiamo pertanto alla scomparsa dell’autorevolezza dell’autore, epoca in cui tutti scrivono, ma nessuno legge, tutti parlano e nessuno ascolta.
La deregolamentazione è l’altro aspetto del regime di storicità contemporaneo che ha prodotto la de-costruzione dell’organizzazione del lavoro, creando quello che Luc Boltanski e Eve Chiapello hanno definito terzo spirito del capitalismo: se il primo era concentrato sulla figura borghese dell’imprenditore, e il secondo poneva l’accento sulla organizzazione come aspetto fondamentale della grande impresa centralizzata e burocratica, in cui sono recepiti però i bisogni di giustizia e di sicurezza, (vedi il ruolo forte del sindacalismo), il terzo è quello attuale in cui diventa prevalente la richiesta di autonomia individuale, la negazione dei vincoli e limiti, l’apologia della spontaneità e il rifiuto di ogni mediazione; il capitalismo non si limita ad accogliere queste istanze estetiche, e a dar loro soddisfazione, ma interviene a decostruire il mondo del lavoro e delle categorie socioculturali, ad esempio, la ripresa del controllo delle aziende avviene non attraverso un aumento del potere della gerarchia, ma al contrario mediante lo sviluppo dell’auto controllo e la creazione di team nei quali i lavoratori si sorvegliano a vicenda.
Il paradigma su cui si regge il terzo spirito del capitalismo è quello della rete. Tale nozione acquista un rilievo mai avuto prima: l’arte della mediazione viene autonomizzata e valorizzata per se stessa e diventa il principio superiore comune, secondo il quale sono giudicate le persone, le azioni e le cose. La rete crea, secondo gli autori, una nuova città: dopo le città dell’ispirazione domestica, dell’opinione, civica, mercantile e industriale si configura una città per progetti, un mondo reticolare che privilegia la moltiplicazione di incontri e di connessioni temporanee ma riattivabili.
Il progetto è l’occasione e il pretesto della connessione. Il progetto è la tasca di accumulazione temporanea, che essendo creatrice di valore dà un fondamento all’esigenza di estendere la rete favorendo le connessioni. Una delle prime conseguenze di questa nuova logica è la scomparsa della differenza tra lavoro e tempo libero, si afferma la nozione complessiva di attività che si pone al di là delle contrapposizioni tra impiego e volontariato, tra interesse e disinteresse, tra salariato e non salariato. La nozione di capitale sociale, in altre parole dell’insieme delle relazioni di cui uno dispone, risulta più importante del capitale umano, in pratica della preparazione e delle potenzialità professionali; si affermano così personalizzazione accentuata del lavoro e difficoltà di delega, e si possono studiare le reti senza fare riferimento agli attributi degli individui che sono in essa impegnati.
La concezione reticolare del legame implica una vera e propria de-costruzione del mondo del lavoro che si manifesta in molti modi.
A differenza delle grandi aziende capitalistiche del passato, oggi un’impresa è tanto più redditizia quanto più è mobile, leggera, e formata da poche persone qualificate disposte a muoversi e ad agire rapidamente. Ne deriva una dualizzazione del salariato tra i pochi che interiorizzano le finalità della ditta e i molti che sono assunti temporaneamente per la realizzazione di progetti specifici limitati nel tempo, i quali vedono degradata la loro situazione economica, stabilità professionale e posizione sociale. La selezione tra i primi e i secondi avviene sulla base delle capacità d’introiettare la logica reticolare del terzo capitalismo e di adeguarsi ad essa anche nello stile di vita in termini di disponibilità, flessibilità e impegno: ne deriva il culto della performance, l’esaltazione della mobilità e la passione dell’estremo, ignorando la grande incertezza sul risultato finale degli scambi che il lavoro di rete comporta.
Comincia un processo di lungo periodo che destabilizza tutte le istituzioni, e le professioni colte cercano in vari modi di adattasi alla nuova situazione fornendo, quasi sempre, risposte che aggravano la loro crisi: si rincorre qualcosa che non si conosce con la presunzione di appropriarsene, svalutando se stessi e ponendosi in rivalità mimetica con le sfide dei propri nemici.
Il regime storico del presentismo induce surrettiziamente a far credere che il valore di ciò che esiste, debba essere misurato dalla sua attualità e dalla sua trasparenza. L’aziendalizzazione della sanità è in perfetta sintonia con questo regime.
La nozione di regime storico ci può permettere di leggere e interpretare i cambiamenti istituzionali intervenuti e le nuove declinazioni del lavoro istituzionale.
Il senso del lavoro istituzionale è stato l’interesse principale della mia attività sia professionale, che di promozione scientifico culturale e didattico formativa; alla luce della nozione di regime storico mi pare che le tante elaborazioni, anche conflittuali, su questo tema, diventino più intelligibili, se si pensano legati alla co-esistenza del regime futurista e di quello presentista.
Mi sembra così capire perché in ambito psichiatrico non si parli più di lavoro di equipe, ma di lavoro di rete, non si parli più di appartenenza istituzionale, ma di lavoro di integrazione, non si parli di compito primario, ma di lavoro per progetti definiti nei tempi e nei modi.
L’importanza ed il valore della appartenenza sembrano sempre più sfumare o meglio si impongono legami lavorativi plurimi, per cui diventa urgente una riflessione sulla pluriappartenenza e sulla plurisofferenza istituzionale da una parte, dall’altra è necessario un approfondimento sul senso della connessionalità come principale valore nel lavoro.
L’esistenza di più legami lavorativi, che, anche se significativi e gratificanti, hanno tuttavia il carattere di essere instabili, comporta insicurezza nella identità professionale, per l’inevitabile precarietà, infatti oggi in sintonia con il regime presentista è solo il legame temporaneo, legato alla realizzazione del piccolo obiettivo prefissato o del progetto per cui si è stati assunti, ad essere valorizzato.
Il lavoro di rete, se vuole essere efficace e non produrre sofferenza ai partecipanti, richiede un incessante impegno nel governo, nella regolazione dei legami istituiti.
Tale regolazione risulta tuttavia difficile nella realtà contemporanea, nella quale le regole che governano le nostre relazioni possono essere fatte e disfatte: tutto appare come modificabile, tutto ha il senso della durata breve e non più della durata lunga. Pertanto il perseguimento del compito primario spesso viene frammentato e disperso, nonostante sia la mission delle pratiche integrative. La insistente centratura sull’obiettivo dettato dalla logica economica condiziona il lavoro di rete e finisce per ledere appunto la regolazione dei rapporti sociali: ad esempio, non di rado il raggiungimento degli obiettivi è a discapito dei legami di prossimità, di solidarietà tessuti nella quotidianità, che vengono rimandati ad una integrazione per normativa.
“Il codice tecnico” come scrive Florence Giust-Despraires (2008) “si sostituisce anche alle sociabilità elementari”. Si afferma così in maniera forte la singola professionalità, non di rado in competizione con le altre, a discapito di quel pensiero condiviso di operatività comune che era uno dei principi fondanti il lavoro di èquipe.
O ancora “l’insieme delle significazioni sociali ostacola l’istaurarsi di accordi stabili e duraturi e favorisce una logica frammentaria del legame” avendo perduto la funzione di garante meta sociale.
Nonostante l’enfasi sul lavoro di rete non sembra più simbolizzabile l’essere insieme e il fare insieme.
Oggi chi vuole giocare un ruolo significativo nel mondo attuale deve divenire come un artista, imprenditore di se stesso, dal lavoro dipendente al lavoro intraprendente. Allora il rapporto con le istituzioni diviene quello di un professionista che offre dei progetti che spera possano incrociare esigenze dell’istituzione e possano essere accolti, curandosi poco del fatto che si tratta di progetti a termine, tanto un bravo imprenditore riesce ad elaborare diversi progetti da sottoporre a istituzioni diverse. Essere imprenditore di se stessi vuol dire allora saper negoziare le proprie competenze e metterle con orgoglio sul mercato, non curandosi dell’esistenza di una contrattazione politica e sindacale e quindi dello stato di precarietà, che è sempre meglio di quello della disoccupazione.
Queste considerazioni di carattere generale trovano ampia esemplificazione nel lavoro delle istituzioni della cura. Col progressivo venir meno del valore della centralità e della unitarietà,(negativamente rappresentato dall’istituzione per antonomasia, il manicomio) abbiamo assistito ad una frammentazione del compito primario allargato, la realizzazione del quale è diventata sempre più complessa ed ha comportato da una parte la valorizzazione delle culture localistiche, l’iperspecializzazione, spesso in competizione tra di loro, dall’altra il rimando a strumenti di integrazione e connessionalità.
Cosi il lavoro di rete, che è sempre esistito nella pratica psichiatrica, è diventato il rimedio indispensabile, almeno nelle enunciazioni programmatiche.
Ma quale garanzia abbiamo che l’ottica dominante della normalizzazione conformistica del regime presentista non possa trasformare anche questi strumenti (le reti) in strumenti che, invece di favorire legami di socializzazione terapeutica, favoriscano legami tecnicizzati e proceduralizzati, giustapposizioni di pratiche professionali e rinforzino la separazioni tra i gruppi.
Oggi assistiamo alla proliferazione del lavoro di rete, dei cosiddetti gruppi di parola e gruppi di mutuo aiuto, o gruppi in contesti non terapeutici, che sembrano poter fare a meno del contesto istituzionale o per lo meno lasciarlo in ombra.
Come succede da tempo nella storia della psichiatria, principi, strumenti di intervento, strutture innovative, tecniche di liberazione corrono sempre il rischio di trasformarsi in pericolose derive. Ad esempio affermazioni come “la rete è la polis: si recupera insomma la comunità civile come luogo multisoggettuale di terapia“ mi lasciano perplesso perché vedo appunto che con la scomparsa della centralità del paziente, e la valorizzazione semplicistica delle sue reti relazionali, scompare la soggettività e la sofferenza del paziente. Il rischio, a mio parere , è quello che dietro l’enfasi sulle reti, si finisca per oscurare e trascurare la cultura della cura e della responsabilità.
Le trasformazioni subite dalle istituzioni per l’influenza del regime presentista, che caratterizzano il quadro socioculturale contemporaneo, sembrano, infatti, delegittimare, o per lo meno indebolire, principi e pratiche clinico-terapeutiche che faticosamente hanno cercato e cercano di affermare una cultura della cura e della responsabilità (Di Marco, Nosè 2010; Corino ,Sassolas 2010).
Per evitare che il lavoro di rete possa svilupparsi secondo questa prospettiva, penso possa essere utile una costante interrogazione sulle criticità che il lavoro di rete può incontrare nella sua concreta realizzazione pratica.
Un primo punto critico è rappresentato dalla mancanza di autorialità della rete: chi decide il lavoro di rete e chi ne è responsabile?
Nasce da una sorta di coinvolgimento reciproco? Ma cosa significa coinvolgere o coinvolgersi in un progetto di lavoro di rete?
Quale vissuto genera? È proprio vero che consideriamo l’altro sempre una risorsa?
Si può rifiutare la partecipazione a un lavoro di rete, senza sentirsi rigidi custodi del ruolo professionale?
Nel lavoro di rete non rischio di essere un esecutore di prestazioni che altri decidono che io devo fornire?
Come distinguere l’adesione solo formale o strumentale? Aderisco al lavoro di rete perché non so più cosa fare o perché penso che l’altro può dare qualcosa che non so dare io?
Un secondo punto critico è rappresentato dalla condivisione della opportunità del lavoro di rete:
Quando è il momento opportuno in cui si può correre il rischio di coinvolgere o di lasciarsi coinvolgere in un lavoro di rete ?
La partecipazione è legata ad una adesione formale a un protocollo o alla consapevolezza che non basta la mia identità professionale e quindi devo metterla in gioco?
Penso al lavoro di rete quando mi sembra di non avere altre valide risorse e ho paura che la situazione mi sta scappando di mano?
Un terzo punto critico attiene i contenuti dello scambio e della divisione del lavoro:
Nel lavoro di rete si scambiano dati, informazioni o qualità di esperienze? Scambiarsi dei dati esaurisce il problema?
Non si entra in un gioco perverso di attese e pretese? Mancanza di dati e ipertrofia di dati non sono le facce di una stessa medaglia?
E’ possibile uscire dagli automatismi dell’ordinarietà istituzionale? E’ solo l’urgenza che può rompere gli automatismi?
Un quarto punto è relativo al rischio che il lavoro di rete resti scisso e isolato dalle altre pratiche istituzionali:
Quale coerenza e congruenza esiste tra le dichiarazioni che auspicano l’integrazione ai livelli più operativi e la pratica della stessa a livelli dirigenziali più alti?
La cultura organizzativa ed istituzionale autorizza veramente i processi integrativi?
Non intendo mettere in discussione il valore del lavoro di rete, quando è pertinente e appropriato alla situazione, ma verificarne storicamente la sua incidenza, i suoi limiti, attraverso una interrogazione costante, non tanto sul suo senso, ma sulla verifica operativa. Non di rado confrontando enunciazioni programmatiche, talora prolisse e talora ridotte a semplici slogan o parole d’ordine, con le concrete realizzazioni, constatiamo che l’integrazione attraverso il lavoro di rete finisce per rappresentare più un’aspirazione, una tensione da perseguire, che una realtà operativa.
Perchè?
Bibliografia
Boltanski L., Chiapello E. (1999), Le nouvelle esprit du capitalisme, Gallimard, Paris.
Corino U., Sassolas M. (2010) Cura psichica e comunità terapeutica: esperienze di supervisione, Borla, Roma.
Di Marco G., Nosè F. (2010), La clinica istituzionale in Italia. Origini fondamenti, sviluppi. F. Angeli, Mialno
Giust-Despraires F. (2008), Significations socials e enjeux cultureless d’une parole addressee en group Revue de Psychotherapie Psycanalytique de Group, n°50 Éres, Ramonville Saint-Agne.
Hartog F. (2003), Régimes d’historicitè. Presentisme et experiences du temp, Seuil, Paris.
Perniola M. (2009), Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi Torino.