Da Edipo a Narciso Psichiatria e Società negli utlimi quaranta anni

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Luigi Tavolaccini[1]

Scarica: Da Edipo a Narciso: psichiatria e società negli ultimi quarant’anni

[Rielaborazione di una relazione presentata al Convegno Airsam su: La diversità che fa paura, Torno 12 marzo 2010]

Questo intervento si propone un obbiettivo ambizioso ed inconsueto: collegare i cambiamenti culturali avvenuti nella società negli ultimi 40 anni allo sviluppo psicologico del singolo individuo e ai cambiamenti delle malattie mentali. In particolare vedere come l’organizzazione dei Servizi di salute Mentale dipenda strettamente dalla”domanda” che la società rivolge alla Psichiatria. Come chiaro esempio di questo rapporto di secondarietà e di “sudditanza” della Psichiatria alla società ricordiamo quanto è avvenuto negli ultimi 40 anni, periodo che io ho percorso nella mia carriera professionale dal 1968 al 2010.Torniamo alla data di partenza. Gli anni ‘60 o meglio il ’68 come anno simbolo dei cambiamenti culturali ed antropologici. Tutto nasce da un’impellente e travolgente richiesta di maggiore libertà individuale rispetto alle “vecchie” norme sociali: che privilegiavano l’ordine, lo Stato e comunque tutte le istituzioni che la società borghese aveva edificato nel secolo precedente. E così la scuola, la famiglia, l’Università e il Manicomio subiscono critiche radicali.

Per quanto riguarda più precisamente la Psichiatria dal ’68 in poi, a livello istituzionale, il Manicomio viene messo radicalmente in crisi. Oggi tutti sappiamo che di fatto non la cura, ma la povertà, la violenza, l’emarginazione ne erano le caratteristiche principali. La società italiana degli anni ’60 (l’epoca del boom economico) non poteva più tollerare al suo interno “sacche” istituzionali così arretrate e contrastanti con la società esterna.

La domanda sociale imperativa, liberare i malati prigionieri del Manicomio, dilaga su tutto il territorio nazionale. Gli psichiatri si adeguano: con entusiasmo i più giovani, con molta riluttanza spesso i più anziani.

Nel frattempo le ideologie che hanno guidato il mondo occidentale nel secolo scorso si indeboliscono sempre più. Emerge vittorioso il”pensiero debole” ed il “relativismo culturale” che negano valori universali validi per tutti.

Questa rivoluzione culturale produce a livello della psicologia individuale profonde modificazioni che possiamo identificare come “ il passaggio da Edipo a Narciso”.

Scompaiono per il singolo i vecchi principi fondativi della famiglia, della società, “evapora” la figura del Padre come simbolo dell’autorità e depositario della Legge, nel mentre che dalla rivalutazione della libertà individuale si passa progressivamente ad un individualismo sempre più spinto.

Finita l’epoca dell’Edipo (la legge del Padre) inizia quella di Narciso detentore unico della verità.

Entrando nel vivo della psichiatria, come esempio concreto dei cambiamenti avvenuti, possiamo vedere come il passaggio da Edipo a Narciso abbia inciso sulla depressione. Sia sui sintomi che sulla psicodinamica, così come si è modificata la sua descrizione nei manuali diagnostici (DSM I, II, III, IV) ed infine come sono cambiati anche i relativi trattamenti farmacologici.

Quarant’anni fa la depressione era caratterizzata per la Psichiatria accademica e per il DSM I-II, principalmente come patologia dell’affettività come tristezza, ansia, melanconia.

Nella psicodinamica dominava il senso di colpa, la mancanza per il non rispetto (vero o presunto) verso la Legge del Padre: era una patologia di fallita “identificazione” con il Padre. La punizione di Edipo.

Ora invece la depressione viene descritta soprattutto come una patologia dell’agire: adinamia, inibizione, ansia. Ciò che è in crisi oggi è la “identità” del soggetto, le sue mancate performances, gli obbiettivi ed i ruoli non raggiunti. E’ la sconfitta di Narciso.

La psicodinamica è passata da una patologia dell’identificazione ad una dell’identità.

Anche i farmaci sono cambiati: i “vecchi” antidepressivi (i triciclici) agivano soprattutto sul tono dell’umore, i “nuovi” antidepressivi (gli SSRI) ad iniziare dal Prozac agiscono sul paziente, soprattutto “rimettendolo in moto”, “tirandolo su”, facendolo” ripartire” nella sua corsa solitaria ed individuale ( fino alla prossima ricaduta?). E’ in questa ottica che si capisce perché il cantante Morgan abbia recentemente dichiarato che il miglior antidepressivo è la coca: una droga con grande effetto stimolante sul piano delle performances (quali che siano).

Torniamo alle domande che la Società pone alla Psichiatria.

Dopo gli anni settanta, caratterizzati alla lotta al Manicomio, culminata nella legge 180 del 1978, la società italiana più ricca e anche più “democratica” chiede alla Psichiatria di “reinserire” il malato di mente nella società.

Così nei due decenni successivi sono in primo piano gli interventi, non solo di cura, ma di riabilitazione, si parla sempre più apertamente dei diritti di “cittadinanza” ( la casa, il lavoro) per il malato. Si individua nel Dipartimento di Salute Mentale, che unifica l’Ospedale e il territorio, lo strumento idoneo per la loro realizzazione.

La società italiana sembra dunque voler diventare una “Comunità che cura”. E’ questo lo spirito che traspare dai “Progetti obbiettivi nazionali” per la Psichiatria, negli anni ’90. Faticosamente, contraddittoriamente, a macchia di leopardo, la Psichiatria del DSM con le nuove struttura territoriali (ambulatori, centri diurni, case famiglie, comunità…) avanza su tutto il territorio nazionale.

La realtà sociale è però molto più complessa: il crescente benessere economico, la globalizzazione, l’emergere della “società liquida”, le caratteristiche produttive-consumistiche del mondo capitalistico, indirizzano l’individualismo degli anni sessanta-settanta sempre più verso forme di narcisismo.

Questa struttura psicologica appare progressivamente sempre più diffusa e dominante. Esaltata da alcuni (Begaudeau F. 2010) come forma di perenne felicità individuale o smascherata come potenzialmente distruttiva e minacciosa per la convivenza sociale (Lasch C. 2004; Bettini M., E.Pellizer 2003, Recalcati M., 2010), sicuramente struttura personalità problematiche se non francamente patologiche (Pietropolli-Charmet G. 2009).

Occorre ormai è chiaro, considerare il narcisismo come un mandato sociale, un fenomeno di massa e non più come una variabile individuale. Ricordiamo però che il soggetto, privato dell’Edipo, perde i “confini” ed i limiti etici, fa coincidere i desideri con i bisogni e rompe il patto di solidarietà sociale che l’Edipo (il Padre con le sue Leggi) garantiva. Narciso inoltre vuol dire fine del senso di colpa in quanto si obbedisce solo più a se stessi.

Ma Narciso non è di per se felice, perché ha un costante bisogno di approvazione-adorazione. Lo specchio gli deve rimandare la propria immagine grandiosa come reale. Questo vuol dire che dipende dagli altri e che, se negato e non confermato, può diventare ansioso ed aggressivo psicologicamente e nella realtà, anche verso di sé.

Ed è proprio il narcisismo la struttura psicologica individuale che sembra sottostare all’emergere di nuove patologie negli ultimi 10-20 anni.

Ricordiamo che sono aumentate largamente certe patologie di ansia, gli attacchi di panico, i disturbi alimentari e soprattutto i Disturbi di Personalità. Diagnosi generica quest’ultima, comunque caratterizzata da un io autocentrato, ipocritico, trasgressivo e spesso aggressivo. Questa diagnosi è ad alto rischio e pericolo, se correlata all’abuso di droghe come la coca (ormai ubiquitaria per classi sociali ed età). Perché coniugando sensazione di onnipotenza e mancanza del senso del limite può portare ad azioni auto-etero aggressive.

Torniamo ora al rapporto tra società e Servizi di Salute Mentale per analizzare la domanda posta oggi dal sociale e le risposte che deve fornire la Psichiatria.

Le “belle speranze” nate con i Progetti Obbiettivi degli anni 90 si sono duramente scontrate nel decennio successivo con l’evoluzione del sociale.

L’ulteriore progredire del “relativismo” culturale ha causato non solo la fine delle grandi ideologie e dei grandi Partiti, ma anche l’erosione dei vecchi patti di solidarietà sociale.

Si è così determinata la nascita di quella che i sociologi chiamano “società liquida”. Una società senza precisi confini culturali e idee di riferimento largamente condivise e durature. Una società sicuramente in contraddizione con la “comunità che cura” e con i progetti “comunitari” del DSM. Inoltre negli ultimi anni (complice la perdurante crisi economica) si è affermata in parallelo anche “la società del rancore e della paura”.  (Pulcini E., 2009; Bonomi A., 2009)

Quella che fonda la propria identità non tanto su valori positivi interni, ma bensì sulla identificazione e persecuzione di un capro espiatorio esterno (l’Islam, i clandestini, i rom….). Abbiamo visto alla televisione qualche mese fa un esempio di questa società del rancore: i fatti di Rosarno, con i “ bianchi” che vanno a caccia dei “neri” con la canna del fucile che sporge dal finestrino dell’auto. Sembravano scene di certi film sul razzismo degli anni ’50 negli stati del sud degli Stati uniti. Sono immagini che non avrei mai pensato di vedere nella nostra realtà.

Ed allora cosa chiede l’attuale società alla Psichiatria?

Credo fondamentalmente due cose. Alleviare, se possibile, le sofferenze individuali, ma soprattutto controllare i possibili comportamenti devianti. Certo non chiede più di reinserire nella società ( casa, lavoro…) o lo fa molto sommessamente. Tagliando comunque le risorse economiche e di personale necessarie per questi obbiettivi.

Occorre per tenere vivo il DSM con tutto quello che significa per i malati, per noi, per la società, che i Servizi vigilino e presidino le loro risorse e la loro organizzazione, ma soprattutto che costruiscano reti di supporto e di solidarietà con le Associazioni dei pazienti e dei famigliari, le Cooperative sociali, i Servizi Sociali e gli altri soggetti che a vario titolo cercano di aiutare i deboli e gli emarginati.

Bibliografia

Bauman Z., Vita liquida, Laterza, Bari, 2005.

Begaudeau F., Verso la dolcezza, Einaudi Torino, 2010 .

Bettini M., E.Pellizer E., Il mito di Narciso. Einaudi, Torino, 2003

Bonomi A. (a cura) La città fragile. “Comunitas”  n. 37, Ottobre 2009.

Ehrenberg A.,  La fatica di essere se stessi, Einaudi, Torino, 1999.

Lasch C., L’io minimo. Feltrinelli, Milano, 2004.

Pietropolli-Charmet. G., Fragile e spavaldo, Laterza, Bari, 2009.

Pulcini E., La cura del mondo, Bollati-Boringhieri, Torino, 2009.

Recalcati M., L’uomo senza inconscio, Cortina, Milano, 2010.


[1] Psichiatra e psicoterapeuta già Direttore Dipartimento Saluta Mentale Asl 1-2 Torino

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