RECENSIONI
Gruppoanalisi e salute mentale
Di Franco Fasolo (2009), Cleup edizioni, Padova
Recensione di Ivan Ambrosiano
A volte, leggendo i testi di Franco Fasolo, ci si può imbattere in una sensazione ben descritta tempo fa da Umberto Eco (e invano ho cercato di ritrovare quel commento) quando, in compagnia di Roberto Benigni, questi da quieto diventava improvvisamente travolgente e l’astante non poteva fare altro che tentare di seguire inerme quel ritmo vorticoso e incalzante di umorismo politico.
Il testo di Franco affascina e trascina per il modo gustosamente fitto di intrecci tale da far provare a volte una dolorosa vertigine o da bearsi della lettura densa e appagante, ma questa è solo la superficie e le differenze con l’analogia proposta sono fondamentali: non si è semplici e inermi spettatori ma si viene coinvolti in un modo molto specifico che illustrerò più avanti, dopo alcuni commenti sui contenuti.
Rispetto ai precedenti lavori, questo libro è, al tempo stesso, più teorico e più tecnico, cioè più fruibile, e si pone come il punto di arrivo dell’Autore sul versante istituzionale: la teoria gruppoanalitica viene quindi (ri)proposta come ottica per capire, curare e gestire le istituzioni, vale a dire, rispettivamente, per dare senso al malessere delle èquipe che è il burn-out e creare leadership.
La teoria e la pratica vengono più chiaramente esplicitate nella loro massima esemplificazione: non si parla di teoria e di tecnica in modo manualistico, quanto piuttosto del legame praticabile tra di esse, che poi è un discorso anche di “buon senso”.
Se fosse una materia universitaria, sarebbe “Gruppoanalisi applicata”, intesa come cultura, approccio interconnesso con tante altre discipline, vera pratica di pensiero.
Se fosse un film, il trailer reciterebbe: la Gruppoanalisi come non l’avete mai vista, magari in 3D; e sarebbe come un film tratto dai libri di fantascienza degli anni ’60 e ’70, quelli più sociologici, che cercavano di prevedere come sarebbe stata la società molti anni dopo, descrivendo cose che all’epoca sembravano impossibili ma che oggi sono normali o addirittura superate, mentre altre sembrano tuttora lontane, nel bene e nel male.
Questo discorso mi riporta a quando molti anni fa Franco aveva parlato della psicoterapia di gruppo come terapia biologica, e alcuni, anche del campo, avevano accettato l’idea con molte riserve, mentre oggi quell’idea viene comunemente accettata, e quindi non dovrebbe sembrare strano che un capitolo sia dedicato a raccontare come è stata progettata e realizzata una psicoterapia di gruppo a tempo limitato con pazienti psoriasici nella Clinica Dermatologia dell’Università di Padova; è un esempio di cosa e come è la Gruppoanalisi nelle sue varie possibili declinazioni teoriche e pratiche, e a volte anche tecniche (e non sto parlando di psicoterapia di gruppo, ma di clinica).
L’Autore svela l’Inconscio sociale, ma non quello teorizzato da Foulkes, bensì il nostro di operatori psico-sociali, tenuto nascosto, rimosso, da approcci clinici e culturali depersonalizza(n)ti.
E così ci parla della moralità basata sull’altruismo (bioetica), che si sviluppa nel gruppo, e che prevede tre livelli: interpersonale, gruppale e intergruppale-sociale.
Ci parla delle differenze tra cambiamento psichico, che è realizzabile con la psicoterapia individuale, e funzionamento mentale, migliorabile con la psicoterapia di gruppo, e propone (credo sia il nucleo del volume) la seguente equazione “Psicoanalisi : Psichiatria = Gruppoanalisi : Salute mentale”, ovvero: la mente è sopravveniente rispetto alla psiche che è sopravveniente rispetto al cervello.
Se ne deduce che: la terapia di gruppo (e in particolare il formato del gruppo mediano) è sopravveniente rispetto alla terapia individuale che è sopravveniente rispetto alla cura farmacologica; che il gruppo o la comunità o le reti sociali sono sopravvenienti rispetto all’individuo; che i pensieri sono sopravvenienti rispetto alle parole che sono sopravvenienti rispetto al libro su cui sono scritte.
E con questo arriviamo ai fattori terapeutici, molto importanti e ormai discretamente studiati, che la lettura di questo libro pro-muove nel lettore, coinvolgendolo, come si diceva all’inizio, in un modo specifico; si tratta di due fattori in realtà poco conosciuti che servono tanto ai pazienti quanto ai terapeuti: la Curiosità e l’Incoraggiamento. E derivano dalla solida Alleanza – che, ricordiamo, è uno dei principali predittori di esito – che l’Autore instaura con il Lettore, incoraggiandolo a riflettere e attivando così un altro fattore, questo sì molto conosciuto, che è la Speranza di lavorare in modo serio e efficace. In pratica si realizza, per il Lettore operatore della salute mentale, qualcosa di simile all’Ego training in action, sul piano professionale.
Infine, va detta qualcosa sullo stile: l’evoluzione dell’uso del comico e dello stile riflette quella dell’ampliamento dei plausibili e auspicabili lettori e la emancipazione dalla psichiatria; cioè: il libro è un vero spasso, parabasico q.b. per garantire la sofficienza (caro lettore, vai a pagina 101), e così ti capita di imbatterti in qualche acronimo modificato quasi fosse un fungo, in vignette su amici e conoscenti, colleghi qui e ora o lì e allora, che fanno sentire il lettore in famiglia o in Società.
Da quanto detto, e ancor più dalla lettura del libro, si evince che Franco non fa-solo, ma fa gruppi, reti, comunità, per cui la facezia finale è: ma Franco Fasolo è un fungo?