I beni relazionali nei gruppi di formazione universitaria: un contributo di ricerca

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Di Paola P. D. *, Mineo V. *, Calabrese M. *,  Aliberto G.*, Armeli I. D. *, Mottola G. *

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Introduzione

Il  presente contributo ha l’obiettivo generale di rintracciare l’emergere dei beni relazionali nelle trascrizioni di nove incontri di gruppo mediano svolte nel contesto universitario di Palermo. In particolare, viene proposto come focus di analisi l’individuazione delle qualità descrittive dei fenomeni connessi all’emergere dei beni relazionali che, in accordo con la cornice teorica precedentemente delineata (Mignosi et al., in press), sono state sintetizzate nei seguenti indicatori:

1) fatto emergente;

2) riconoscimento;

3) solidarietà.

L’ipotesi teorica di partenza si fonda sul presupposto epistemologico- gruppoanalitico che la relazione sia l’elemento generativo della vita psichica (Lo Verso, 1994; Mitchell, 2000), configurando il gruppo come matrice primaria da cui ha origine la soggettività umana e nella quale è possibile assistere al dispiegarsi della maglia relazionale che intesse i legami tra le persone.

Il gruppo, le cui applicazioni teorico-pratiche possono essere molteplici, viene scelto di  conseguenza come terreno fertile sul quale impiantare il setting formativo, favorendo l’emergere di uno spazio intersoggettivo di apprendimento relazionale (Lo Verso, 2002). In tal senso, la storia relazionale, istituita tra gli individui che condividono uno stesso contesto, rappresenta il nodo centrale da cui si diramano sia lo sviluppo del benessere personale, che la capacità di ottimizzare le proprie risorse (Bruni, 2006; Giorgi, 2007).

Pertanto, l’analisi qualitativa delle trascrizioni, di cui si propone un approfondimento nei successivi paragrafi, ha permesso di riconoscere gli indicatori dei beni relazionali all’interno delle sottili trame narrative che reggono i discorsi tra i partecipanti.

Metodologia

L’attività del gruppo mediano oggetto d’indagine è stata svolta all’interno del laboratorio di Dinamiche del Gruppo clinico e analisi della domanda, presso il corso di laurea specialistica in Psicologia Clinica.

L’esperienza, strutturata in nove incontri a cadenza settimanale (più uno di follow up finale), ha coinvolto 23 studenti iscritti al primo anno,  un conduttore e due osservatori.

La scelta di questo setting formativo ha permesso ai partecipanti di accedere ad una nuova dimensione progettuale dell’esistenza, determinata dall’assunzione mentale della difficoltà e della responsabilità inerenti all’esercizio professionale. Tale dispositivo si è configurato, dunque, come dimensione elettiva dell’esser-ci, in grado di favorire il passaggio dal mondo familiare a quello sociale e culturale (Profita et al., 2007). Il laboratorio di gruppo si è proposto, pertanto, come progetto innovativo rispetto alle modalità didattiche ordinarie, consentendo agli studenti di essere implicati direttamente nella comprensione delle dinamiche cognitive, emotive e socio-relazionali che caratterizzano il lavoro dello psicologo.

Al termine dell’esperienza laboratoriale, si è proceduto mediante metodologia qualitativa alla trascrizione delle registrazioni audio delle sessioni di gruppo e alla rilevazione degli indicatori rappresentativi dell’emergere dei beni relazionali.

Analisi qualitativa del testo e rilevazione degli indicatori

Fatto emergente

L’indicatore di bene relazionale definito fatto emergente viene descritto ed interpretato come fenomeno eveniente in maniera occasionale e non predeterminata all’interno di un contesto relazionale fondato e condiviso da diversi attori sociali. In particolare, tale indicatore si manifesta nel corso del processo gruppale, come epifenomeno della matrice transpersonale che, al contempo, concorre a creare e modificare dinamicamente di volta in volta.

Il fatto emergente ha le caratteristiche dell’evento (Napolitani, 2006), di ciò che viene incontro allo stupore dell’individuo per il suo essere insolito e privo di ogni specificazione di senso già noto: l’emozione legata all’inatteso, se tollerata ed elaborata all’interno del setting gruppale, introduce i membri a nuovi percorsi possibili di interpretazione e significazione della dimensione relazionale condivisa, sollecitando al dialogo ed al confronto. Il fatto emergente in quanto evento apre, dunque, ad una possibile narrazione del gruppo nel gruppo, e si costituisce come presupposto precipuo dell’emergere del bene relazionale.

Mediante l’analisi qualitativa delle trascrizioni della trama narrativa di gruppo, è stato possibile individuare alcuni momenti peculiari di espressione dialogica dell’indicatore fatto emergente.

Nella fase iniziale di fondazione del gruppo, il fatto emergente si configura per lo più come la sensazione del rimanere attonito di fronte alla percezione di emozioni imprevedibili o all’assunzione di comportamenti inaspettati all’interno di un contesto relazionale sconosciuto. Per esempio, al primo incontro un partecipante afferma: “Sono rimasta sinceramente un po’ spiazzata: non mi aspettavo di piangere qua sicuramente, o di emozionarmi. Mi sorprendo di questa emozione, perché non ho mai pianto pubblicamente; non mi immaginavo di arrivare a questo”. Al secondo incontro, un altro membro del gruppo dichiara: “Nel mio immaginario avevo prefigurato questo momento come uno spazio dove poter essere più serena; non mi aspettavo che si tirasse fuori tutta quella rabbia. Mi sono resa conto del fatto che quello che lei ha detto, ma soprattutto il modo in cui lei lo ha detto ha rotto un equilibrio in un certo senso”. L’espressione verbale delle sensazioni di ansia e smarrimento offre la possibilità di un’apertura dialogica tra i membri, consentendo a tutto il gruppo di transitare dalla mera emersione di un fatto/evento emotivo, alla narrazione e comprensione emotivo-cognitiva di nuovi aspetti di Sé nell’interazione con l’Altro. Non a caso, durante il secondo incontro il conduttore afferma: “È il ‘non avrei mai pensato’ che è quello che ci apre alla dimensione progettuale, perché ci porta dove le cose sono incerte e non definite: apro uno spazio in cui l’altro può guardarmi ed io mi lascio guardare”.

Nella fase centrale del processo gruppale, generalmente caratterizzata dall’impegno reciproco dei membri per il consolidamento della matrice relazionale, il fatto emergente si manifesta prevalentemente come espressione puntuale e non predeterminata del campo contransferale; in tal senso, l’indicatore di bene relazionale introduce improvvisamente i membri alla consapevolezza ed al riconoscimento dei livelli inconsci di coinvolgimento ed investimento emotivo nell’esperienza comune. Per esempio, al quarto incontro un partecipante afferma: “Io ritengo quello che stiamo facendo la cosa più bella sulla faccia della terra, cioè che io stia parlando e non mi renda conto che stiamo facendo un lavoro”. La scoperta del costante, quanto inconsapevole, lavoro collettivo di co-costruzione della matrice dinamica gruppale viene resa ancora più evidente, in questa fase, dal frequente manifestarsi di una particolare tipologia di fatto emergente: la narrazione onirica in gruppo. Il sogno, in quanto espressione inconscia contrasferale (Profita & Mineo, 2008), acquista valore simbolico nello scambio dialogico intersoggettivo ed, al contempo, rende possibile la riflessione consapevole sui livelli di partecipazione di ciascun membro alla relazione con gli altri e con il gruppo in generale. Per esempio, al quarto incontro un partecipante racconta: “A proposito di sogni, ho un sogno in cui c’era una barca. Questa barca era ferma, era grandissima; c’ero io e c’era anche qualcun altro del gruppo. Però, eravamo fermi: io ero affacciata ed era come se mancasse una parte della barca, e la stavamo ricostruendo e sistemando in quel momento”. Il sogno può, dunque, essere considerato fatto emergente tutte le volte che, condiviso all’interno del gruppo, favorisce l’evoluzione del processo dinamico di riconoscimento soggettivo dei nuovi legami interpersonali che strutturano la relazione. Per esempio, al sesto incontro un membro afferma: “Sono rimasta colpita del fatto che oggi c’è stata difficoltà a raccontarci: c’è stato un momento di silenzio molto più lungo del solito. L’unico modo per riuscire ad entrare di nuovo in contatto è stato parlare dei sogni: ognuno di noi ha portato dei sogni, e i sogni sono stati il modo per parlare del come ci sentivamo, del legame, delle cose che ci hanno turbato, e accettare l’altro, il legame, il volere essere dentro al gruppo; sono stati il canale che ci ha permesso di nuovo di essere un gruppo, di riuscire a raccontarci le emozioni”.

Nella fase finale del processo gruppale, il dialogo intersoggettivo si incentra prevalentemente intorno all’elaborazione dell’imminente separazione. L’indicatore fatto emergente si manifesta con minore frequenza rispetto alle fasi precedenti, ed appare fortemente correlato al momento della presa di consapevolezza improvvisa da parte dei membri del sopraggiungere inevitabile della fine degli incontri. Per esempio, all’ottavo incontro un partecipante afferma: “A differenza delle altre volte, ho pensato molto questa settimana: ho riflettuto sul fatto che, fino alla scorsa volta non mi ero resa conto che è una esperienza che deve finire, e improvvisamente mi si è alzata nostalgia. Avevo completamente rimosso l’idea che dovesse avere una fine. E poi, ho riflettuto anche sul fatto che le mie aspettative su questo gruppo sono state completamente stravolte in positivo: quando sono arrivata, non pensavo completamente che si potessero instaurare delle relazioni”.

È ipotizzabile che a conclusione del percorso di gruppo il bene relazionale possa venire individuato più che attraverso il manifestarsi del fatto emergente, mediante il riproporsi in maniera più frequente degli altri due indicatori, riconoscimento e solidarietà, che a differenza del primo necessitano sicuramente di un tempo dell’incontro più lungo per potere essere espressi nel dialogo comune.

Riconoscimento

Un secondo indicatore della presenza del bene relazionale è il riconoscimento di Sé-Altro, in termini di funzioni, ruoli, competenze, ma soprattutto motivazioni, ossia dei bisogni più profondi che muovono e dirigono i comportamenti e le scelte di ciascun individuo nella propria esperienza di vita. Sembra essere proprio la reciprocità di tale riconoscimento la fondamentale premessa per la costituzione di una relazione autentica, intesa come intimo e fiducioso incontro con l’Altro, nel pieno riconoscimento e accettazione delle sue somiglianze e differenze rispetto al Sé, uscendo da una dimensione autoreferenziale e aprendosi all’alterità. L’incontro autentico con l’Altro consente di giungere a momenti di intensa condivisione cognitivo-emotiva e, conseguentemente, di accedere ad una dimensione trasformativa dell’esperienza verso nuovi spazi di pensabilità e di riorganizzazione e sviluppo del Sé.

La soggettività individuale nasce proprio nel momento in cui l’Altro viene riconosciuto come soggetto autonomo, con sentimenti e pensieri propri, che può esistere indipendentemente dal Sé e non più come oggetto di soddisfacimento dei propri bisogni narcisistici. Benjamin (1990) sostiene che a partire dalla negazione dell’assolutezza del proprio io e dal riconoscimento dell’Altro come soggetto dotato di una propria agency, ossia di un centro d’iniziativa autonomo dei propri interessi, si gettano le basi per la fondazione della soggettività dell’Altro e, di riflesso, della propria. È solo nel reciproco riconoscimento che può aver luogo la relazione intersoggettiva, ossia una relazione tra due soggettività che interagiscono, si modificano e s’influenzano reciprocamente.

Mitchell (2000, p.80), in pieno accordo con la premessa di Benjamin, ha individuato quattro dimensioni interazionali, attraverso cui si articola e si organizza la relazionalità verso forme sempre più complesse sino a giungere al Modo 4 dell’Intersoggettività, in cui sia il Sé che l’Altro vengono esperiti come « […] agenti più complessi dotati di un’intenzionalità autoriflessiva (che pensano e cercano di fare delle cose) e che dipendono da altri agenti per essere complete». È all’interno di tale relazione interpersonale che il bene relazionale si genera e viene fruito.

In quest’ottica, il setting gruppale si viene a costituire come lo spazio privilegiato all’interno del quale l’individuo può incontrare l’Altro, riconoscerlo ed essere da lui riconosciuto, così da sperimentare nuove e più evolute configurazioni Sé-Altro e disporsi all’apertura e al cambiamento.

Per esempio, un partecipante afferma: “Se io esprimo un’emozione e lei fa un commento, quando ritorno a casa io ripenso sicuramente alla mia emozione, perché magari, anche se l’ho espressa, non è completamente esaurita; è ancora presente in me, però sicuramente sarà arricchita dal significato di quello che lei ha detto all’interno di questo gruppo, non sarà più uguale”. Un altro dice: “Mi piaceva anche il tuo intervento, quando mi hai detto che il gruppo ti ha portato a riflettere anche sulle tue relazioni. Anche a me sta portando a riflettere su me stessa, sul mio carattere, anche se certe volte non vi nego che mi punge, mi fa male”.

Il gruppo, difatti, consente la continua interazione e il costante confronto tra i diversi universi relazionali che lo compongo e, dunque, l’accesso a ciò che Napolitani (2006) ha definito come Universo “R”, ossia la relazione interpersonale progettuale: in esso l’individuo, guidato dalla sua curiosità originale, si predispone ad un’esplorazione e conoscenza soggettiva del mondo che apre le porte ad una trasformazione del mondo stesso, sia interno che esterno.

Sulla base di tali presupposti teorici, è stato scelto il riconoscimento come uno dei potenziali indicatori in grado di rilevare la presenza e l’emergere di beni relazionali all’interno del gruppo di formazione. Da un’attenta analisi testuale dei trascritti delle sessioni di gruppo, è emerso che eventi di riconoscimento si verificano più frequentemente a partire dagli incontri intermedi, mentre risultano quasi assenti in quelli iniziali. Ciò può essere spiegato dal fatto che all’inizio l’Altro viene visto come estraneo: la sua esistenza e diversità conduce ad un far i conti con elementi di divergenza e discontinuità rispetto al già noto e richiede una rivisitazione critica dei propri codici istituenti. L’Altro piuttosto che riconosciuto viene temuto e posto a distanza attraverso confini ben delimitati.

Con il procedere delle sessioni, questo processo di rivisitazione dei propri codici interni inizia a risultare meno spaventoso, grazie all’emergere dell’alleanza gruppale e allo sviluppo di un senso di appartenenza al gruppo stesso; l’Altro non solo inizia ad essere visto nella sua autentica esistenza, ma assume anche una posizione di confronto (e non più rispecchiamento di aspetti narcisistici del Sé), che può fornire nuove e maggiori informazioni sul proprio essere. Questa nuova posizione relazionale consente a ciascun individuo di interrogarsi  e ripensare al proprio essere nel mondo, alla propria storia e alle proprie relazioni presenti, così da aprire le porte ad una prospettiva di trasformazione e di rinascita. Per esempio, un membro del gruppo afferma: “A me ieri ha colpito molto il fatto che molte persone mi hanno definito come una ragazza dolce. Questa cosa mi ha fatto un po’ impressione, perché non ho mai pensato che la dolcezza fosse una caratteristica di quelle che si nota subito. E io ieri da questi incontri sto lavorando. Ieri è uscita questa cosa della dolcezza: avete detto qualche cosa su cui io non avevo riflettuto, il fatto che persone che non mi conoscono mi vedevano in un modo diverso da come pensavo io, e quindi la possibilità di pormi in un modo nuovo. Sto cercando di lavorare sulla relazione con mio fratello, non gli ho ancora parlato; però, sto valutando la possibilità di farlo e come farlo. Sto preparando la relazione in un certo senso; sto cercando di farmi vedere da mio fratello in un modo nuovo. E il fatto che alcuni di voi mi abbiano vista in un modo diverso da come io mi consideravo, mi ha un po’ dato la speranza che possa riuscirci anche con mio fratello. Posso riuscire a creare con lui quello spazio e quella fiducia che fin’ora non c’è stata. Posso provare a lavorare anch’io e cercare di vederlo in modo diverso da quello che ho sempre immaginato”.

Solidarietà

L’indicatore di bene relazionale definito solidarietà può essere inteso nei termini di aiuto, che si basa sull’esperienza personale che ciascun membro del gruppo offre a qualcun altro, permettendo di reinterpretare reciprocamente le proprie esperienze difficili in chiave positiva. Priva di connotati caritatevoli, la solidarietà nasce su una base di condivisione di vicende, vissuti ed emozioni, tramite la quale ogni partecipante del gruppo può giungere a soluzioni creative dei problemi in maniera autonoma. Già De Maré et al. (1991) sottolineano come soltanto la compartecipazione, la dimensione koinonica dello stare in gruppo, consenta l’emergere della propria identità; infatti, secondo gli autori, le fasi iniziali di un gruppo si caratterizzano per la presenza di sentimenti persecutori che, nel concreto, si esplicano in ansia, paura di parlare, paura di perdere la propria identità, odio, aggressività ect. Solo tramite il dialogo con gli altri è possibile l’abbandono o la modifica di questo assetto difensivo: il dialogo con l’esterno diventa presupposto di una riorganizzazione del dialogo con l’interno. Grazie all’immagine che l’Altro rimanda, è possibile conoscere meglio se stessi, in un confronto che rende possibile il riscontro di somiglianze e differenze (mirroring).

La condivisione come presupposto della solidarietà emerge già nel terzo incontro nelle parole di un membro del gruppo: “Io penso che il gruppo cerchi sempre di più la condivisione. La condivisione ha a che fare con il creare e il cercare relazioni, come se si uniscano tutte le corde di ognuno”. La condivisione delle emozioni provate, e non dell’evento in sé, costituisce un terreno fertile per avvicinare i membri del gruppo, come affermato da uno dei partecipanti al quarto incontro: “Quando noi ci incastriamo diventiamo liberi:  ad ogni tassello che mettiamo rafforziamo il nostro incastro, ma in realtà ci sentiamo più liberi, un po’ più alleggeriti, stiamo meglio”. Il gruppo, infatti, fungendo da contenitore, alleggerisce il carico di difficoltà che ogni partecipante prova nel tentativo di ridefinizione dei propri problemi. Si tratta di una condivisione motivata dalla necessità di costruire un legame comune, come sottolineato da uno dei partecipanti: “Se una barca svolge un lavoro di gruppo tutti cercano di costruire qualcosa insieme, e se il singolo elemento salta via ne soffrono tutti”.

Un altro partecipante da un lato paragona i membri del gruppo all’equipaggio di una barca, sottolineando quanto sia indispensabile il contributo di ciascuno perché questa salpi; dall’altro ricorda come in gruppo l’abbandono di un membro possa essere riconducibile ad una doppia responsabilità: dell’individuo nei confronti del gruppo, ma anche del gruppo nei confronti dell’individuo. Per esempio, come afferma uno dei partecipanti: “Mi risultava difficile paragonare la persona che esce dalla porta alla persona che salta fuori dalla barca, perché in realtà non vedo danno rispetto al gruppo. Detto così, la persona che prende e decide di saltare sembra quasi una decisione assunta autonomamente e in piena libertà che un po’ è come se deresponsabilizzasse il contesto, la barca e le altre persone”.

La condivisione fa sì che nel quarto incontro si manifesti la dimensione dell’aiuto come aspetto peculiare della solidarietà. In tal senso, risulta significativo il riconoscimento dell’aiuto ricevuto dagli altri, nelle parole di uno dei partecipanti: “Io volevo ringraziare quelli che l’altra volta hanno portato qualcosa della loro vita. È stato un modo di starmi vicina bello, perché mi ha fatto sentire meno sola. Non mi sono sentita giudicata; mi sono sentita capita”. Grazie a tale aiuto le proprie esperienze emotive, rimaste nascoste o prive di significato, vengono rielaborate in gruppo, aprendo a nuove soluzioni, come evidenziato da un altro membro: “In un certo senso, da beta è stato trasformato ad alfa, e quindi lo posso un po’ metabolizzare. Passiamo una settimana pesantissima, perché in realtà elaboriamo tutta una serie di cose che non possono essere tenute in fondo e quindi riemergono per essere rielaborate, magari risolte, in un certo senso”.

Conclusioni

Il lavoro presentato ha perseguito l’obiettivo di approfondire lo studio in materia di beni relazionali, mediante la valutazione di un’esperienza gruppale condotta in ambito universitario.

Nello specifico, tale contributo si è imposto come tentativo di apertura verso nuovi spazi di pensiero che, se opportunamente studiati, offrono temi di ricerca innovativi all’interno dei moderni scenari della psicologia.

È stato possibile individuare l’emergere dei beni relazionali nei dispositivi di gruppo mediano principalmente attraverso la rilevazione dei tre indicatori chiave precedentemente analizzati. Tuttavia, l’attività di ricerca ha permesso l’individuazione di un ulteriore elemento correlabile al costrutto di bene relazionale: la progettualità. Tale indicatore pone maggiormente in risalto l’idea che il bene relazionale, pur nascendo dall’autentico incontro con l’Altro, non si esaurisca nella relazione né si consumi nel contesto che lo genera, bensì continui a crescere altrove in uno spazio-tempo altro (Lo Mauro et al., 2009). In tal senso, la progettualità rintracciabile negli eventi precipui innescati dai beni relazionali è intesa in modo analogo alla relazione interpersonale progettuale dell’Universo “R” di Napolitani (2006, p.173), la cui dimensione costitutiva è la possibilità, la capacità potenziale, e il cui tempo è il futuro, inteso non come proiezione del già noto, ma come «non-ancora, esperienza della non-certezza come precondizione di ogni possibile sviluppo di un sapere simbolico soggettivo e di nuove creatività simboliche».

A conclusione dell’attività di ricerca, si ritiene necessario sottolineare i limiti del lavoro svolto. In primo luogo, appare evidente che per rendere valido ed attendibile l’utilizzo degli indicatori proposti sarebbe necessario applicare tale metodologia d’indagine ad un numero più consistente di esperienze formative gruppali, in modo da valutare l’eventuale influenza esercitata da molteplici variabili (stile di conduzione, contesto istituzionale, tipologia di partecipanti ecc.) sull’emergere dei beni relazionali.

Infine, un ulteriore punto critico nel setting gruppale risiede nella presenza di interesse da parte dei partecipanti alla germinazione stessa dei beni relazionali, per definizione connotati dalla gratuità (Bruni, 2007); la relazione, infatti, deve essere vissuta nel suo valore intrinseco, e non utilizzata in maniera strumentale per ottenere qualcos’altro. Il problema che si presenta specificatamente nel setting formativo sopra descritto e analizzato nasce dai vincoli del contesto istituzionale universitario che sono « […] costantemente presenti anche nella mente dei partecipanti, sottoforma di due principali regole esplicitamente dichiarate: l’obbligo di frequenza ad ogni incontro, e la presentazione di un report finale come prova di esame per  l’acquisizione dei crediti. La presenza costante ed obbligatoria viene facilmente considerata dai membri come la principale motivazione estrinseca della partecipazione al gruppo, ostacolando la ricerca ed il riconoscimento di motivazioni intrinseche connesse a domande ed aspettative personali inconsce» (Profita & Mineo, 2008, p. 338).

Abstract

The aim of the study is to identify relational goods in the transcriptions produced by sound recording of a median group experience at University of Palermo. In particular, the present work proposes to analyze the most representative qualities of this phenomenon and summarized them in the following indicators:

1)    emergent fact;

2)    recognition;

3)    solidarity.

Our theoretical hypothesis is based on the fundamental group analytic epistemological assumption that defines relation as the beginning of the development of human psyche and considers the Group a primary matrix in which originate subjectivity and human relationship (Lo Verso, 1994; Mitchell, 2000).

Therefore, the group becomes the elective setting where take place activities promoting professional training and encourages emerging of inter subjective space of relational learning ( Lo Verso, 2002). In this way, the story of relationship between individuals in a contest represents the central lump from which  develop personal well-being and the capability to optimize human resources.

So, the qualitative analysis of transcriptions has permitted to individuate the three indicators of relational goods in the narrative structure that connect people’s speeches during the group experience.

Bibliografia

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Lo Mauro V., Mignosi G., Calabrese M., Mottola G., Nuzzo, V., Sansone E. (2009). Sui beni relazionali. Dattiloscritto non pubblicato.

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Napolitani D. (2006) [1987]. Individualità e gruppalità. Milano: IPOC.

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[i] * Dipartimento di Psicologia, Università degli Studi di Palermo.

La corrispondenza relativa a questo articolo può essere inviata tramite e-mail agli autori: danieladipaola@unipa.it; valeriamineo@alice.it; manuelacalabrese@yahoo.it; giacomoaliberto@libero.it; donatella.armeli@tiscali.it;  giusymottola@alice.it

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