di Ugo Corino e Marcel Sassolas
A cura di Francesca Campostrini
Rileggendo il libro di Corino e Sassolas per scrivere questa recensione ho notato la presenza di numerose glosse, appuntate dalla mia prima lettura, in particolare con riferimento a situazioni di lavoro che sto affrontando come supervisore, con similutidini, riconoscimenti, spunti di riflessione.
Il libro di Corino e Sassolas non è un testo semplice[1]. Gli autori lo sanno e infatti scrivono:“compito del lettore è ricavarne gli aspetti essenziali ed utili”(p.299). E’ dunque un testo che richiede al lettore dei compiti, e lo considera interlocutoriamente non innocente[2], ma parte attiva nel processo creativo che la lettura comporta.
Mi propongo allora di offrire un contributo che riguarda non solo o non tanto il testo in sé, ma la descrizione di quella particolare interazione che, inseriti come siamo nella tradizione ermeneutica, si crea tra testo e lettore e che gli autori stessi mi pare sollecitino.
Ultimamente quello che ricerco in un saggio è il suo valore euristico per la mia pratica professionale, le connessioni che è in grado di attivare dentro di me, quanto, come e dove mi ritorna alla mente, mi fornisce spunti di lettura, possibilità di condivisioni e suggerimenti.
Sposo pienamente quanto scrive Silvia Vigetti Finzi[3]
“Ad un saggio chiedo tre cose:
Che sia pertinente ai miei interessi,
che sia coinvolgente,
che sia formativo nel senso più ampio del termine: che apporti conoscenze, competenze, esperienze nuove, orizzonti inesplorati”.
Rispetto a questi ambiti il libro di Corino e Sassolas ha risposto pienamente.
E’ pertinente ai miei interessi. Tratta il tema della supervisione nei servizi, che può essere una parte considerevole del lavoro degli psicoterapeuti (almeno nel mio caso è così), e che gli autori propongono come autentica possibilità di riattivare le dimensioni di pensiero in un gruppo.
Il libro ha tra le sue righe, mai esplicitato od “ordinato”, tutta una componente di teoria della tecnica che consente di muoversi all’interno degli argomenti e di capire realmente di che aspetti stiamo parlando.
Tutto questo è per così dire “ambientato” nell’ambito della psichiatria, con diverse considerazioni e connessioni anche storiche, ma a mio avviso utilizzate solo come modalità di declinare nel concreto e affatto come aspetto vincolante.
Ho avuto forte l’impressione, della trasversalità di questo testo rispetto al lavoro di supervisione con le equipe, lavoro molto diverso dalle supervisioni a cui siamo abituati come psicoterapeuti, tra psicoterapeuti e per psicoterapeuti.
E’ coinvolgente. Il primo aspetto che incuriosisce è la forma letteraria: il libro è dialogico, Corino e Sassolas si raccontano e si intervistano in un procedere tra il dialogo platonico e lo stile giornalistico, nel senso che, per quello che so, questo dialogo si è realmente tenuto.
Le introduzioni ai capitoli accompagnano il lettore aiutandolo nel percorso di lettura in una modalità introduttiva al contrario più “aristotelica” classificatoria e ordinatoria[4].
Il suo procedere dialogico mi sembra attivi un dialogo con il lettore, la sua capacità di rendere i processi invece che gli eventi lo pone in interlocuzione continua con lui.
E’ un libro in grado di farsi interrogare.
E infine, almeno per me, è formativo nel senso pieno del termine.
Nella mia personale pratica professionale questo testo o meglio alcune sue parti, si sono “incastonate”armonicamente, pur non occupandomi specificamente di supervisioni nella psichiatra.
Infatti il libro mi ha molto aiutato ad articolare temi che le equipe propongono in supervisione, a complessificare quello che le equipe propongono come semplice.
Illustrerò alcuni concetti, seguendo la scansione stessa del libro, che mi sono sembrati particolarmente insaturi e quindi suscettibili di essere utilizzati in modo creativo e spero costruttivo per le equipe con cui lavoro.
1- L’organizzazione stessa è la principale risorsa terapeutica. (pag 46)
2-Il nostro lavoro è quello di seguire le fluttuazioni dei suoi (del paziente) stati psichici e attribuirgli un senso, creando dei legami tra quello che il paziente prova e quello che è accaduto. … Una sorta di avvicinamento attraverso una pedagogia delle emozioni.(pag 52)
3-La dimensione delle equipe di cura e delle loro difficoltà attiene alla storia dei pazienti e alle loro difficoltà. I suoi meccanismi relazionali entrano nel “campo terapeutico” e come direbbe Antonino Ferro il campo comincia ad “ammalarsi” della malattia del paziente.(pag.60)
4-La dimensione dell’aiuto ai pazienti a sviluppare processi di crescita ed autonomizzazione è importante, anche evitando l’infantilizzazione propria della gratuità completa della prestazione. Pagare restituisce al paziente un potere contrattuale nei confronti dell’istituzione. (pag 71)
5-Dimensione delle regole. Se la regola ha un senso, anche trasgredirla significa qualcosa sul piano pedagogico ma anche clinico. (pag. 77)
6- E’ di fondamentale importanza da parte delle equipe curanti la capacità di attivazione dei campi della mente e non solo il risveglio di competenze comportamentali.
Il rischio che possiamo ravvisare nelle equipe residenziali è che il fare sia pensato prevalentemente come elemento di correzione comportamentale, di adattamento sociale piuttosto che un processo di riavvio della mente adatto alla specifica situazione del paziente. (pag. 87)
7-La nostra funzione consiste nel cercare di dare un senso a ciò che succede nella vita del paziente per permettergli di pensarsi. Qualunque cosa accada, l’obiettivo è aiutarlo a dare un senso agli accadimenti. (pag 121).
8-Ecco il nodo del gruppo curante: come dar voce alle sue parti mute, a quei partecipanti che magari con meno teorie, strumenti o ruolo, hanno però una maggiore esposizione (sia per durata sia per intensità) al rapporto quotidiano col paziente. … Una relazionalità operativa che transita per le mille situazioni del quotidiano. (pag.133)
Mi fermo qui, senza la pretesa di sostenere che quelli elencati siano i concetti chiave del testo: credo però che essi costituiscano dei nodi cruciali per chiunque si occupi di supervisione nelle istituzioni.
Non penso di aver terminato i “compiti” che questo libro pone al lettore, e credo sia nella sua ricchezza la possibilità di rileggerlo, di non averlo ancora colto per intero, di rimanere con l’impressione che ha ancora da comunicarmi aspetti inespressi.
[1] La tradizione ermeneutica esordisce con l’interrogare i gesti semplici: “che cosa significa leggere?”
[2] Cfr Althusser “Leggere il capitale” Feltrinelli, Milano “ …poiché non esiste lettura innocente diciamo subito di quale lettura siamo colpevoli…” pag. 14
[3] Angelo Villa “La mano nel cappello” Stripes Edizioni Rho (Milano) 2008, pag. 7
[4] Cfr Ad esempio Aristotele Fisica: Sul cielo, sulla generazione e corruzione, sulle Meteore, Sulle parti degli animali, sulle migrazioni degli animali ecc