Counselling psicodinamico di gruppo. Funzione e ruolo dell’osservatore negli interventi brevi

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A. CHIODI, M. DI FRATTA, P. VALERIO
FRANCO ANGELI – MILANO –

Recensione di Giacomo Aliberto

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La sensazione che si ha nel leggere questo libro di appena un centinaio di pagine è che sia stato scritto con l’intento di essere divulgativo e contemporaneamente molto tecnico; sintetico, ma anche profondamente specifico. Questo senso di disorientamento avvertito durante la lettura è dovuto, riteniamo, ai temi presentati, ma anche alla presenza di stili diversi, ad un percorso narrativo che sembra andare in una direzione e improvvisamente volgere verso altre questioni. In tal senso, per ritrovare la bussola del senso e dell’obiettivo di questo lavoro, sembrano essere illuminanti le parole scritte nella Prefazione: «[…] ritengo che il valore originale di questo volume consista nel proporre un percorso di ricerca clinica che muove da una esperienza “locale”, in particolare dal lavoro di counselling svolto per una istituzione formativa, per approdare progressivamente alla scoperta, originale e fondata, sulla moderna epistemologia della ricerca dinamico-clinica. Allo stesso tempo tale percorso di ricerca e conoscenza consente di esplorare la portata e la complessità del ruolo e delle funzioni dell’osservatore nel lavoro analitico di gruppo, evidenziandone in maniera vivida e puntuale i risvolti operativi e di teoria della tecnica» (pag. 10).
L’originalità di questo lavoro dunque ha a che vedere con i due principali argomenti presentati: il primo riguarda il counselling psicodinamico di gruppo; il secondo, il ruolo dell’osservatore.
1 Psicologo clinico e di comunità, ha svolto il tirocinio post-lauream presso il Servizio di counselling del Centro Orientamento e Tutorato dell’Università di Palermo presso il quale ha anche svolto attività di psicologo volontario ricoprendo la funzione di osservatore in gruppi di counselling per studenti universitari; è attualmente dottorando di ricerca in Scienze del Turismo e cultore di materia presso la Cattedra di Psicologia Dinamica.
Scorrendo la letteratura riguardante questi argomenti, facilmente ci si accorge come nel panorama italiano esista poco o nulla riguardante i gruppi di counselling psicodinamico; questa affermazione è altrettanto vera riguardo al tema dell’osservazione. Ma ciò che rende questo testo assolutamente unico riguarda la decisione, da parte degli autori, di presentare per la prima volta una elaborazione della funzione dell’osservatore specificatamente per interventi brevi.
L’obiettivo dichiarato del testo è dunque una possibile applicazione del metodo osservativo, dipanato attraverso il modello psicodinamico, nella consultazione breve di gruppo in un contesto istituzionale. L’intervento è stato realizzato in una Istituzione Militare di Formazione (IMF) che, nel 1993, è entrata in contatto con l’Unità di Psicologia Clinica e Psicoanalisi Applicata del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, facendo una esplicita richiesta di consulenza istituzionale in merito alle difficoltà della stessa istituzione nel gestire il complesso adattamento allo stile di vita militare di alcuni giovani allievi. Dall’analisi della domanda di consulenza, dei bisogni espressi e del contesto operativo sono state realizzate due attività all’interno dell’Istituzione: il consultorio psicologico individuale e gli incontri di counselling di gruppo.
Da questa premessa, prende il via la struttura del libro, che si dispiega attraverso tre momenti principali. Una prima parte del testo offre una ricostruzione storica e descrive il funzionamento dell’attività di counselling psicodinamico, partendo da quello individuale fino ad arrivare alla elaborazione e descrizione del counselling psicodinamico di gruppo (cap. 1-3). Il primo capitolo definisce cosa si intende per counselling ed in particolare come nasce e da chi è stato sviluppato quello ad orientamento psicodinamico: si ripercorrono le origini che vanno dalla pratica psicoanalitica, attraverso alcuni pionieri come Ferenczi, fino al primo modello di consultazione breve proposto da psicoterapeuti della Tavistock Clinic; inoltre vengono chiarite le specifiche valenze terapeutiche dell’intervento di counselling, soprattutto nella distinzione con la psicoterapia o comunque con gli interventi a lungo termine. La prima interessante svolta nel libro viene presentata nel terzo capitolo quando si dichiara che applicare il counselling psicodinamico ai gruppi rappresenta una rilevante novità epistemologica. Crediamo che mai finora, se non in atti o convegni di settore, sia stato presentato un lavoro a diffusione nazionale, in cui si cerchi di coniugare l’esperienza clinica dei gruppi con quella di consultazione breve. Tale sfida viene affrontata nel libro provando a costruire un nuovo vertice epistemologico a partire dalla teoria del setting gruppale. In tal senso viene presentato il pensiero di Foulkes sui gruppi, per il quale il terapeuta/conduttore non è il leader del gruppo come nel modello bioniano, ma diventa un facilitatore dei processi comunicativi; si fa da parte, parla poco per prestare cura e attenzione al gruppo in maniera tale che esso diventi il vero strumento di cambiamento per gli individui.
Sempre in questo capitolo, viene dedicata attenzione anche al setting dell’intervento inteso come strumento di “analisi istituzionale” di uno specifico contesto come quello militare: si discutono i rapporti tra istituzione e setting dove entrambi vengono visti come sistemi culturali organizzativi con le proprie regole, in cui però l’istituzione-istituito contiene il dispositivo-setting-istituente, spazio questo nel quale è possibile discutere proprio sulla più ampia cornice istituzionale; vengono discussi i problemi riguardanti la fondazione di questo patto tra istituito-istituente e dunque del contratto che sancisce l’avvio dell’intervento.
Il secondo principale momento del testo coincide con il quarto capitolo che descrive nel dettaglio l’esperienza di counselling all’interno dell’Istituzione Militare di Formazione, ovvero com’è stata avviata l’esperienza e a quali iniziali problemi si è dovuto far fronte, uno fra tutti quello legato al vissuto di obbligatorietà dell’esperienza. Nella prima parte del capitolo viene descritto nel dettaglio il setting (tempi, luoghi, numero di persone) e viene delineato ciò che è avvenuto nelle prime fasi dell’esperienza attraverso lo strumento del protocollo osservativo: il report viene utilizzato come cartina tornasole del processo gruppale e come oggetto-testo sul quale basare i successivi incontri di intervisione di gruppo, spazi di lavoro dedicati all’elaborazione e ad una più ampia condivisione dell’esperienza di consultazione tra conduttori ed osservatori. Questo quarto capitolo fa dunque da ponte tra la prima parte dedicata allo strumento di counselling psicodinamico di gruppo e la terza parte del volume (cap. 5-7) dedicata in maniera dettagliata alla figura dell’osservatore silenzioso. Non sembra dunque casuale che, alla fine di questo quarto capitolo, si dedichi attenzione all’idea bioniana dello spostamento di focus o meglio del cambiamento di prospettiva, di visione binoculare e di diverso punto di vista o vertice, tutte funzioni affidate al ruolo dell’osservatore, ma da noi lette anche come metafore del cambiamento di prospettiva del libro, che svolta dall’attenzione posta fino a questo punto sul conduttore-fondatore del setting di consultazione psicodinamica a quella dell’osservatore silenzioso.
Il quinto capitolo inizia con la descrizione dei modelli teorici di riferimento riguardanti l’osservazione, sia intesa come attività dell’analista, sia come precipua funzione della figura di osservatore. Vengono passati in rassegna i contributi di M. Klein con la definizione di “osservatore contemporaneamente neutrale e partecipe”; di Winnicott con l’accostamento del ruolo di osservatore a quello di madre nella condizione di “preoccupazione materna primaria” e a quello di “oggetto transizionale” che può essere fantasmaticamente creato, distrutto e ricostruito dal gruppo; di Bion quando viene affermato che l’osservatore deve essere un soggetto “senza memoria e senza desiderio”, capace di mettersi nell’atteggiamento recettivo di chi sta in silenzio, pensa, e, consapevole di non sapere, tollera, attraverso la “capacità negativa”, l’assenza di un significato manifesto. La parte più importante e, riteniamo, più originale del capitolo, forse il cuore dell’intero volume, è quella che, nel quinto capitolo viene dedicata all’esperienza dell’intervento in cui vengono descritti i momenti di elaborazione e revisione da parte di tutto lo staff. Si parte dalla costituzione del gruppo di intervisione come spazio per monitorare, attraverso il protocollo osservativo, le dinamiche riguardanti non solo il gruppo ma anche la coppia conduttore-osservatore; da questo momento in avanti viene descritta la storia del modello adottato per l’intervento, da come è nato fino a descrivere come si è modificato ed evoluto nel corso delle riflessioni, discussioni ed elaborazioni emerse dai protocolli osservativi e avvenute negli spazi di intervisione.
A questo punto del libro, gli autori hanno proposto e descritto le funzioni dell’osservatore nello specifico contesto di counselling psicodinamico di gruppo, individuandole nella condivisione emotiva con i partecipanti, nella “funzione di rêverie” o di “evento barometrico”, e nella funzione di supporto al conduttore.
Attraversando una parte dedicata specificatamente all’importanza della stesura del protocollo osservativo, il quinto capitolo si conclude con una riflessione critica sullo stesso protocollo, cercando di metterne in evidenza la parzialità dovuta all’emergere di tutta la soggettività dell’osservatore, che non può non avere un punto di vista che non sia “sporcato” dalle sue ingerenze personali e dal suo modo di vivere l’esperienza.
Dalle funzioni dell’osservatore si passa, nel sesto capitolo, a riconsiderare alcune delle funzioni già descritte in precedenza, sottolineandone la valenza terapeutica. L’effetto terapeutico viene a manifestarsi sia attraverso la coppia di lavoro conduttore-osservatore vista dal gruppo come la coppia genitoriale con la quale potersi confrontare, sia attraverso la singolarità e la specificità dell’osservatore che, come già detto nel quinto capitolo, assume una funzione di rêverie e dunque di accoglimento di quelle parti di sé rifiutate e proiettivamente identificate nell’osservatore. Inoltre il suo essere “ibrido”, a metà strada tra il conduttore e i partecipanti, se da un lato lo pone nella condizione di ponte tra i due mondi, dall’altra lo fa sentire ed è visto come estraneo, diverso, solo e dunque bersaglio di invidia distruttiva. Difatti l’ultimo elemento terapeutico riguarda la potenziale natura di capro espiatorio, di agnello obbligato al sacrificio dal gruppo affinché quest’ultimo possa redimersi e affrancarsi dai sensi di colpa.
Come si capisce da questi passaggi, non è affatto semplice gestire e farsi carico del ruolo e dei compiti dell’osservatore: è per questo che l’ultimo capitolo del libro è dedicato al tema della formazione all’osservazione. Qui dunque si discutono aspetti didattici e di training formativo, anche se si dice sin da subito che non esistono regole chiare e definite su come diventare conduttore e/o osservatore di un gruppo. Per questo motivo, nell’esperienza degli autori, ciò che ha avuto un forte valore formativo per gli osservatori è stato il gruppo di intervisione che qui viene riproposto e descritto nel dettaglio, con la valenza però di gruppo di formazione all’osservazione. Scopriamo la presenza di un osservatore aspirante che nel gruppo di intervisione osserva quanto accade tra conduttori e osservatori dei gruppi di counselling; vengono descritti i compiti formativi con cui deve cimentarsi l’aspirante osservatore per riuscire ad essere pronto all’esperienza osservativa: analisi del controtransfert, ricerca della giusta distanza, sensibilità introspettiva, capacità di sapere fronteggiare le “identificazioni incrociate” tra partecipanti e conduttore per riuscire a comprendere le ragioni di entrambi, saper essere un osservatore partecipante, che sa calarsi profondamente nell’atmosfera del gruppo pur restando in disparte e in silenzio. Tali capacità osservative vengono accostate, in conclusione al capitolo, a capacità artistiche come quelle descritte in ambito letterario da Pascoli con la sua poetica del fanciullo, o come quelle degli autori teatrali come De Filippo o Pirandello.
Il testo presenta indubbi elementi di innovazione e sperimentazione, collocandosi tra opere di carattere pionieristico e di ricerca clinica; inoltre, l’elemento che più di ogni altro avvicina il lettore ad appassionarsi e a immergersi totalmente tra le pagine del volume, ha a che vedere proprio con una spontanea e improvvisa identificazione con la figura dell’osservatore, ruolo in cui è facile riscoprirsi o ritrovarsi, sia per l’esperto o professionista di gruppi, sia per il neofita o aspirante che dir si voglia. Un libro che trasforma il lettore in “osservatore partecipante” o, se vogliamo dirla con Ruvolo nella prefazione al testo, in “partecipante osservante” che si approccia alla lettura del volume con la sensibilità ermeneutica di chi interroga sé interrogando il testo.

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