Dina Pero*, Annalisa Viali*, Luigi D’Elia**
“Non il paziente deve entrare nel nostro campo mentale, nel nostro territorio modellistico, ma noi dobbiamo “cercare” il paziente nel suo territorio, nelle sue appartenenze, nelle vicissitudini della sua storia.”. (Corrado Pontalti, 1999)
Nel presente lavoro riportiamo un’esperienza di un “gruppo a domicilio”, nato dalle difficoltà espresse da un paziente, che chiameremo Fabrizio, ad “esplorare” nuove territorialità.
Fabrizio ha 35 anni, entra in terapia nel 2006 inizialmente in un setting individuale. L’invio giunge tramite una collega di F., che ha cominciato a raccoglierne alcune confidenze ed osservarne alcune difficoltà.
F., si presenta come un ragazzo minuto, occhialuto, vestito sempre nello stesso modo anonimo, eloquio forbito e formale, occhi vivaci, aria gentile. Dopo non poche ambivalenze iniziali, F., comincia a parlare, nei primi incontri, della situazione nuova e conturbante che gli si è creata sul lavoro con l’arrivo di un gruppo di nuovi colleghi più o meno suoi coetanei che prima non c’erano e che ora lo coinvolgono in numerose attività anche extralavorative invitandolo qui e là. Queste nuove conoscenze lo svegliano da un lungo letargo e gli gettano una nuova luce sulla sua vita fino ad allora in famiglia con suo padre e sua madre (suo fratello minore lavora fuori), che egli comincia a descrivere con sempre maggiore dovizia di particolari, ma lo espongono anche a tutta una serie di difficoltà relazionali che lo rendono consapevole delle sue difficoltà e del suo radicale ed umiliante sentimento di estraneità e alienazione. Emerge una vita di totale assoggettamento, di un soldatino che esegue per filo e per segno le indicazioni impartite dal padre, ultima delle quali studiare da due anni incrollabilmente per un prestigioso concorso che si indirà forse da lì a qualche mese. Da qui si dipanano ulteriori particolari del rapporto di totale sudditanza verso questo padre verso il quale comincia ad esprimere un’ostilità sempre meno malcelata.
Emerge, piano piano, nei colloqui, la “macchina paranoica” congegnata dal papà di F., un uomo ferito e deluso da tutti, che ha precluso ai figli, fin dalla tenera infanzia, ogni genere di rapporto di amicizia mettendoli in allerta e istillando diffidenza verso tutti e tutto, emerge un clima familiare tetro, tristissimo, controllante, conflittuale a livello di coppia, ricattatorio a livello affettivo. F., non ricorda di aver mai frequentato nessuno in vita sua e di non aver mai fatto nulla senza la sua famiglia. Inutile dire che è l’intera famiglia a non muoversi mai e a non frequentare nessuno, da sempre.
Emerge anche la sfera psicosessuale di F., che appare del tutto annullata e assente, o meglio completamente negata, spostata, decorporeizzata, disumanizzata.. Mai avuto contatti fisici con nessuno, neanche con se stesso (mai avuto contatti autoerotici, mai comparse immagini sessualizzate in fantasia e nemmeno nei sogni). Una sessualità totalmente sublimata e dirottata sul “corpo familiare”. F. è lo strumento del desiderio paterno.
Dopo alcuni mesi gli viene proposto l’inserimento in gruppo, ma questo primo tentativo fallisce: per F. si tratta di un’esperienza ancora inaccessibile e conturbante. Inserimento che però viene riproposto ed avviene con successo ad un anno e mezzo di distanza dal primo tentativo.
F., entra in gruppo silenziosamente e per varie sedute rimane chiuso in un’incomunicabilità: la dimensione gruppale appare estranea e poco pensabile.
Nelle fasi iniziali, invece di incontrare l’altro, F., sembra demolirlo ed ignorarlo. Questa dinamica appare con chiarezza nel microcosmo del gruppo. Esemplificativo in tal senso è una seduta in cui invitato ad intervenire sugli argomenti riportati F., risponde “Non stavo seguendo, mi stavo appisolando un attimo, perché ho solo cinque ore di sonno.”
Solo con il tempo F., riporta la sua storia raccontando di aver comprato casa per sfuggire alla morsa paterna, una casa che però non riesce ad abitare e che sembra essere un evento di vita che “impegnando nuovi apprendimenti al confine di situazioni non familiarizzabili dai saperi precedenti, evocano un senso soggettivo di grande faticosità e stato di allarme.” (Pontalti, 1999:32).
La casa rimane troppo collegata alle dinamiche familiari e, per intere sedute, F., rimane imprigionato in dinamiche di colpa e rabbia nei confronti dei genitori che non gli permettono di rintracciare parti di sé. Racconta del difficile rapporto coi genitori da cui si sente “compenetrato, ho vissuto senza alcun desiderio per me: vedevo un uomo o una donna e per me era la stessa cosa, non provavo niente e così per altre cose…” Accusa i genitori di assoluta incomprensione verso ogni sua esigenza. Parallelamente comincia a scagliarsi con ira contro gli oggetti che rappresentano la sua nuova, terrificante, autonomia, l’automobile in primis, anch’essa acquistata da poco e costante ripresentificazione della propria umiliante maldestrezza, quindi, della propria intrinseca inadeguatezza.
Dice Pontalti “I pazienti soffrono di malattia, le persone soffrono lungo i percorsi di vita, percorsi che possono divenire intollerabilmente faticosi fino ad arrestarsi, più o meno precocemente, più o meno completamente.” (Pontalti, 2000:35).
In varie sedute, F., propone non solo la delusione per l’atteggiamento dei suoi genitori ma anche il suo sentirsi deludente, sconfitto, impotente. Riporta la sua scarsa autostima che attribuisce ad un’errata educazione familiare ricevuta, a tutti i fallimenti collezionati nella sua vita nei vari tentativi di uscire dal perimetro delle abitudini familiari (piscina, sport, patente, barca a vela) e alle conseguenti incapacità relazionali e affettive.
Unico baluardo che gli permette di sopravvivere sembra essere un amico, Pietro, di vent’anni più grande, che praticamente lo adotta e ne prende a cuore con grande umanità la condizione esistenziale. Pietro rimane per tutto il tempo disponibile e fedele amico di F., sua guida in una realtà pericolosa e incomprensibile.
Sempre F. in gruppo ripete di sentire “un giudicato interno”, un giudicato che sembra rimandare all’imposizione genitoriale, agli imperativi tramandati-ereditati.
Con le parole di G., un membro del gruppo, “…in termini giuridici il termine giudicato rimanda ad un qualcosa già processato, qualcosa di definitivo e incontrovertibile, significa che sono stati espletati tre gradi di giudizio e che dunque la sentenza è definitiva”. Gli altri componenti del gruppo gli rimandano che “i giochi non sono ancora fatti” invitandolo a sentirsi “dentro il processo in cui è possibile cambiare la sentenza.”.
Nel corso delle sedute, F., sembra recuperare una funzione ludica prima silente, quell’aspetto che Napolitani definisce “creatività”, ovvero processo simbolopoietico “una conoscenza trasformativa del mondo” (Lo Verso, 1994:101).
Esemplificativo del modo in cui F., inizia ad “operare scelte originali” è il primo sogno riportato in gruppo:
“Ero in macchina con mio fratello che dovevo accompagnare. Una volta scaricato mio fratello davo un passaggio in macchina a due persone, una donna e un uomo, perché avevo intuito che si erano persi. Subito dopo mi ritrovavo in un parco giochi, con delle altalene ma non sapevo come ci ero arrivato e mi dicevo: ‘ma non c’era una segnaletica, non c’era un divieto.’ Subito dopo, uscito dal parco, riprendevo la macchina e posteggiavo benissimo, senza troppe difficoltà….”.
F., sembra muoversi all’interno e al di fuori del gruppo in maniera differente. Nel corso di una seduta esclama: “ho avuto il mio primo crampo in piscina!”. L’aver avuto il primo crampo sembra quasi entusiasmare F., che comincia a sentire il proprio corpo e le proprie sensazioni.
F., si mostra molto più entusiasta e inizia ad esperire cose nuove senza “necessariamente pareggiare i conti con la propria famiglia”. Nello stesso tempo, F., manifesta la propria angoscia per il trasferimento nella nuova casa: “avere tutti quegli spazi nuovi mi spaventa mi chiedo cosa farò, come occuperò quello spazio… qualcosa mi sfugge ancora… mi sento molto angosciato da tutti questi cambiamenti…”
All’idea del trasferimento nella nuova casa F., associa un sogno: “mi ritrovo in una prigione, dovevo fare la doccia e mi accorgo che sotto la doccia c’era un uomo che mi assomigliava e ci ritroviamo abbracciati, nudi. Poi mi allontano perché dovevo andare a prendere le ciabatte pensando che non potevo fare la doccia senza le ciabatte… alla fine del sogno un uomo mi apre la porta della prigione e io sono libero…. “
Il sogno sembra rimandare anche ad un’altra domanda: come occupare un proprio spazio per poter funzionare e per potersi riconoscere?
Dopo pochi mesi F., inizia ad occupare la nuova casa: “ma non posso dire di abitarci perché ciò implica un viversi la casa in maniera diversa.”.
Alle difficoltà espresse da F., di abitare uno spazio, il terapeuta propone di fare “un gruppo a domicilio” raccogliendo l’unanime consenso di tutti gli altri componenti del gruppo, F., in primis. Viene precisato in gruppo che si tratta di un’esperienza “una tantum” legata precisamente alla situazione di F., e alla sua difficoltà di “abitare” uno spazio nuovo e spaventoso.
Di seguito riportiamo la seduta che, al di là di ogni spiegazione teorica, rende conto del forte impatto euristico che tale esperienza ha avuto non solo per F., ma per tutti i membri del gruppo.
F., è visibilmente emozionato e da perfetto padrone di casa mostra ogni stanza della sua nuova casa e lo splendido panorama che si può osservare dal balcone del salone. La casa è piccola ma molto funzionale.
Pur essendo molto distante dallo studio dove solitamente avvengono gli incontri, tutti i partecipanti del gruppo (tranne un’assenza annunciata) sono presenti e puntuali. Dopo i primi minuti di presentazione della casa, ricostruiamo la disposizione spaziale in cerchio, ed ha inizio l’incontro. L’atmosfera è di grande emozione, un’emozione che lo stesso terapeuta dichiara prendendo inusualmente la parola per ricordare che l’incontro si sta svolgendo a casa di F., perché il gruppo sta attraversando una fase in cui è importante confermare la presenza di una identità nuova sia per F., sia per tutti gli altri partecipanti. In questo modo il gruppo può diventare uno spazio nuovo, un nuovo campo in cui sperimentarsi.
F., prende la parola e comincia a parlare per circa mezz’ora quasi consecutivamente senza lasciare spazio agli altri partecipanti, quasi a ribadire che questo è il “mio gruppo”.
F., parla delle difficoltà ad incontrare “l’altro” e della paura di essere rifiutato. Facendo una analisi molto puntuale della sua situazione emotiva, arriva alla conclusione che il suo problema è che ha bisogno “di un padre e di una madre” ma si rende conto che non li troverà mai. Dice di provare delle emozioni fortissime nei confronti del suo amico Pietro e la sua compagna, di aver provato per la prima volta “voglia di abbracciarli”, ma di aver paura a farlo per non metterli in imbarazzo e per paura di essere rifiutato.
Anche gli altri partecipanti si ritrovano in questa paura e ognuno riporta il rapporto con la capacità di dare e ricevere abbracci.
Tutto sembra parlare di un evento nuovo, di emozioni mai provate, di voglia di incontrare ed incontrarsi, di un nuovo spazio, di porsi in relazioni con. Accanto a questa emozione, emerge anche una visione più angosciante che rappresenta il rischio di morire. Alla funzione esplorativa sembra contrapporsi immediatamente l’angoscia dell’impensabilità, del rifiuto, della propria non amabilità.
Infatti nel corso dell’incontro, E., di 30 anni, afferma di non sentire il bisogno di abbracciare; l’idea di incontrare l’altro con un abbraccio provoca in lui un senso di soffocamento che si palesa durante la stessa seduta quando tutte le donne del gruppo gli rimandano di vederlo come un “cucciolo da coccolare”. E., ha una reazione fisica immediata, si agita e quasi si sente fisicamente soffocare. Chiarisce di sentirsi soffocare da un femminile vissuto come invadente, le donne per lui “sono come suore, le suore sono come la placenta che ti rimane appiccicata addosso dopo che sei nato…”
Un nuovo spazio ha permesso di espandere la territorialità del gruppo in cui l’aspetto simbolico della placenta ha avuto un grande impatto emotivo e un valore drammatico, nel senso di “drama” che in greco significa azione. La placenta sembra rimandare ad un rapporto ambivalente: da un lato, con le parole di E., rischia di soffocare “quando ti rimane addosso dopo che sei nato”; dall’altro la placenta, che compare e funziona solamente con la gestazione, con la procreazione, permette di crescere e nascere.
La metafora della placenta per il gruppo può significare darsi una nuova forma, una nuova identità, la possibilità di esplorare nuove territorialità. In tutto ciò il set, l’assetto mentale del terapeuta, come un grembo, si è costituito come il luogo in cui il gruppo può essere concepito.
Un gruppo terapeutico solleva sempre una profonda riflessione sul concetto di efficacia e, nelle sedute successive, ci si interroga su quale sia stato l’impatto di questa esperienza sul gruppo. Sono gli stessi partecipanti a fornire un feedback, in particolare G., così commenta: “è stata un’esperienza positiva, intensa, che dovremo rifare… non è stata una gita, ma una cosa molto seria, sono usciti degli argomenti che in altri contesti non sarebbero venuti fuori… in queste settimane ho molto pensato all’immagine della placenta….”
F., afferma che “l’incontro mi ha aiutato ad affrontare i tre giorni di festa in cui sono rimasto a casa senza andare al lavoro… mi ha messo di fronte all’importanza delle emozioni…”.
Il “gruppo a domicilio” ha rappresentato una possibilità, un’occasione per andare al di là delle spiegazioni stereotipate del proprio comportamento e per pensare a sé in termini emotivi, lasciandosi trasformare dalla matrice dinamica del gruppo, definita da Foulkes (1975) “teatro delle operazioni dei cambiamenti emergenti”.
Rivivere un contesto così avvolgente ha però sopraffatto L., una paziente entrata da qualche mese che non è più tornata dall’incontro, formalmente per sopraggiunti impegni lavorativi. Per L., il gruppo è forse ancora una realtà poco pensabile, un territorio ignoto ed estraneo. Tutto ciò è forse spiegabile con ciò che Yalom (1970 tr. it. 1995) definisce “angoscia intrinseca” e che per Pontalti (Cappello et al., 1999:71) è riconducibile a quanto si verifica in ogni esperienza di passaggio fra una condizione e un’altra, tra una matrice familiare e una matrice gruppale.
Le emozioni provate hanno, inoltre, portato nelle sedute successive ad una produzione onirica trasbordante. Ipotizziamo che ciò sia dovuto ad un cambiamento nel setting- istituzione (Bleger, 1967 tr. it. 1988) che ha permesso di “depositare” aspetti vitali ed essenziali della propria personalità. In tal senso il gruppo si è costituito come un valido contenitore in cui “depositare” parti di sé prima silenti.
In particolare, un sogno di E., sembra riprendere le dinamiche gruppali del “gruppo a domicilio”:
“Mi trovo nei corridoi di una scuola, era la mia scuola ma non riconoscevo niente e nessuno. Poi devo prendere un treno e la stazione è in stile futurista con binari che passano sopra, sotto, curvano (…). Vado all’università e finalmente qui riconosco i posti e le persone e accetto l’invito di una mia amica (…). In questa stanza ci sono degli specchi che si riflettono uno con l’altro in cui vedo una scena avvenuta in passato: mia madre che si guarda allo specchio e che lo prende a testate fino a farsi uscire il sangue dalla testa.”
Alcuni membri riconducono il sogno all’immagine della placenta riportata dallo stesso E., nel gruppo a casa di F.,. “Lo specchio che si rompe con l’immagine di tua madre mi fa pensare al fatto che stai rompendo qualcosa, forse la placenta che ti restava addosso.”
In questa fase i membri si ritrovano a ricapitolare la storia familiare, ma tale ricapitolazione non è una ripetizione del passato ma si coglie un’evoluzione in cui i partecipanti possono confrontarsi su un piano differente in cui provano a dar senso alle varie vicissitudini cercando delle strategie per raggiungere una maggiore autonomia.
Per potersi separare bisogna prima trovare il filo che unisce le storie familiari. Come dice Williamson (1982) “la possibilità di riequilibrare le dinamiche intergenerazionali è la conditio sine qua non della maturità psicologica e di una reale autonomia personale…” e sembra questo il compito che vede impegnati i partecipanti del gruppo.
Il modo in cui modelli familiari e campo gruppale si riconnettono è ben rappresentato da una notizia riportata dopo alcune sedute dal “gruppo a domicilio” dallo stesso F., che racconta con particolare energia ed entusiasmo di aver scoperto di possedere un terreno. F., riporta in gruppo le emozioni provate alla vista di quel luogo: “ero felicissimo, è stato come riconnettermi con le mie origini, non sono un niente ma ho una storia, un qualcosa da cui partire per conoscere la mia storia (…).”.
L’entusiasmo e la felicità mostrata da F., esprimono il senso che questa “scoperta” ha nella sua vita. F., sembra volere guardare alla sua storia familiare cercando anche persone che la testimonino. Questa scoperta sembra inoltre rimandare ad altri mondi intessuti di storie familiari mai condivise, infatti, entrando più nello specifico, emerge che questo terreno è stato oggetto di disputa e di forti conflitti. Il padre di F., ha “sotterrato” questo terreno per recidere le connessioni con la propria famiglia di origine.
Per F., “questa nuova terra” sembra rappresentare la possibilità di accedere a quell’area del “non pensabile”, a quei “temi personali”, storicizzazione simbolica dei temi culturali familiari, definibili come costrutti cognitivi-emotivi che condensano tanto le vicissitudini esistenziali della famiglia e delle generazioni precedenti, quanto le modalità psicologiche per dar senso a tali vicissitudini. (Pontalti et al., 1985:61).
Ora F. non si sente più completamente solo e può cominciare a pensare di volersi anche un po’ più bene.
Conclusioni
Le riflessioni che l’équipe clinico-didattica (coincidente con gli autori di questo articolo) ha svolto prima e dopo questo esperimento di gruppo a domicilio sono state innumerevoli e vertenti intorno ai potenziali “rischi” che un’iniziativa del genere poteva avere, pur motivata da stringenti esigenze terapeutiche e condivisa unanimemente da tutti. Gli aspetti di novità per noi erano assolutamente speculari ai contenuti del gruppo, con tutto il corredo di timori, perplessità, dubbi del caso. Abbiamo vissuto all’unisono, traslatamente, lo stesso pericolo che ci portavano i membri del gruppo (e F., in particolare) provando a tradurlo in un’azione parlante che non fosse però un agito collusivo, un azzardo indebito. Noi come loro, assieme a loro, ci siamo voluti perdere in territori ignoti portandoci appresso, nel nostro itinerare nomadico, il bagaglio leggero dei nostri “setting interni”, e basta.
Ci siamo così scoperti ad accompagnare una gruppalità che riusciva, non solo a reggere l’emozione dell’impensabilità, ma che a partire da essa costruiva i nuovi percorsi mano a mano che la strada si svolgeva, fiduciosi di percorrerli insieme.
La possibilità di darsi nuove forme d’identità, la difficoltà ad abbracciare, la delusione nell’incontro con l’altro, l’aspetto mortifero, la difficoltà ad esplorare nuove territorialità, sono stati i temi portanti del “gruppo a domicilio”.
Per F., era difficile rappresentarsi in una territorialità altra, sembrava essere ancorato a meccanismi di colpa che non gli permettevano di rintracciare parti di sé in cui era assente la funzione esplorativa e in cui abitava una territorialità ridottissima. Proporre un “gruppo a domicilio” ha significato conoscere qual è il suo modo di esistere, “…cercare un ambito della rete in cui diventa possibile raccogliere il filo per identificare i percorsi di prime connessioni di senso” (Pontalti, 2000:36).
Il gruppo in questa fase si propone come “matrice Altra”, diversa dalla storia riportata da F., diventando un valido contesto in cui permettersi un abbraccio e in cui ci si è dati la possibilità di contattare nuove territorialità.
Riferimenti bibliografici
Bleger J. (1967), Psicoanalisi del setting psicoanalitico, tr. it. in Genovese C. (a cura di), Setting e processo psicoanalitico, Cortina, Milano, 1988.
Cappello S., Nucara G., Pontalti C. (1999), Il “cerimoniale” di ingresso nel gruppo aperto, in Gruppi n. 1, Franco Angeli, Milano.
Foulkes S. H. (1975), La psicoterapia gruppoanalitica. Metodo e principi, tr. it. Astrolabio, Roma, 1976.
Lo Verso G. (1994), Le relazioni soggettuali. Fondazione della psicologia dinamica e clinica, Bollati Boringhieri, Torino.
Pontalti C., Menarini R. (1985), Le matrici gruppali in psicoterapia familiare, in Terapia Familiare, 19.
Pontalti C. (1999), Disturbi di personalità e campi mentali familiari. Distrurbo dipendente e contesto, in Rivista di psicoterapia relazionale n. 9.
Pontalti C. (2000), Campo familiare-campo gruppale: dalla psicopatologia all’etica dell’incontro, in Gruppi n. 2, Franco Angeli, Milano.
Yalom I. (1970), Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo, tr. it. Bollati Boringhieri, Torino, 1995.
Williamson D. S. (1982), Personal authority via termination of the intergenerational hyerarchical boundary, Journal of Marital and Family Therapy, vol. 8, 7.
* Psicologa, Specializzanda COIRAG (Laboratorio di Gruppoanalisi) sede di Roma
* Psicologa, Specializzanda COIRAG (Laboratorio di Gruppoanalisi) sede di Roma
** Psicologo, Gruppoanalista, Laboratorio di Gruppoanalisi