Prospettive del dispositivo clinico del gruppo allargato

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G.Profita e G. Ruvolo

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La cornice concettuale della gruppoanalisi

Il modello gruppoanalitico pone l’accento sul processo di formazione del soggetto e del suo universo interiorizzato a partire dalle molteplici “iscrizioni” della cultura che, sin dal concepimento, intenziona il nascente secondo le forme delle identità da essa istituite e tramandate in forma di codici simbolici, cognitivi e affettivi “insaturi”, cioè potenzialmente aperti a significazioni e simbolizzazioni originali, che impregnano le trame delle relazioni tra individui lungo gli assi diacronico e sincronico tra generazioni, gruppi di appartenenza e soggetti (cfr. Ruvolo, 2000). La dimensione gruppale rappresenta il luogo culturale, mentale e relazionale entro il quale la soggettività nasce, si struttura ed evolve.

A partire da questa premessa, la comprensione dei processi psichici gruppali si costituisce quale esplorazione del legame che connette la dimensione individuale a quella culturale e crea lo spazio di costruzione e strutturazione dell’identità del singolo soggetto. La piena comprensione della realtà psichica di un individuo può essere colta solo situando la persona all’interno del contesto specifico in cui vive, della comunità, del gruppo di cui egli è parte (cfr Foulkes, 1948).

Pensare l’individuo all’interno del mondo in cui vive comporta un’operazione epistemologica di spostamento dello sguardo, ovvero significa porre l’accento sul concetto di relazione e sui processi d’interiorizzazione delle relazioni, significa pensare il processo di formazione e sviluppo della personalità attraverso dinamiche d’identificazione e differenziazione in rapporto agli elementi di identità e alterità presenti nel campo delle relazioni sociali e sullo sfondo delle matrici antropologico-culturali che lo strutturano.

Quando vogliamo comprendere i fenomeni psicodinamici specifici del campo sociale, ciò che necessita, a nostro avviso, è un ulteriore passaggio epistemologico che allarghi ed integri i referenti del campo delle relazioni familiari con quelli più direttamente collegati ai temi culturali propri del campo sociale. Riteniamo, infatti, che una lettura, come quella psicoanalitica tradizionale in chiave di simbolizzazioni parafamiliari conduca ad un impoverimento semplificatorio e riduttivo che ignora e finisce col misconoscere la qualità essenziale di quanto si svolge nel campo delle relazioni sociali.

La necessità di un salto o passaggio epistemologico risulta evidente se facciamo riferimento al confronto tra l’esperienza e la ricerca sulle dinamiche psicologiche dei piccoli gruppi e quella sui gruppi mediani e allargati. Nella letteratura consolidata sulle dinamiche psicologiche di questi gruppi più ampi viene segnalato un fenomeno tipico dell’esperienza del singolo, descritto come angoscia di smarrimento, di frammentazione e perdita di confini, con forti sentimenti di rabbia, paura, senso di impotenza. L’evidenza di questo complesso di reazioni dei partecipanti può essere spiegata e compresa in diversi modi, probabilmente tutti più o meno fondati e verosimili, anche se vanno contestualizzati nelle caratteristiche specifiche di ciascuna esperienza (per esempio il numero e la tipologia dei partecipanti e dei conduttori, le loro attese e gli obiettivi dichiarati e/o impliciti, la collocazione dell’esperienza all’interno di uno spazio istituzionale, più o meno dichiarato e condiviso, lo stile e la formazione dei conduttori, la durata e la periodicità, ecc.). Tra le ragioni di questi vissuti, quasi sempre più evidenti all’inizio dell’esperienza dei gruppi di ampio formato, ne sono state individuate alcune di più immediata evidenza “interattiva”: l’inusuale dimensione del gruppo, l’assenza di direttività dei conduttori, l’oggettiva difficoltà a comunicare senza una funzione di moderazione e senza una struttura organizzativa o gerarchica precostituita. Ad un diverso livello interpretativo l’angoscia di smarrimento viene collegata con: la perdita dei confini di identità individuale e la sostanziale anonimia di ciascuno e dell’intero gruppo; l’impossibilità di utilizzare categorie cognitive e simboliche adeguate alla dimensione del gruppo ed alle relazioni inizialmente assenti e anonime tra i partecipanti, in analogia a quelle che valgono nelle istituzioni sociali e nelle organizzazioni di lavoro, nella famiglia o nelle situazioni sociali mondane; l’assenza di “regole o codici” di condotta che orientino e che proteggano ciascuno rispetto agli altri; l’assenza di significato storicizzato della condizione del gruppo e, soprattutto, di significato condiviso; l’evidenza, via via che qualcuno interviene, che sono presenti tante differenti modalità di rappresentazione della situazione quanti sono i partecipanti. In situazioni simili possono essere tentate diverse soluzioni per contrastare o evitare queste difficoltà e frustrazioni (darsi delle regole, trovare un argomento d’interesse generale, esibirsi per ottenere approvazione, parlare sottovoce con i vicini, persino “decidere” di stare zitti e “osservare”, ecc.). Ciascun partecipante, in relazione al proprio vissuto e alle proprie modalità personali, ne sperimenta qualcuna. Tuttavia, questi tentativi si dimostreranno chiaramente inefficaci, perché non affrontano le difficoltà proprie della situazione ma le eludono. La natura stessa di queste difficoltà non ammette, infatti, soluzioni preconfezionate, né definitive, poiché il dramma dell’esperienza del gruppo allargato è strettamente connesso al fallimento di categorie cognitive e simboliche già note e operative nei contesti della vita mondana, alla necessità di creare ex novo una cultura “locale” condivisa, ed al farsi carico dei sentimenti di frustrazione, smarrimento e impotenza generati dalla mancanza di senso e dalla difficoltà a ricostruirne dei referenti nel qui ed ora dell’esperienza, compresa la paura di non farcela o di farsi/stare male anche esponendosi alla potenziale violenza degli altri senza alcuna certezza di protezione.

Un’esperienza di tal genere appare immediatamente come “non familiare”, nel senso sia letterario che metaforico di questa definizione. Riteniamo che parte della difficoltà a dare un senso a questo contesto di compresenza di molti senza una struttura predefinita, ed il senso di mancanza di adeguate categorie di pensiero per questa situazione, siano proprio connesse all’inapplicabilità delle categorie simboliche e metaforiche di tipo parafamiliare. Nonostante sia possibile fare qualche riferimento a personazioni familiari (ad es., il conduttore come genitore), tuttavia il gruppo ampio e i suoi fenomeni non trovano sufficiente e adeguata comprensione nell’accostamento alla famiglia. Questa difficoltà appartiene ai partecipanti e spesso anche ai conduttori: essere parte, diventare consapevole di essere, come direbbe Foulkes, un nodo nelle rete transpersonale del gruppo, “qui ed ora”, è tutt’altro che un’esperienza consueta e di facile accessibilità, piuttosto in un primo momento sembra essere sperimentata come angosciosa insicurezza e mancanza di orientamento. Riteniamo che questo accada anche in ragione di un modello mentale-culturale condiviso fondato sulle strutture simbolico-cognitive dei ruoli parafamiliari, ai quali ancoriamo inconsapevolmente i significati delle esperienze emotive ed affettive vissute nelle relazioni con gli altri, mentre concepiamo le relazioni nel campo sociale in maniera impersonale e non-soggettivamente sul modello delle categorie della sociologia, della statistica o dell’economia. Quadri di interpretazione questi che non possono dirci nulla di cosa accade di soggettivo nel campo sociale, e di come l’esperienza soggettiva vissuta da tante persone influenza e determina condotte e processi al livello “sociale”. L’esperienza soggettiva nel campo sociale è confrontata con la necessità di trovare un registro comunicativo e di relazione adeguato per entrare in un processo d’elaborazione dell’esperienza condivisa nel quale l’intero gruppo è coinvolto ed ogni singolo partecipante vi contribuisce. Questo è un livello d’elaborazione che i gruppoanalisti inglesi hanno definito dialogo: con tale termine riteniamo che debba essere indicato un vero e proprio percorso di processazione mentale (emotiva e cognitiva) che si svolge nella trama delle dinamiche del gruppo sia a livello verbale che non verbale, consapevole e inconsapevole, leggibile nelle connessioni di ciascun evento del gruppo, al quale tutti i singoli contribuiscono in maniera intenzionale o meno. Non si tratta, quindi, del dialogo come lo ricordiamo dalla filosofia dei sofisti in poi, quale dimostrazione razionale tendente ad individuare una verità o a raggiungere un giudizio razionalmente fondato; bensì di un lavoro d’ascolto di sé e degli altri nel qui ed ora dell’esperienza condivisa, d’incessante negoziazione emotiva e semantica tra i propri vissuti e rappresentazioni e quelli portati dagli altri.

Dialogo di gruppo e temi culturali

In questo processo dialogico collettivo di mentalizzazione il contesto del gruppo fornisce i temi culturali intorno ai quali il gruppo ed i singoli partecipanti sono chiamati (spinti dai loro stessi vissuti) a pensare insieme.

Riteniamo che tali temi siano potenzialmente infiniti, ma che, in rapporto alle caratteristiche contestuali e storiche del gruppo, di volta in volta si concretizzino su relativamente pochi e specifici contenuti, l’elaborazione dei quali rende l’esperienza del gruppo generativa, ricreativa, trasformativa ed efficace nel produrre apprendimento e cambiamento psichico. Tali temi riguardano tutti i confini dell’esperienza e della conoscenza umana: da quelli legati ai “fatti della vita” (nascita, unione, separazione ecc. , cfr Modell, 1984), alla salute, alla malattia e alla sofferenza, a quelli connessi con i processi di comunicazione, di influenza e dominio in ogni livello delle relazioni, a quelli delle culture e identità differenti che entrano in conflitto, che dialogano o si riconoscono, a quelli più vicini alla fenomenologia della società più ampia (potere, scelte politiche, appartenenze e classi sociali, conflitti storici tra popoli, nazioni, etnie), fino ai temi di carattere più squisitamente antropologico-filosofico (la morte e il senso dell’esistenza, l’etica e l’epistemologia della conoscenza, la religiosità, la giustizia …). La processazione mentale su questi contenuti non è ovviamente fondata sul metodo puramente dimostrativo-razionale del dibattito filosofico, quanto su quello costituito dall’indagine empatica continuativa (utilizzando un’efficace espressione di Stolorow, Atwood, Brandchaft, 1994) che riconnette il pensiero ai vissuti ed alle relazioni in atto nel dispositivo del gruppo, senza il riferimento ai quali ogni affermazione diviene pura razionalizzazione al servizio di bisogni e spinte inconsapevoli, dove gli altri finiscono per essere collocati nella posizione manipolatoria di oggetti-strumenti, piuttosto che altri-come-me-diversi-da-me-insieme-ai-quali-si-svolge-una-ricerca-di-senso.

In questa prospettiva il contesto dell’esperienza dei gruppi mediani e allargati è un campo relazionale sociale nel quale vengono esplorati processi psichici che sono specifici di esso.

Il setting

In generale, il setting è un sistema regolato spazio-temporalmente, artificialmente costruito; è processualmente, un campo mentale, che ha al centro della scena la relazione che s’istituisce tra due (transfert e controtransfert) o più persone (fenomeni di campo contrasferale). In quanto sistema fondato per generare e trasformare emozioni, esso è una istituzione che s’incontra e spesso si scontra con altre istituzioni (famiglia, sistema socio-sanitario, culture particolari ecc,) portatrici di altre emozioni e dimensioni culturali (quali fenomeni generati da uno specifico campo relazionale). La ricerca attuale sul setting sembra avere alcuni sbocchi obbligati: da un lato l’attenzione verso forme più perfezionate di dispositivi più idonei e sensibili ai mutamenti socio culturali imposti dalla trasformazione sociale; dall’altro le necessità di una “cura” rivolta a nuove esigenze per nuovi utenti e contesti. In particolare, la ricerca sul setting si rivolge verso la costruzione di nuove forme di dispositivi di lavoro psicologico in grado di confrontarsi con sistemi eterogenei rispetto all’intraculturalità e alla metaculturalità, attraverso l’introduzione di variazioni e modifiche tecniche che rendano possibile la relazione trasformativa in una realtà culturale in cui i fenomeni della globalizzazione rendono sempre più vario il contesto sociale e più complesse ed articolate le competenze sociali e politiche richieste alle soggettività individuali e collettive che lo abitano (Profita, Lo Mauro, 2003).

Sui temi che animano la ricerca sui dispositivi di lavoro psicologico si intrecciano le riflessioni maturate in ambiti disciplinari differenti, tra i quali in particolare, proprio sul ruolo del gruppo, la gruppoanalisi e l’etnopsichiatria. In entrambi questi modelli teorici e tecnici l’attenzione è rivolta alle dinamiche di reciproca strutturazione che intercorrono tra sistema psichico e sistema culturale; entrambi questi modelli individuano il gruppo come luogo generativo di legami di connessione e articolazione tra individuo e gruppo di appartenenza attraverso processi di identificazione e differenziane; entrambi questi modelli, infine, condividono il presupposto epistemologico per il quale non è possibile conoscere un “oggetto” senza un soggetto che pensi e distingua uno sfondo che lo contenga, questo sfondo è il setting che si configura come il contesto-contenitore, lo spazio fattuale e mentale in cui la relazione clinica si dispiega e si organizza come interazione conoscitiva e trasformativa.

All’interno di un’epistemologia della costruzione il setting s’impone all’attenzione del ricercatore e del clinico come dispositivo operazionale culturalmente determinato. In particolare, il dispositivo di gruppo allargato, proprio per le dimensioni che evidenzia, si configura come il più idoneo a favorire il transito psichico dalla mentalizzazione del familiare alla più complessa articolazione della pensabilità del sociale/culturale.

Come sostenuto da P. de Maré (1994) “il setting di gruppo intermedio è sia post familiare che pre-politico” e, aggiungiamo noi, il dispositivo di gruppo allargato si muove rapidamente verso la visualizzazione del politico e l’evidenziazione del mondo culturale da cui scaturiscono le relazioni e i vissuti dei soggetti. A sostegno di questa nostra tesi sulla particolare caratteristica del dispositivo dei gruppi allargati del resto ci sono anche le posizioni più recenti di alcuni autori di matrice anglosassone.

Esplorando la dinamica tra caos e ordine nei gruppi allargati, G. Wilke (2003) assimila il processo che si sviluppa nei gruppi allargati a quello che avviene nelle società tribali. Ogni gruppo tribale ha bisogno di un’autorità politico-religiosa che lo accompagni lungo il viaggio nello spazio-tempo dell’esistenza. Allo stesso modo, il conduttore del gruppo allargato svolgerebbe funzioni di contenimento, interpretazione e salvaguardia dello spazio-tempo, ma contemporaneamente egli è osservatore partecipante, ossia vive tutte le dinamiche transferali e controtransferali del gruppo. La posizione originale di Wilke è che il conduttore/osservatore/partecipante ha una funzione specifica che è quella di trasformare gli attacchi in dono, ossia di riconoscere l’esigenza dei partecipanti di ricostruire una “matrice di interdipendenza” e di favorire e agevolare questo processo. Questo è osservabile, in particolare, in tempi di globalizzazione, ossia in questo nostro momento storico che genera disgregazione dell’identità collettiva e individuale.

J. Triest (2003) ha messo in relazione i vissuti presenti nei gruppi allargati con quelli che si manifestano nelle organizzazioni. Attraverso l’attacco all’autorità e i ritardi alle sessioni di gruppo allargato, concepiti a volte come attacchi terroristici, i partecipanti tendono a sovvertire il sistema organizzativo da cui pure dipendono. L’organizzazione, se da un lato offre ordine e sicurezza e quindi rappresenta un valido sistema di difesa contro il caos, da un altro punto di vista restringe la libertà individuale e la possibilità di dar luogo ad un nuovo ordine e a nuove forme di pensiero.

H. Weinberg (2003) stabilisce un interessante confronto tra gruppi allargati vis à vis e i gruppi allargati virtuali su internet.  L’autore si sofferma sulle diversità che esistono tra i gruppi allargati virtuali e i gruppi allargati face-to-face, ma anche rispetto ai piccoli gruppi e alla terapia individuale.  Le proiezioni nei gruppi virtuali sono molto più massicce che nella terapia individuale e nella psicoterapia di gruppo e sembrano assomigliare maggiormente agli scambi veloci e alle scariche emozionali visualizzabili nei gruppi allargati. Inoltre nel setting analitico individuale o di piccolo gruppo le proiezioni dei pazienti hanno un rimando da parte dell’analista, ma lo schermo del computer è uno “schermo bianco” ossia è del tutto privo della voce dell’analista. Eppure, nei gruppi allargati virtuali, sostiene Weinberg, si sviluppa, almeno apparentemente, una atmosfera calda e intima del tutto diversa dall’esperienza dei gruppi allargati face-to- face. La ragione di ciò sembra risiedere nel fatto che il continuo scambio tra i partecipanti al gruppo virtuale, sviluppa l’illusione di essere in un piccolo gruppo e favorisce intimità e apertura verso gli altri.

Di particolare interesse ci sembra l’approccio di V. D. Volkan (2006), il quale propone due direttrici originali della lettura dei fenomeni dei grandi gruppi. La prima riguarda l’identità specifica dei grandi gruppi, rispetto alla quale Volkan suggerisce l’immagine di una grande tenda di tela, ponendola come tessuto-metafora del gruppo allargato in rapporto ai vestiti tessuto-metafora dell’identità individuale. Egli ha sottolineato come la funzione del leader o del conduttore nel gruppo più ampio sia rappresentata, nella metafora della tenda-pelle del gruppo, dal palo che la sostiene. Il grande gruppo diviene uno strato sovraordinato dell’identità (linguistica, etnica, nazionale ecc.) di ciascuno tramite l’esperienza formativa primaria dell’infanzia che si cristallizza nell’adolescenza; dopo tale periodo non si strutturerebbero successive eventuali appartenenze ad altri grandi gruppi di identità (per es. di carattere etnico o nazionale differente da quello primario). Un’altra direttrice concettuale di Volkan (1997, 2004, 2006) riguarda la trasmissione transgenerazionale dei vissuti storici significativi di gruppi di popolazioni. Egli denomina trauma scelto e gloria scelta i fenomeni per i quali in un momento di crisi di identità storicamente vissuta da un gruppo identificatorio di grandi dimensioni, potrà emergere la memoria collettiva di una vicenda storica passata per essere utilizzata dal gruppo quale marcatore della difesa o della riparazione dell’identità collettiva. In un caso (trauma scelto) assumerà importanza una vicenda nella quale il gruppo ha subito una ferita da parte di altri gruppi (ad es. una sconfitta in guerra o l’espropriazione del proprio territorio o una invasione), a partire dal quale prende corpo un progetto di rivincita, di vendetta o di risarcimento che restituisca l’immagine integra del valore del gruppo (come, secondo l’A. è avvenuto per i Serbi guidati da Milosevic che hanno rispolverato la battaglia del Kossovo del 1389); nell’altro (gloria scelta) viene preso un momento carico di valenze positive per l’autostima del gruppo che risponde ai bisogni di rappresentazione idealizzata condivisa dai membri (vedi il “Carroccio” per i leghisti italiani).

In conclusione  di questa breve nota, vorremmo sollecitare una maggiore attenzione riguardo alle prospettive che si aprono con i grandi gruppi clinici.

Contesti sociali in grande trasformazione creano necessità nuove di comprensione, adattamento e trasformazione di sé e delle comunità nell’ambito delle nuove forme di costruzione del collettivo. Non vi è altra risorsa per ricercare attivamente modelli mentali di comprensione del mondo sociale che quella di costruirli e sperimentarli insieme. Il dispositivo di gruppo allargato, nonostante le sue difficoltà di ordine organizzativo e gestionale ci sembra al momento l’unica strada concreta percorribile. Occorre anche una preparazione specifica dei conduttori che, come si è detto, devono essere capaci di resistere alle sollecitazioni controtransferali di questi gruppi e di leggere i fenomeni che in esso si presentano in modo adeguato alla mobilitazione emozionale che inducono.

In un recente volume che riprende il lavoro di ricerca da noi sviluppato con i gruppi di ampio formato (Profita, Ruvolo, Lo Mauro, 2007) abbiamo mostrato l’enorme versatilità ed efficacia di questi dispositivi che articolano la tradizione della cultura clinica sul campo delle relazioni socio-culturali, generando un nuovo paradigma di esplorazione e intervento applicabile a contesti e istituzioni complesse quali il mondo del lavoro e delle professioni, i processi socio-culturali connessi ai fenomeni di incontro tra identità e gruppi di appartenenza, i passaggi evolutivi problematici del ciclo di vita, i temi complessi della convivenza e della coabitazione nel mondo globalizzato contemporaneo, fino a quelli più aperti connessi al mantenimento di valori di democrazia, etica e giustizia nelle relazioni personali, istituzionali e nelle comunità locali. Pensiamo che lo sviluppo ulteriore di questi dispositivi clinici-gruppali costituisca una prospettiva di sicuro interesse nell’innovazione socio-culturale della tradizione gruppoanalitica.

BIBLIOGRAFIA

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Profita, G., Lo Mauro, V. (2003), “Setting terapeutici come luoghi di ancoraggio comunitario. Esperienze cliniche con pazienti migranti”. In Gruppi, 5, pp. 117-127.

Profita, G., Ruvolo, G., Lo Mauro V. (2007), Transiti psichici e culturali. Una prospettiva culturalista sulle dinamiche psicologiche dei gruppi mediani e allargati. Ed. Libreria Cortina, Milano.

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Volkan, V. D.,  (1997).  Bloodlines:  From Ethnic Pride to Ethnic Terrorism. Farrar, Straus and Giroux. New York.

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