di Giuseppe Ruvolo
PLEXUS è un termine ripreso da S. H. Foulkes, utilizzato per indicare la complessità vitale, intersoggettiva, di un gruppo umano che ha un effettivo radicamento nella vita sociale, indipendentemente dai suoi scopi, dalla sua dimensione e dalla sua struttura.
Mi piace aprire la prima uscita della nostra rivista affermando che essa contiene tutti i vantaggi di nascere all’interno di un PLEXUS scientifico e professionale quale quello del Laboratorio di Gruppoanalisi (LdG) e si propone di tesaurizzare le risorse interne di esso, raccogliendone il lavoro scientifico e professionale non soltanto per comunicarlo e proporlo al confronto con le altre comunità di esperti del settore, ma considerato lo strumento mediatico che la veicola, per rivolgersi ad un pubblico molto più ampio, costituito da quegli stessi soggetti ai quali il lavoro e la ricerca sviluppata dai colleghi del LdG prende origine ed ai quali è destinato: pazienti, famiglie, servizi sociali e sanitari di ogni tipo, referenti di organizzazioni e istituzioni sociali, semplici cittadini più curiosi di conoscere cosa fanno e cosa propongono gli esperti di gruppi umani ecc..
Allo stesso tempo formulo l’auspicio che la rivista non rimanga semplice espressione della comunità di specialisti che la sviluppa, che non abbiamo alcun timore di andare quanto più possibile oltre i limiti di un’impresa editoriale che – sia pure di buon livello – resti ancorata a un dialogo interno, tra coloro i quali pensano in maniera simile, fanno un lavoro di nicchia, o, peggio ancora, perdano di vista il rapporto col mondo esterno (scientifico, istituzionale, sociale, politico ecc.) e rimangano arroccati a quadri concettuali ed operativi che assumano le sembianze di ideologie da rinforzare tramite compiacenti conferme autoreferenziali tra membri della stessa associazione.
Tra i vantaggi del PLEXUS associativo va citato innanzitutto l’entusiasmo dei più giovani, senza il quale questa impresa non sarebbe nata. Vero è che da diversi anni, considerata quanto meno la quantità di contributi prodotti da molti professionisti e ricercatori del LdG, è stato auspicato di progettare una rivista specialistica che sapesse comunicare gli sviluppi sempre più ampi e versatili del lavoro e della ricerca attraverso i gruppi. Tuttavia, solo quando Antonella Tartaglione e Giusy Tozzini (due specializzande del training di gruppoanalisi della sede romana della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della C.O.I.R.A.G.) hanno espresso con la loro carica di fattivo entusiasmo la proposta concreta, solo allora la rivista è nata, nascita immediatamente protetta e raccolta da Corrado Pontalti e Luigi D’Elia che l’hanno fatta rimbalzare immediatamente nelle altre sedi del LdG, dal Piemonte alla Sicilia, coinvolgendo tutti coloro che avevano già in animo questa impresa ed altri che via via si sono generosamente resi disponibili.
Eccoci, dunque, alla prima uscita.
Quale altro tema avremmo potuto affrontare più immediatamente se non quello delle “Variazioni dei setting gruppali”?
La ricerca sulla teoria della pratica e sulla praticità del lavoro psicologico tramite dispositivi di gruppo in ogni contesto della vita sociale e istituzionale e con un’ampia gamma di declinazioni degli obiettivi (dalla classica terapia analitica di gruppo, al lavoro clinico-sociale, all’analisi e intervento istituzionale, ai programmi di sviluppo di comunità, dei servizi, di formazione ecc.) è il pane quotidiano masticato e digerito da tutti i colleghi del LdG, sperimentato e tramandato nei continui scambi e nella formazione dei giovani colleghi. La continua ricerca sulla versatilità dei dispositivi gruppali esprime l’attenzione qualificante dello stile rigoroso e sempre proteso ad andare verso i bisogni emergenti delle persone e delle formazioni sociali nel mondo contemporaneo, cercando i modi attraverso i quali offrire risposte concrete e contestualizzate, dovunque ci sia una domanda di comprensione, di aiuto, di promozione dello sviluppo di soggetti, famiglie, organizzazioni, istituzioni e comunità.
La parte relativa al tema monografico di questo numero è avviata dal lavoro di Profita e Ruvolo, centrato sul dispositivo dei gruppi di ampio formato. Gli AA evidenziano come il dialogo che nasce dall’esperienza in questi dispositivi generi specifici temi culturali trattabili come veri e propri laboratori di processazione mentale di altrettanti nodi delle matrici culturali dei partecipanti. Essi sottolineano come questo tipo di setting richieda una conduzione fondata su una epistemologia che F. Dahlal chiamerebbe quella di Foulkes radicale: superamento della fantasmatica parafamiliare, consapevolezza dei fenomeni embricati tra soggettività individuali e saldature gruppali connesse ai temi culturali ed ai movimenti emotivi confusivi e di contagio tipici delle formazioni collettive, capacità di coniugare l’estrema versatilità dei contenuti (temi culturali contestualizzati) e degli obiettivi di questi formati gruppali.
Pero, Viali e D’Elia (i primi due sono ancora specializzandi della Scuola di Psicoterapia C.O.I.R.A.G.) nella loro descrizione di un setting di “gruppo a domicilio” ci mostrano come in realtà il processo di sostegno psicoterapeutico possa (e forse dovrebbe nella maggior parte dei casi) estendersi oltre il dispositivo “protetto” della stanza di una istituzione (o di uno studio privato), sempre parzialmente artificiale rispetto al confine con lo spazio mondano della vita sociale e interpersonale; il loro caso parte come una consueta tradizionale psicoterapia individuale che, prima, diventa gruppale e, infine, ha l’originale obiettivo di portare il gruppo al domicilio del paziente, accompagnandolo, tramite il gruppo terapeutico intero, nel cruciale passaggio verso quella vita sociale da sempre a lui preclusa da una condizione familiare mentalmente e fattualmente imprigionante.
Questa “variazione di setting” è probabilmente da annoverare in quella grande famiglia di nuovi dispositivi, buona parte dei quali ancora inesplorati, che conducono la psicoterapia e gli psicoterapeuti, soprattutto quelli gruppalmente attrezzati, nel cuore stesso dei “plexa socio-culturali” dove si annida l’origine e allo stesso tempo la massima potenzialità della reintegrazione al vivere sociale, alla soggettività e alla creatività entro la comunità umana locale.
Nel saggio sulle prospettive psicoterapeutiche della comunità per il disagio mentale emergente, Barone e Bruschetta si interrogano sul mandato sociale oggi individuabile per la cura psichica a partire da un’ampia disamina dell’evoluzione storica del rapporto tra famiglia, modello sociale post-moderno e psicopatologia. Essi colgono con molta acutezza i confini e le articolazioni problematiche tra costruzione del mondo soggettivo della persona, ruolo dell’istituzione familiare e sollecitazioni conflittuali provenienti dai modelli di identità prodotti nelle nuove comunità urbane mobili, turbolente e frammentarie. “Essere se stesso nella molteplicità delle relazioni interpersonali, che sono a loro volta strutturate dalla molteplicità dei campi sociali: sembra essere questa l’utopia psicologica della nostra epoca!” Per affrontare questo compito impossibile, la psicoterapia non può ignorare le risorse pur sempre presenti della comunità in funzione non soltanto degli obiettivi di sostenere i processi di soggettivazione e mentalizzazione indispensabili per l’integrità della persona, ma soprattutto di prendersi cura della relazione tra questi e i processi di socialità e radicamento comunitario locale, senza i quali nessuna cura psichica ha esiti durevoli.
La sezione Esperienze cliniche nel sociale contiene due lavori che articolano la costruzione di dispositivi gruppali su contesti istituzionali specifici, in un caso quello del processo di inclusione lavorativa che utilizza le risorse dei gruppi mediani, nell’altro all’interno della pratica delle comunità terapeutiche, nelle quali – come argomentano Alba e D’Elia – il lavoro di fondazione dei gruppi (quelli che curano e che guariscono, per riprendere una affermazione ricorrente di Franco Fasolo) si sviluppa all’interno di una concezione della comunità come “cantiere aperto”, aperto non solo in relazione al mondo sociale esterno, ma soprattutto perché pensato come continuo generare di dispositivi aggregativi gruppali che ne costituiscono l’anima germinativa vitale, essenziale al processo terapeutico.
Nella sezione Clinica e istituzioni pubblichiamo l’introduzione al lavoro di riflessione storico-istituzionale di Giacomo Di Marco contenuto nel volume “L’albero della cuccagna, gli anni della psichiatria italiana”.
Il lavoro di Profita e Di Paola apre la sezione Etnopsicologia ed etnopsichiatria proponendo la concezione del “bambino antenato dei genitori” quale elemento di rappresentazione culturale che evidenzia la radicalità delle differenze di fondazione culturale delle strutture immaginarie delle relazioni e dei ruoli familiari. Tali differenze producono non soltanto diverse concezioni della psicopatologia, ma più ampiamente danno luogo a pratiche di cura e di costruzione dell’identità molto distanti da quelle che conosciamo e pratichiamo nell’ambito della nostra cultura occidentale.
Nella stessa sezione segue il contributo di Cianconi e Di Mauro che offre una disamina dei concetti di legame e di dipendenza, evidenziandone i caratteri antropologici e alcune derive psicopatologiche.
Per la sezione Altri orientamenti presentiamo un lavoro di A. Sordano che riguarda un gruppo di psicodramma in età evolutiva. Un lavoro molto interessante per l’applicazione a questa fascia di età alla quale i dispositivi di gruppo negli ultimi anni sono sempre più dedicati in Italia.
Buona lettura, grazie a tutti quelli che hanno collaborato e …auguri alla rivista.