“Disidentità e dintorni” Anna Maria Ferraro, Girolamo Lo Verso. Franco Angeli Editore
Recensione a cura di: Dott.ssa Emanuela Coppola[1]
I libri migliori sono quelli che sanno non solo creare personaggi intramontabili ma anche rinvenire, seguendo trame scintillanti, i luoghi in cui dimora l’essere. “Disidentità e dintorni. Reti smagliate e destino della soggettualità” è un testo che racconta la storia psichica dell’uomo post-moderno.
Un testo che conservando rigore intellettuale sommuove evocazioni artistiche, letterarie, filosofiche perché si snoda nel percorso topografico del Sé che diventa il fraseggio di incontri con le molte forme e figure dell’umano. Siamo nell’intrapsichico e nell’extrapsichico allo stesso tempo. Per mezzo del simbolo, la teoresi gruppoanalitico soggettuale conduce alla trasfigurazione dell’identità che ora è una rete allentata, sfibrata, smagliata; ora è un fluido che cambia stato, la disidentià è il suo solvente e la dilania fino all’evanescenza dell’inorganico; poi torna stoffa ma è di organza, porosa e aeriforme, pregevolissima e inconsistente, luccicante in superficie ma dentro chiaroscurata dai bui anfratti del non-essere.
L’identità è indagata attraverso la rilettura del transpersonale (Lo Verso,1994). La sistematica e incisiva ricapitolazione dei cinque livelli è impreziosita da un’accurata analisi delle “fibre” che ne compongono l’intricata tramatura. Ad ogni stratificazione è presente una rivelazione di sbalzi, scuciture, smagliature che sin dal primo istante dirigono il lettore al cuore della questione.
La versione che gli autori propongono è quella di un mondo interno che sta progressivamente perdendo consistenza, simulando un’atrofia multisistemica dove la degenerazione si dilata orizzontalmente e verticalmente e l’indigenza relazionale si estende senza posa in tutte le direzioni. La rarefazione della mitografia familiare e transgenerazionale dà il via all’assottigliamento dei campi multipersonali fin anche a corrodere il nucleare asse genitoriale. La coartazione delle possibilità relazionali si registra già sul piano topografico, dunque, provocando un restringimento dei livelli potenziali di articolazione del Sé. Da un punto di vista qualitativo la latitanza del codice etico-normativo, che fa da contro altare all’inflazione di quello affettivo-ancillare, sancisce l’impossibilita di appartenere ad un ordine che strutturi e contenga e che tracci i precisi confini dell’essere e del non essere, del bene e del male. L’atteggiamento disfattista del genitore dinanzi alla sua missione pedagogica è la spia rilucente di una società “molle”, ipotonica che rinuncia a generare “individui”, perché per individuarsi, per essere unici si deve prima essere stati molti, assoggettati alle forze superegoiche del famigliare. Se questo non è più possibile, se il transpersonale si spopola, il sentiero che porta alla separazione-individuazione si sgretola irrimediabilmente lasciando al suo posto l’angoscia bianca del vuoto esistenziale. Il vuoto non è depressivamente la mancanza di qualcosa, ma è la deficitarietà primordiale di in-scrizioni tranpersonali, fondamento strutturale dell’essere stesso. Si tratta di un testo di pregevolissima fattura che da una specifica postura clinico-riflessiva guarda all’essere sollevando la necessità di stringere i nodi della maglia identitaria per fortuna ancora, se pur sommariamente, intrecciata.
[1] Interna Insegnamento di Psicoterapia – Prof. Girolamo Lo Verso, Università degli Studi di Palermo.