Territori in controluce. Ricerche psicologiche sul fenomeno mafioso

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Antonino Giorgi, Serena Giunta, Emanuela Coppola, Girolamo Lo Verso. Milano: Franco Angeli, 2009

Recensione a cura di: Dott.ssa Paola Cavani

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L’individuo, seguendo un vertice interpretativo epistemologicamente complesso, oltre ad essere un prodotto eminentemente relazionale, che nell’essere-con crea le sue connessioni intrapsichiche e le arricchisce di senso, risignificandole, agisce e si muove all’interno di uno spazio pieno, etnico-abitativo, fatto di codici, convenzioni e connessioni implicite ed esplicite, che nel momento dell’azione rielaborativa dell’uomo sul mondo agiscono retroattivamente, definendolo a loro volta: un topos spaziale e culturale che sembra narrare uno specifico topos psichico che a sua volta porta nella sua filigrana la morfologia territoriale che lo ha nutrito.

Muovendosi all’interno di questo orizzonte teorico, il testo di Giorgi A., Giunta S., Coppola E. e Lo Verso G. propone una modalità pionieristica ed innovativa di lettura del fenomeno mafioso che, adottando una prospettiva micro-analitica, è in grado di scandagliare le declinazioni “locali” del più generale psichismo mafioso.

Nel corso degli ultimi anni, le Cattedre di Psicologia Dinamica, Clinica e Psicoterapia dell’Università degli Studi di Palermo hanno coordinato due progetti di ricerca ministeriali (PRIN 2004; PRIN 2006) nel corso dei quali sono state indagate le modalità di funzionamento psichico degli uomini di Cosa Nostra, le vie di sviluppo, mantenimento e trasformazione del fenomeno mafioso nel corso del tempo, nonché le ricadute a livello psichico che tale organizzazione criminale ha su chi con essa condivide lo spazio sociale; tale analisi è stata poi progressivamente estesa anche ai fondamentalismi del panorama italiano, dando vita così ad una feconda opera di confronto fra Cosa Nostra, Camorra e ‘Ndrangheta.  Parallelamente al bisogno di allargare al continente il raggio d’azione della ricerca, si è avvertita però la pungente necessità di una sorta di ripiegamento intra-regionale, andando a intercettare le puntuali concrezioni che compongono lo psichismo mafioso all’interno di singoli specifici territoriali, nella consapevolezza che “la presenza umana si progetta nel mondo relativamente alla memoria transpersonale del luogo in cui viene <<gettata>>” (p.38): qui, la genesi di questo testo.

Gli autori, prestando la prospettiva gruppoanalitica soggettuale alla lettura del fenomeno mafioso, portano avanti una pregevolissima opera analitica dell’intreccio tra mafia e territori, mettendo a punto, a partire dalla tecnica del focus group, un nuovo dispositivo in grado di tenere insieme ricerca clinica e psicosociale: i gruppi di “elaborazione clinico-sociale”.

All’interno di tali assetti operativi, condotti secondo un vertice psicodinamico e gruppoanalitico, gli Autori colgono il complesso con-fondersi tra un “li e allora” individuale ed il “qui ed ora” dell’accadimento gruppale, facilitando l’individuazione, all’interno di una trama poliedrica e multiforme, di un ordito costante in grado di parlare il linguaggio di un transpersonale etno-antropologico che sostanzia una particolare forma di sicilianità; una sicilianità “altra” fatta di opache e impenetrabili simbolizzazioni emotive altrove date, pensate, poste e in-poste ma iterativamente rivissute di generazione in generazione, di vita in vita.

L’innovazione più feconda di tale lettura complessa sta però proprio nella prospettiva “micro contestuale” adottata, figlia dei macro modelli esplicativi del fenomeno mafioso, che consente un penetrante strabismo interpretativo, capace di tenere insieme le singole realtà territoriali, al cui interno lo psichismo mafioso si declina in modo peculiare ed irripetibile, e il più vasto universo sociale, in cui individuo, realtà mafiosa e appartenenze territoriali si incontrano, dando luogo a meta-interpretazioni e letture trasversali che delineano topografie psico-territoriali altrimenti impalpabili. I gruppi di elaborazione clinico-sociale divengono quindi il proscenio in cui l’ideografico ontologico, il nomotetico filogenetico-transpersonale e la storia territoriale si incontrano nel confronto fra le singole storie di convivenza con la violenza mafiosa, aprendo varchi ad un pensiero elaborativo in grado di trasformare spinte centripete, che parlano di paura, rassegnazione, impotenza e bisogno, in movimenti centrifughi, fatti di fiducia, coraggio e autodeterminazione desiderante.

Si tratta quindi di progetto di ricerca che, osservando al negativo i singoli territori considerati, ne coglie somiglianze trasversali e unicità irripetibili, rinsaldando il legame heiddegeriano uomo-mondo e sottolineando ancora una volta l’importanza della parlabilità e del distanziamento evolutivo dal proprio humus primigenio come strumenti per il passaggio da paradigmi esistenziali dalle fattezze mitologiche a mortali, quindi umani, copioni storicizzati.

Il libro, inoltre, evidenziando le relazioni circolari fra sviluppo economico, potere mafioso e beni relazionali, porta avanti una sottile ma coraggiosa opera di denuncia delle carenze di sviluppo locale e del depauperamento delle relazioni solidali nei territori considerati, e indica al contempo future prospettive di intervento, coniugando così feconde ricadute fattuali ed eleganza teorico-speculativa.

Partendo dal topos marsalese della portualità aperta sul mediterraneo, si passa attraverso la roccaforte psichico-territoriale campobellese, salendo fino alla terricola mafia corleonese e poi più in la, fra i brulli paesaggi di Palma di Montechiaro, surreale crocevia di più province in cui la mafia si chiama Stidda, per ridiscendere fino all’altra sponda dell’isola su cui si adagia il distaccamento residenziale della mafia cittadina, Bagheria: all’interno di questo vagabondaggio isolano gli Autori delineano magistralmente un patchwork territoriale poliedrico e multiforme, fatto di spaccati psico-antropologico-culturali irriducibilmente dissimili ma al contempo figli di un’unica invariante, se non solo epidermicamente, madre: una “Cosa Nostra” che si spalma arrogante sull’identità di una terra in cui però, nonostante le ferite, il mare si indovina sempre tra gli ulivi

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