La Terapia Fuori dalla Stanza: per un’agorafilia della cura

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Antonino Aprea

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“Dobbiamo riconoscere come degne di fiducia solo le idee che comportano l’idea che il reale resiste all’idea” [Edgar Morin]

“Noi ateniesi sappiamo dar  prova di estrema audacia e nello stesso tempo sappiamo dar prova di non intraprendere nulla se non dopo matura riflessione. Negli altri, l’ardimento è un effetto dell’ignoranza entre la riflessione genera l’indecisione” [Tucidide]

Le riflessioni che seguiranno sono un tentativo di rendere adeguatamente ragione delle complesse scelte che una gestione di un percorso terapeutico, per sua stessa natura dilemmatico, regolarmente comporta. In senso ancora più specifico la ragione che si intende rendere è qui da concepirsi come disponibilità del terapeuta a dare evidenza al processo di pensiero che accompagna e guida, anche in itinere, la costruzione continua di un progetto di cura.

La presenza del dilemma in terapia, nonché la faticosa e operosa sosta di fronte ad esso, ci paiono essere condizioni essenziali  per dare slancio al processo conoscitivo della nostra disciplina. Questo compito è ineludibile se la psicoterapia vuole raccogliere la sfida di una realtà clinica e concettuale in evoluzione e sapersi rinnovare.

Lasciare che il paziente possa porci, nella fatica del suo esistere nella vita (e dunque anche con noi), senza essere silenziato o precocemente (e difensivamente) interpretato, questioni scomode per i nostri assetti procedurali interiorizzati, automatizzati e non di rado, sacralizzatisi, forse è l’unica opportunità che abbiamo per elaborare e affinare strumenti concettuali in grado fondare una comprensione e una cura rigorosa della sofferenza mentale.

La ripetitività stereotipata della configurazione dei progetti di cura, il loro sostanziale scollamento metodologico dalle premesse teoriche sulla natura della psicopatologia e dalle caratteristiche della specifica situazione clinica in esame, rischiano di tradursi in una rigidità di procedure che è un vero e proprio “rigor mortis” per la materia viva della mente. Tutto questo può cooperare in maniera perversa a fare dello spazio di dialogo intimo, critico e dialettico della psicoterapia un luogo sostanzialmente chiuso, angusto, claustrofobico.

Il lavoro psicoterapeutico di connessione che il terapeuta deve saper mettere in campo per rendere comprensibile, quindi pensabile, il suo lavoro, a sé, al paziente, ai familiari e ad ogni persona coinvolta lo porta invece, non occasionalmente, a produrre aperture e, quando occorre, anche ad uscire fuori dalla stanza. Questo movimento se opportunamente pensato e gestito può rivelarsi uno straordinario arricchimento del processo di cura e non di rado essere l’unica via praticabile per renderne possibile l’esistenza o il suo proseguimento in momenti critici.  Ma per non essere velleitaria e confusiva l’uscita va sostenuta da un rigoroso sforzo, continuamente rinnovato,  di comprensione.

Di questo sforzo, dei suoi esiti e dell’avventura conoscitiva a cui ha dato slancio, vorremmo ora parlare, lasciando alla conclusione di questo breve scritto le ossigenazioni di senso e le vertigini, che lo spazio aperto della terapia nella vita ha per noi comportato Per farlo ci affidiamo alla memoria di quello che è accaduto in uno snodo importante, forse decisivo, di un percorso di cura.

Incontro Fabrizio non troppo lontano dallo studio alla fine del mio lavoro. E’ lui da lontano a riconoscermi e venirmi incontro. Mi saluta affettuosamente. Gli dico che ho pensato ad una enoteca lì vicino come luogo in cui poterci parlare. Sono tre settimane che non ci vediamo. Le nostre comunicazioni dall’ultimo incontro individuale sono passate sul filo dell’sms.

Non è stato facile per me accettare l’idea di vederlo “fuori dalla stanza” e, soprattutto, non è stato facile costruire intorno a questa possibilità di incontro un pensiero clinico rigoroso, vincolato alla sua situazione personale e alle riflessioni su quanto emergeva negli incontri individuali e di gruppo.

Fabrizio non veniva più in terapia da quando avevamo affrontato insieme la delicata questione della conclusione del suo percorso individuale, per lasciare che lui proseguisse la terapia di gruppo che aveva intanto iniziato, sempre con me, da circa cinque mesi. Eravamo peraltro in un momento estremamente complesso della sua vita. All’età di 37 anni, con una faticosità e un’incertezza figlie dei percorsi tortuosi della sua storia,  si stava per la prima volta muovendo con una certa decisione fuori dal recinto del suo mondo “sommerso”.

Fabrizio si barcamenava tra un lavoro a nero come meccanico e il subaffitto illegale delle stanze di una casa in cui lui stesso viveva e di cui era diventato da qualche tempo il titolare del contratto. In entrambi i casi l’illegalità era per lui l’unica modalità possibile di rapporto con un mondo sociale inaccessibile, condannato ad esistere nella sua mente come un ignoto profondo e minaccioso. L’esito di ciò nella sua vita era una marginalità sociale che portava il segno psicopatologico della perdita della capacità e della volontà di intenzionarsi in un mondo comune.

Dopo molte riflessioni, stimolate anche dalla ricchezza degli incontri psicoterapeutici di gruppo, Fabrizio aveva fatto il grande passo di adoperarsi per rilevare una delle due quote di una officina di un suo conoscente. Ma dal buio della cantina del suo lavoro sommerso alla luce dell’officina su una grande e trafficata strada di Roma, il passo era più lungo del previsto e, soprattutto, più insidioso.

La terapia, soprattutto negli incontri individuali, diventava una riflessione centrata esclusivamente sui passaggi concreti, sul fare. Nel gruppo Fabrizio scontava la vergogna per l’impasse in cui si trovava. Ancora una volta gli sembrava di trovarsi nella condizione di aver annunciato a tutti un cambiamento che, alla prova nei fatti, non si realizzava. Per lui questo fallimento si condensava in una immagine: era come se cercasse di scavalcare un recinto in cui si sentiva rinchiuso. Fuori di esso vedeva nuove prospettive di vita. Eppure prendeva la ricorsa e non riusciva a scavalcarlo. La terapia lo spingeva, ma quasi contro il recinto, non oltre esso.

Dal ritorno dalle vacanze estive in poi, per ben quattro incontri consecutivi, Fabrizio mi chiedeva di spostare il nostro incontro individuale, fissato per il martedì. L’incontro era sistematicamente recuperato il giovedì, giorno della seduta di gruppo. Focalizzandomi su questi ultimi particolari e sul fatto che la socialità del gruppo diventava per tutti più intima e meno anonima, iniziavo a pensare che per Fabrizio il gruppo stesso era ora maggiormente abitabile e che poteva allora diventare l’unico spazio della sua terapia.

Proponevo allora queste mie riflessioni a Fabrizio, ma invece di lasciare uno spazio di mentalizzazione dell’importante passaggio, spingevo il piede sull’acceleratore e individuavo sull’agenda una data conclusiva dei nostri incontri duali: da lì a due settimane (sic!).

Da questo incontro in poi Fabrizio iniziava a disertare la terapia, individuale e gruppo. Il transito era  impossibile, il ponte tra due campi mentali era crollato, forse addosso a lui. Lo spazio di riflessione della supervisione lo metteva in evidenza nella sua ruvida plasticità: non il ragionamento clinico sembrava errato ma la traduzione di esso in una operatività che la mente di Fabrizio non poteva assumere con quel ritmo incalzante. Fabrizio mi avvertiva delle sue assenze attraverso gli sms. Le sue parole diventavano sempre più laconiche e dure. Dai suoi brevi scritti trapelava una critica, quando non una franca ostilità.

Accettando l’unico canale di comunicazione ancora transitabile mi rendevo conto che era mio compito mantenere tra noi il filo del dialogo. Gli comunicavo dunque con sincerità che rispettavo la “pausa di riflessione e di riposo” che si era offerto, ribadivo la mia presenza, la mia accessibilità in ogni momento, garantendogli l’attesa e, soprattutto, la tutela di essa.

Era a questo punto che mi arrivava un messaggio di fronte al quale, come terapeuta, vacillavo sull’orlo del mio ignoto professionale. Fabrizio avrebbe voluto incontrarmi in un luogo diverso da quello dello studio per parlarmi di sé e di quello che aveva pensato nelle settimane di assenza  della terapia. La prima domanda che si affacciava nella mia mente era di carattere assoluto, ontologico: “Si può fare?”. Non “posso farlo in questa situazione specifica, con questi vincoli che da essa derivano, e con questa comprensione di quello che sta accadendo”. Niente di tutto questo. L’unica domanda era se potevo sfidare la sacralità di un tabù della prassi: “Si può fare?”. Fortunatamente non pensavo da solo in questa situazione. Confrontandomi con il mio supervisore quasi mi sarebbe venuto di rivolgere a lui quella domanda, appoggiare sulle sue spalle il peso del mio conflitto “etico”.

Ma il bene e il male non sono categorie che orientano, nella loro assolutezza, le scelte in psicoterapia e il suo suggerimento mi aiutava a ricordarlo: bisognava intanto capire a cosa pensava Fabrizio, quale tipo di incontro aveva in mente, e comprendere da dove veniva la richiesta.

Al telefono Fabrizio mi spiegava di sentire l’esigenza di poterci parlare in una atmosfera meno formale di quella dello studio, caso mai “davanti ad un bicchiere di vino”. Mi riservavo di pensarci su, volendo decidere con calma la cosa più utile da fare per tutelare il nostro lavoro di terapia. Probabilmente già da questa risposta telefonica iniziavo a rendere pensabile a Fabrizio (e a me stesso) che questo nostro incontro era dentro la terapia, nella trama profonda della costruzione di senso che abbiamo tessuto per due anni, non fuori da essa.

Benché la richiesta segnalasse una esigenza di discontinuità iniziavo a pensare ad essa come qualcosa che poteva sposarsi, o quanto meno convivere,  con una immutata continuità: quella del pensiero clinico sulla situazione di Fabrizio, pensiero di cui mi facevo garante con la mia stessa esigenza di pensare. Maturavo, non senza travaglio, la consapevolezza di non poter capire quello che stava accadendo a Fabrizio con gli elementi che avevo, e tanto meno impedirmi di conoscere e comprendere ancorandomi alle regole dei libri, che, purtroppo, nulla sapevano della storia di Fabrizio e del suo percorso di terapia. Mi risolvevo dunque ad accettare l’invito.

Con Fabrizio stabilivo l’appuntamento in una breve e cordiale telefonata di qualche ora dopo. Entrando nell’enoteca sapevo che quel luogo era l’unico spazio di terapia disponibile dopo che la mia indebita accelerazione aveva reso impraticabili gli altri due luoghi: la stanza degli incontri individuali e quella contigua del gruppo. I locali dell’enoteca non sono poi in fondo così lontani dallo studio (siamo sulla stessa strada). La vicinanza fisica sosteneva in me la convinzione di una connessione di pensiero tra ciò che in quei luoghi accadeva.

Chiarite dunque le sue premesse torniamo dunque all’incontro. Fabrizio gradisce il locale  e apprezza la mia scelta di aver prenotato. L’intimità è tutelata, il luogo dell’incontro è stato pensato e protetto. Siamo concordi nell’ordinare un bicchiere di vino. Fabrizio sceglie un vino campano, in omaggio alla mia terra. Quella scelta prelude ad una sua riflessione: “Lei è di Napoli, o lì vicino. A volte mi chiedo come mai ha dovuto spostarsi a Roma. Penso che avrà avuto i suoi buoni motivi. Forse quello che voleva realizzare era impossibile lì”. Gli rispondo che lui stesso negli ultimi incontri aveva più volte accennato alla possibilità di andare a lavorare fuori Roma, se fosse naufragato il progetto dell’officina. Mi dice che gli fa piacere che lo abbia ricordato perché proprio su questo ha da muovermi una critica. Ritiene che sia trapelato spesso dalle mie parole una sorta di pregiudizio per questa scelta possibile: “mi sembra che l’ha vista sempre come una specie di fuga”, osserva.

Fabrizio coglie nel segno. Rifletto sul fatto che vale per lui ciò che è valso anche per me, nella mia vita. Questo pensiero mi sorprende e mi addolora. Perché non ci ho pensato prima? Perché non ho riconosciuto a Fabrizio il diritto di andare via, richiamandolo, con una certa petulanza, alla questione dell’officina?

Condivido con lui alcune riflessioni che ho fatto durante il tempo in cui non ci siamo visti. In particolare gli dico che non credo di averlo sufficientemente tutelato nel passaggio dall’individuale al gruppo, non gli ho consentito di pensarci su adeguatamente. Aggiungo che l’enoteca in cui siamo è forse diventata l’unico spazio possibile per continuare a pensare insieme perché, in mancanza di questa tutela, le stanze dello studio sono divenute inabitabili: da una era invitato velocemente ad uscire, nell’altra sentiva di essere a contatto con un mondo ancora troppo straniero. Fabrizio mi ascolta con attenzione. Mi dice, che dal suo punto di vista, questo può essere vero, ma in parte. La questione che lo ha indotto ad “autoproteggersi” è anche un’altra. Prende una pausa, sorseggia il buon vino rosso che ha davanti e aggiunge: “sentivo che tutta la mia vita doveva passare da quella officina. Nonostante gli sforzi, non riuscivo ad arrivarci e molte delle cose che mi diceva mi inducevano a tentare ancora, ancora e ancora. Ma mi stavo facendo male, mi schiumava il cervello”.

Aveva deciso allora, anche grazie alla vicinanza affettuosa dei suoi amici intimi, che era opportuno prendersi una vacanza, il suo cervello non poteva più continuare a schiumare. Voleva guardare la sua vita da un altro luogo o anche semplicemente fermarsi e “sentirsi”. Una settimana sul Mar Rosso lo avrebbe reso possibile. Aveva scelto un villaggio fuori mano. Voleva rimanersene un po’ in pace e tornare ad una sua grande passione: l’apnea.

Sono stupefatto. Incontro regolarmente Fabrizio da circa due anni e questa cosa, così importante per lui, proprio non la sapevo. Mi rendo conto che in quel contesto informale mi sto consentendo di ascoltarlo con una maggiore ampiezza e curiosità. Pongo domande nuove e Fabrizio mi guida in altri luoghi della sua vita. Mi sento meno condizionato dall’obbligo di capire e, soprattutto, da quello di dire qualcosa di significativo, di intelligente, di acuto. Sono più ricettivo della realtà di Fabrizio, così come essa è.

L’apnea era la sua disciplina sportiva preferita. La praticava da quando era adolescente. Mi spiega che ci sono due modi per immergersi: uno è quello di Maiorca e Mayol e si basa sulla forza fisica. Si fanno preliminarmente degli esercizi di iperventilazione per aumentare la capacità polmonare. Sono molto faticosi, a volte addirittura violenti per il corpo. A lui non piace questo metodo, anche se lo conosce. Preferisce la tecnica di Pellizzari in cui gli stessi obiettivi sono ottenuti con una tecnica di concentrazione, “per farle capire”, mi dice, “qualcosa di simile allo yoga, estremamente dolce”.

Mi descrive le sensazioni che ha provato immergendosi. Mi dice che in genere si va in due: uno scende più a fondo ad occhi chiusi, l’altro rimane più in superficie e lo sorveglia con attenzione per prevenire ogni possibile difficoltà. Lì ha trovato un istruttore della sua età con cui condivideva la predilezione della tecnica di immersione dolce e si è trovato molto bene.

“Mentre scendi, lasci i rumori, tutto diventa avvolto dal silenzio. E’ come trovarsi in un luogo soffice” mi dice guardando come oltre me. Mentre Fabrizio parla “vedo” quello che mi racconta, non lo immagino semplicemente. Penso a mille cose. Mi stupisce la bellezza che mi comunica e mi rendo ben conto che mi parla anche della terapia, dell’immergersi insieme, della violenza di certe accelerazioni e dell’ esigenza di gradualità, dolcezza nei passaggi. Penso alla sua vita sommersa nella cantina che non diventa officina, e mai come in quel momento capisco il valore rassicurante della massa d’acqua e di terreno che protegge Fabrizio da un contatto ancora troppo violento con la superficie. Gli dico, letteralmente emergendo anch’io dai miei pensieri e dalle mie immagini, che sono stato un po’ troppo Maiorca. Ridiamo insieme.

Il secondo bicchiere di vino ci fa tornare alla vita di superficie: in quella breve vacanza ha potuto vedere barche bellissime e ripensare ad una sua vecchia passione: fare il meccanico di motori marini. Ormai, dentro di me, mi sono arreso: neanche di questo sapevo! E’ stato talmente forte il ritorno di fiamma per quell’attività che, appena tornato a Roma, ha cercato in internet trovando un’offerta di lavoro in nota zona di diporto, sulle coste della Liguria. Ha chiamato e fissato l’appuntamento con il responsabile dell’officina. Si sono parlati per telefono e la possibilità è concreta e, per lui, allettante.

“E’ guarito”, penso forse enfaticamente, “si è guarito da solo”. Sono molto contento e glielo dico. Mi pare che abbia tutelato lui stesso qualcosa di sé che la terapia non riusciva a proteggere ma che, con lui, aveva contribuito con fatica a generare. Fabrizio è d’accordo, e dal suo sguardo che si intravede nel riflesso del bicchiere che solleva più in alto, quasi volesse brindare, capisco che è vero. L’esperienza della terapia è stata veramente per lui generativa.

Mi assumo la responsabilità con lui di tutelare adesso meglio questa possibilità di accesso al nuovo che abbiamo costruito. Gli propongo di incontrarci nuovamente nella nostra forma consueta, per continuare a dialogare. Gli dico che molti nel gruppo hanno chiesto di lui e che c’è stata una forte discussione sulla liceità di dare il suo numero. Fabrizio è contento, forse la socialità del gruppo è meno anonima di quello che pensava.

Arriva il conto. Propongo di pagare in due. Fabrizio si oppone con cortesia. “Mi lasci questo piacere”. Sorrido e acconsento mentre ci salutiamo affettuosamente.

Fabrizio è tornato al gruppo per qualche incontro prima di partire per la Liguria dove, da circa un anno, lavora in un’importante officina nautica. Ci sentiamo regolarmente e quando è possibile ci incontriamo, allo studio. Scherza sul fatto che ha il contratto da metalmeccanico e fa una grande fatica fisica quotidiana a reggere un’organizzazione di vita per lui completamente nuova. Dopo aver firmato il contratto mi ha detto di avere messo nella sua stanza in affitto una foto sbiadita di molto tempo fa che, intanto, gli è diventata sempre più cara: è al lago, appena riemerso dall’acqua.

Questo lo snodo del processo di cura di Fabrizio. Ma questo anche lo snodo di un processo di decostruzione e lenta riedificazione di un assetto professionale. Su questo vorremmo soffermarci per tentare di cogliere delle implicazioni di carattere generale. Cosa è accaduto dunque nell’incontro con Fabrizio in enoteca? Cosa lo ha reso possibile, utile, generativo di senso e di nuove possibilità evolutive? Quali sono state le condizioni di possibilità di questo evento?

Ripensato, rimeditato, rivissuto, il dialogo con Fabrizio, fuori dalla solita stanza ci sembra rivelare una struttura portante della fenomenologia dell’incontro terapeutico che è possibile tutelare e continuamente alimentare in una pluralità di contesti e situazioni cliniche. E’ tale struttura e la sua attiva cura ad essere a nostro avviso la condizione di possibilità di una rigorosa estensione di dominio dei fenomeni  rilevanti in psicoterapia. Un’estensione capace di rispondere all’inaridimento di momenti dialogico-comprensivi sempre in agguato nel campo clinico e diagnostico.

L’enoteca, come luogo del de-situarsi rispetto al proprio ovvio professionale, ha sottolineato una precisa realtà dialogica e intersoggettiva dell’incontro terapeutico: l’affidarsi fiducioso allo spettacolo del visibile, con quell’abbandono contemplativo del tutto ignaro di fretta, capace non di rado di ridestare uno sguardo che esprime meraviglia e stupore. Una meraviglia ed uno stupore che sorgono nella tensione dialogica tra due persone entrambe libere di percepirsi come soggetti incarnati e situati, in un corpo e in una storia. Si tratta, a ben vedere, di un modo di essere insieme che, rompendo l’idolatria di un soggetto anonimo e senza situazione, determina, per il suo stesso configurarsi in questa modalità, il recupero del concreto, della vita nella sua fatticità, nello spazio della terapia. Questo modo di essere insieme nella terapia, non “di fronte” all’altro ma “con” l’altro, restituisce al nostro lavoro una dimensione, patica, etica ed estetica.

Allora ad una psicoterapia isomorfa alla modernità, ovvero liquida, fragilissima, precaria, inafferrabile nella sua esitazione a porsi vincoli etici e sociali, e ad una psicoterapia gassosa, ovvero eterea nel suo riferirsi a soggetti senza corpo e situazione e a procedure senza storia e contesto, vorremmo opporre una psicoterapia solida nel senso di concreta, non certamente incrollabile e rocciosa ma densa come argilla, forte della possibilità del pensiero di aderire alla realtà in maniera ambigua e duttile.

Ci pare che questo sia possibile mantenendo faticosamente in tensione la strutturale tendenza al reificarsi del probabile, del già fatto, del già pensato, con l’apertura di senso del possibile, del non ancora fatto, del non ancora pensato. Ciò non può che derivare dalla nostra capacità di saper opporre regolarmente, con appassionata ostinazione e metodo, alla claustrofobia di ogni tecnica, l’agorafilia di ogni cura.

Commento a « La terapia fuori dalla stanza: per una agorafilia della cura » di Antonino Aprea

Silvana Koen

Vi racconto quanto segue con l’obiettivo di offrire qualche spunto a quello che spero sia un dibattito /confronto sui molti interrogativi che il lavoro del collega ci apre e sulle ‘sfide’ stimolanti che ci lancia .

Da tempo sappiamo che  ogni vicenda terapeutica si declina in rapporto alla qualità propria dell’ incontro fra quel paziente e quello psicoterapeuta. Il complesso campo relazionale che si attiva durante il percorso psicoterapeutico è difficile da descrivere  fra l’altro perchè spesso ci si muove col paziente sulla scia di intuizioni, considerazioni, delle quali non è facile dar conto attraverso spiegazioni razionali. E’ sottinteso che occorre tentare di farlo .

Fra gli aspetti  preziosi che il lavoro del collega ci offre c’è quello che ha a che fare con il coraggio di raccontare attraverso quali movimenti il terapeuta ha cercato di avere cura del legame con il proprio paziente in un momento difficile del percorso di cura . Avere cura del legame, nutrirlo e salvaguardarlo è responsabilità del terapeuta e tutti sappiamo quanto questo possa  risultare arduo e quanta determinazione e coraggio  possa richiedere.

Lo scritto di Aprea ci parla appunto di quanto accaduto in un passaggio di quella che è stata una vicenda terapeutica lunga e articolata. Poco sappiamo della storia di vita del paziente se non qualche notizia. Nella prima lettura questo mi ha disorientato perchè mi sembrava che tutta la vicenda potesse essere compresa solo se ben collocata nel suo contesto più ampio.  Ho poi pensato che anche il resoconto di un transito è cosa che poco si incontra in letteratura e che potevo  ben leggere il lavoro dando un credito d’ufficio allo scrivente  che cerca di raccontare di sé e del proprio paziente senza  dover dar conto nel dettaglio di tutta la lunga storia clinica .

Vi racconto dunque come ho letto questo lavoro cercando di evidenziare ciò che mi ha colpito e la tonalità dei pensieri ed emozioni che la lettura mi ha evocato.

La contrattazione sui possibili luoghi dell’incontro che questo paziente ha proposto al suo terapeuta mi è sembrata quasi una sfida. Una storia di ‘slittamenti’fra luoghi che sembrano luoghi fisici, lo studio del terapeuta/ l’enoteca, il gruppo di terapia/ il gruppo degi amici, l’officina cantina/ l’officina su strada, fuori dall’acqua /sotto l’acqua, ma che  forse è uno slittamento fra luoghi polarizzati nella mente del paziente. Alcuni  buoni e altri cattivi. Quelli che determina lui, buoni. Quelli che lo determinano,cattivi.

Quando paziente e terapeuta si trovano all’enoteca il paziente propone un ennesimo spostamento. Nel testo che ho ricevuto prima del convegno,il nome del paziente cambia quando l’autore racconta  del passaggio fra il tavolino penotato dal lui  e il tavolino con ‘meno rumore’scelto dal paziente  . Mi è parso, leggendo,  che quell’ennesimo spostamento abbia fatto comparire nella mente dello scrivente un altro paziente’. Lo stesso paziente naturalmente ma in un suo nuovo aspetto. Cambiando nome il paziente diventa concretamente un’altra persona. Simbolicamente potrebbe avere un suo interesse.

Il terapeuta, nell’intento di non perdere la relazione con il suo paziente  ha accettato di traslocare più volte con il suo paziente, e alla fine gli ha ‘permesso’ di scegliere il proprio tavolo contro il tavolo /studio /gruppo designato.  Tutto ciò mi ha rimandato a una capacità di mediare sul ‘potere’.

I rapporti di potere e le loro traversie sono nodi centrali nelle storie di vita e non è semplice nè scontato riuscire ad attraversarne le configurazioni in terapia . Mi sembra che in questo caso il terapeuta reso ‘impotente’ dalle peregrinazioni del suo paziente lo rende potente accompagnandolo.

Accettando in questo passaggio le sue regole . Auonomia ed eteronomia si incontrano intorno a un bicchiere di vino per fortuna  senza tarallucci .

Ancora non so nulla della storia di questa persona. Dei suoi transiti di vita. Mi sembra di intravedere qualcosa di più del terapeuta .

Sarà l’elaborazione e quindi la narrazione  o le narrazioni possibili di questa vicenda terapeutica che forse consoliderà o svelerà il passaggio compiuto o forse solo agito dal paziente con il suo terapeuta.

Intendo dire che vorrei sapere il seguito . Dal mio punto di vista solo se paziente e terapeuta concorderanno su un senso  da dare al loro peregrinare, se ci sarà il riconoscimento del trasloco simbolico, se  i cambiamenti di vita del paziente saranno da lui pensati e sperimentati come evolutivi, questa elasticità del terapeuta sarà stata nella loro esperienza una vicenda terapeutica foriera di trasformazioni anche simboliche e non un cedere alla forma ricorsiva  dei codici che a volte ci informano.

Non sto dicendo che l’elaborazione debba necessariamente essere concorde – anche se quando lo è riusciamo a raccontare ‘casi clinici’ più rassicuranti. Solo che ci deve essere . Perchè le vicende si collochino, dotate di senso, in una mente che prova a sapere di se , che si può percepire come transitabile e aperta al dubbio.

Fuori da quelle polarizzazioni reciprocamente escludenti che tanto dannose si rivelano nelle faccende di noi umani.

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