A cura di Francesca Mazzucchelli. Edizione FrancoAngeli, Milano, 2008
Recensione a cura di Simone Bruschetta
Propongo, grazie ed un affettuoso e competente stimolo di Fiorella Pezzoli (che ringrazio per avermelo fatto conoscere) la lettura di questo libro a tutti gli psicoterapeuti interessati a riflettere sulla seguente ipotesi di lavoro.
Il lavoro psicoterapeutico con bambini può essere oggi finalmente inteso, alla luce delle più recenti elaborazioni teoriche ed epistemologiche gruppoanalitiche, come la frontiera ultima (o prima!) o se si preferisce l’altra faccia della stessa medaglia del lavoro sociale orientato allo sviluppo locale ed alla salute mentale di comunità.
Questo libro è una delle migliori testimonianze della suddetta ipotesi, in quanto ci permette di vedere come lavorare oggi con l’infanzia vuol dire lavorare sull’interfeccia tra i processi affettivi familiari ed i codici di appartenenza sociale. Prendersi cura di un bambino, vuole infatti dire, per qualsiasi professionista clinico-sociale (tra i quali includo gli psicoterapeuti), prendersi cura della sua famiglia (che il bambino ha diritto ad avere preservata dal disagio per poter usufruire di una relazione affettiva che sia la più stabile e sollecita possibile), ma anche prendersi cura della comunità socio-politica di appartenenza (perché questa possa farsi carico del futuro delle giovani generazioni permettendo a tutti i bambini di crescere per diventarne membri attivi). In sostanza, vuol prendersi cura delle reti comunitarie che attraversano le famiglie e le istituzioni di appartenenza tanto del bambino quanto dello stesso professionista che vuole esercitare il proprio dovere etico e civico, prima ancora che deontologico e professionale, nei confronti di esso.
Per questo motivo il lavoro psicoterapeutico con i bambini non può che essere pensato, gruppoanaliticamente, come multipersonale, inter-istituzionale e trans-contestuale; e quindi come un processo, che esita da una dispositivo, che mira ad intervenire non soltanto su una singola persona, ma su una rete di relazioni tra persone, in ultima analisi, sui modelli culturali che fondano le matrici identificative dei membri di una data comunità di vita e di lavoro.
Francesca Mazzucchelli ci fornisce a tal proposito una base di conoscenze indispensabili alla formazione di qualsiasi psicoterapeuta che si approccia riflessivamente al senso del proprio lavoro nei confronti dei bambini che incontra attraverso di esso e della comunità sociale alla quale, i quanto professionista, offre un servizio confrontandosi con le effettive domande che essa pone.
In questo volume, diviso in tre parti, pur non essendo curato da un gruppoanalista, (l’autrice è comunque una specialista nella psicoterapia dell’adolescenza ad indirizzo psicodinamici), gli autori rappresentano perfettamente, nell’articolarsi dei loro contributi, lo scenario socio-culturale che viene ad attivarsi dentro qualsiasi dispositivo diagnostico-terapeutico organizzato, dai professionisti della salute mentale, nella presa in carico della sofferenza e del disagio anche di un solo bambino.
Il libro, per intenderci, non parla di psicoterapia propriamente detta, se non in un paio di articoli (della stessa Mazzucchelli, di Sarah Miragoli e Elisa Stagni Brenca, nella seconda parte) rivolti alla cura dei disturbi evolutivi conseguenti al trauma dell’abbandono, del maltrattamento, dell’abuso o della violenza familiare. Ma in esso è possibile osservare le dimensioni culturali collettive che animano, attraversano ed organizzano i processi mentali degli adulti che si ritrovano alle prese con una responsabilità specifica (dovuta ad una altrettanto specifica condizione familiare, sociale o professionale) nei confronti delle generazioni più piccole ed indifese delle loro comunità di vita e di lavoro.
In particolare lo psicoterapeuta potrà riattraversare, attraverso la lettura (specie della prima parte, composta da sei capitoli) del libro, le dinamiche culturali dalle quali originano i contenuti basici del suo pensiero professionale (temi etico-culturali), i modelli operativi teorio-tecnici (codici scientifico-epistemologici), e le istituzioni socio-professionali di origine della sua prassi (matrici di identificazione). Sono questi, sei capitoli di grande spessore scientifico e valore euristico, che permettono un’immersione nelle sei dimensioni principali in cui è possibile declinare la modulazione le rappresentazioni del rapporto intergenerazionale che si organizza nel setting specifico della psicoterapia al di là delle modalità tecniche di strutturazione del dispositivo. Mi riferisco cioè alle sei dimensioni su cui poggiano le appartenenze culturali, sociali, scientifiche e formative che donno farma concreta ad ogni incontro adulto-bambino dentro un contesto professionale definito: la dimensione politica, giuridica, sociologica, sanitaria, psicologica ed antropologia.
La prima dimensione, che tratta la prima parte del libro è quella essenzialmente politica della progettazione di interventi mirati al bene comune. Intendendo questo come la prospettiva programmatica di una welfare che sappia far fronte alle esigenze attuali della popolazione senza compromettere la prospettiva temporale verso la quale le giovani generazioni sono proiettate. Tale prospettiva è quella che permette cioè a ciascun individuo di assumere responsabilmente e competentemente la specifica visione del mondo che ispira la propria classe sociale di appartenenza, prima ancora che la propria professione, nelle scelte politiche che mirano ad organizzare la convivenza civile in una data comunità in un determinato momento storico. Il capitolo di Cinzia Canali e Tiziana Vecchiato è illuminante a proposito, e ci porta dentro il mondo della progettazione sociale e delle istituzioni politiche deputate alla tutela dei diritti dell’infanzia, concentrandosi su quelli che riguardano la partecipazioni delle nuove generazioni ai processi di sviluppo futuro delle loro comunità di appartenenza.
La seconda dimensione è quella giuridica. Il contributo di Elena Merlini procede, in proposito, attraverso un excursus storico dalle fonti del diritto dell’infanzia alle normative più recenti in vigore nel nostro paese; presentandoci infine l’istituto giuridico della tutela legale dei minori in presenza di crisi familiari o di situazioni contestuali che mettono a rischio la salute di quest’ultimi. Sono questi temi culturali, codici affettivi e modelli sociali con i quali ogni psicoterapeuta entra, anche solo inconsapevolmente in contatto, qualunque sia il servizio che una qualsiasi committenza pone al sua lavoro; se non altro per il fatto che occupandosi di persone non ci si può non occupare del fatto che persone si diventa grazie ad altre persone ed all’esperienza della relazione con e tra esse ed, ancora, grazie agli apprendimenti ed agli intenzionamenti che organizzano tale relazione.
Il contributo di Lino Sartori si pone invece su una dimensione sociologica di analisi delle relazioni pubbliche tra l’istituto giuridico della famiglia e le tradizionali agenzie educative comunitarie; così come queste stanno cambiando in questo particolare momento storico. Il capitolo si conclude con una disamina sulle rappresentazioni mentali che ciascun membro della famiglia costruire nel rapporto con altre istituzioni sociali e con i mezzi di comunicazione di massa che ne oggi, molto più di ieri, fondano l’identità.
Il quarto capitolo, di Alberto Pellai, ha un taglio prettamente sanitario e tratta del diritto dei bambini a ricevere non soltanto la migliore possibilità di crescere in salute (tutela), ma anche la più efficace educazione alla salute (istruzione specifica). Tutto ciò affinché i bambini possano venire responsabilizzati rispetto all’importanza della protezione del proprio stato di benessere psicofisico e della salvaguardia dei propri contesti di socializzazione e consapevolezza di sé. Sembra che su questo si fondi lo sviluppo di una propensione alla partecipazione sociale oltre che della salute mentale di una comunità.
La quinta dimensione, quella prettamente psicologica, ci viene presentata da Fiorella Pezzoli, come la dimensione identitaria della gruppalità antropologica di base dell’essere umano e come la dimensione clinica dell’intervento sullo stato di malessere generato dall’illusione dell’onnipotenza individualistica che si innesta nella mente dei membri appartenenti a quelle comunità sociali che non riescono più a declinare simbolicamente i passaggi evolutivi che regolano le relazioni tra le generazioni. Secondo l’autrice del capitolo il gruppo clinico-dinamico sembra infatti essere il dispositivo di intervento psicologico ottimale per permettere l’accoglienza, a piccole dosi, della complessità dell’attuale vita relazionale, nella mente di chi si trova in stato di malessere.
Il sesto capito infine, permette a Chiara Lainati, di analizzare la dimensione antropologica delle separazioni e dei ricongiungimenti nei membri delle famiglie attraversate dal fenomeno migratorio. Sia rispetto ai membri che restano, sia rispetto a membri che partono, sia rispetto alle separazioni/ricongiungimenti tra culture, sia rispetto alle separazioni/ricongiungimenti tra generazioni. Un capitolo affascinante che propone temi che non si referiscono soltanto alle culture o alle persone straniere, ma che attraversano tutti noi professionisti delle relazione con l’Altro.
Rispetto ai sei capitoli della seconda parte, oltre ai primi due già accennati, riguardanti la relazione clinica e la responsabilità sociale nei confronti della famiglia maltrattante e dell’infanzia violata, sono da segnalare il terzo ed il quarto (Augusta Foni e Lino Sartori), riguardanti i nuovi contesti relazionali di cura ed educazione dell’infanzia alternativi o supplementari alla famiglia, ed il quinto e sesto capitolo (Giuseppe Pellizzati e Gustavo Pietropolli Charmet) sulla funzione perturbante che la “nuova adolescenza” svolge nelle nostre comunità, soprattutto quelle professionali.
La terza parte, come dice la stessa curatrice del volume, offre brillanti divagazioni sui temi cui esso è dedicato. Tra i vari capitoli segnalo, il primo, quello sull’origine dell’Istituto degli Innocenti di Firenze e degli omologhi istituti di ricovero e cura dei bambini più sfortunati delle comunità cittadine che a partire dalla fine del Medio Evo in Italia iniziarono a riconoscersi come tali ed a investire con lungimiranza nella formazione delle nuove generazioni per proprio futuro sviluppo politico ed economico. La lotta laica contro l’emarginazione ed a favore della partecipazione di tutte le classi sociali alla vita della comunità civile che ha contraddistinto la cultura rinascimentale, può oggi rifondare la cultura professionale di tutti coloro che si pongono il problema quotidiano di un rapporto ri-generativo tra le generazioni.
Il voluto gioco di parole vuole qui ricordare che lavorare con i bambini significa anche rinascere ogni giorno, non tanto come nuovi bambini tragicamente “giovanili” o “infantili”, ma come nuovi cittadini che potranno a loro volta fare rinascere le comunità di vita cui appartengono assieme ai bambini con i quali lavorano. Lavorare con i bambini vuole infine dire giocare a costruire una nuova cultura politica, nella quale ad esempio la prevenzione primaria non è soltanto l’assistenza medico-psicologica, pre-natale e post-natale, fornita alle madri ed alle famiglie di basso livello socioeconomico (seppur utilissima e sacrosanta ancorché poco diffusa e per la quale ogni professionista della salute mentale deve continuare a battersi), né solo l’appropriato utilizzo della disciplina dell’adozione e dell’affido dei minori, intesa come guida giuridica alla creazione di nuovi legami sociali (e non come semplice procedura di rescissione di vecchi legami familiari, che invece andrebbero sempre rigenerati). Ma vuole anche dire un welfare sociale che permetta a tutti i membri di una famiglia (madri, padri, figli e non solo) di affrontare con il maggior sostegno possibile il difficile compito imposto loro dai doveri familiari e da quelli sociali e professionali, oggi sempre più in conflitto tra loro.
Il diritto di essere bambino è quindi quello che ciascuno di noi si riconosce nella possibilità di rigenerare la proprie comunità di vita e di lavoro trasformandone irreversibilmente le relazioni sociali, proprio come ogni bambino trasforma irreversibilmente le relazioni familiari per il semplice fatto di essere bambino. Il diritto di essere bambino diventa così, per riconnettermi all’ipotesi di lavoro proposta in testa, l’altra faccia della stessa medaglia del riconoscere ad ogni bambino il diritto di essere sé stesso. Solo riconoscendo il travaglio dell’appropriazione di un diritto ad esistere in senso autentico e quindi esercitando una valenza trasformativa sulla comunità antropologica dalla quale veniamo fuori (existiamo), è possibile risignificare costantemente come professionisti il proprio servizio alla comunità sociale cui apparteniamo, assicurandone così lo sviluppo economico, politico e culturale.
Buona lettura e buon lavoro.