Epistemologia Gruppoanalitica e articolazione dei setting terapeutici in un DSM

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Nicoletta Della Torre[1]

Scarica l’articolo (Comprensivo del commento di L.Ferraris e P. innocenti)

Ringrazio il prof. Pontalti per l’invito a portare un mio contributo in questo interessante convegno, pensato come confronto e “scambio tra generazioni”, occasione per tutti di fare un’esperienza volta a tutelare ed alimentare “speranza e giustizia” (V. Cigoli), in tempi come questi che soprattutto noi, “giovane generazione”, viviamo con sempre maggior affanno e disillusione rispetto alle prospettive future di poter realmente svolgere il nostro lavoro, tutelandone anche la qualità.

Condividerò con voi il lavorìo che mi ha accompagnato nel cimentarmi attorno a questo tema impegnativo, che mi ha portato a ripercorrere e ricostruire le strade esplorate fino ad ora, maturando una serie di riflessioni sul percorso personale, formativo e professionale che mi ha condotto fino alla Gruppoanalisi e al processo formativo in psicoterapia nella scuola COIRAG, che mi ha offerto la preziosa occasione di fare esperienza per quattro anni a fianco della dott.ssa Luisella Ferraris in un CSM di Roma.

IL CAMMINO PERCORSO

I “primi passi” nella relazione d’aiuto:“scontro” con la complessità del lavoro sociale e clinico

Sono arrivata alla formazione in Gruppoanalisi dopo molti anni di lavoro “in prima linea” nel sociale, attraversando la formazione in DanzaMovimentoTerapia Espressivo-Relazionale con il dr. V. Bellia e un’esperienza personale di psicoterapia gruppoanalitica.

Ho cominciato durante gli anni universitari a “mettermi in gioco”, riuscendo spesso a sperimentare il positivo innescarsi di un circolo virtuoso tra motivazione allo studio e all’approfondimento teorico ed entusiasmo e curiosità nelle prime esperienze lavorative nel variegato mondo delle cooperative sociali. Nei tredici anni ormai trascorsi di lavoro in ambito sociale, educativo, psicologico, clinico e riabilitativo, ho cumulato esperienze “sul campo” come operatrice, come psicologa e come danzamovimentoterapeuta-psicologa, vivendo la possibilità di confrontarmi con vari contesti, sia ambulatoriali che residenziali, e con molteplici tipologie di utenti, per lo più con progetti a tempo limitato, fino a quello che da quattro anni è la mia principale attività presso un Istituto Clinico Riabilitativo per il trattamento multidisciplinare dei disturbi del comportamento alimentare e dell’obesità.

Ho incontrato molte forme di sofferenza tra gli utenti in questi numerosi contesti, ma anche tanto malessere tra gli operatori con esperienze lavorative difficili da sostenere per il carico di frustrazione e gli scarsi spazi elaborativi all’interno dell’équipe.

Gli operatori a cui sto facendo riferimento, sia nel privato sociale che nella sanità privata convenzionata, sono nella maggior parte dei casi (così come è stato nel mio) giovani psicologi animati da passione, da un grande desiderio di imparare a lavorare, con riferimenti epistemologici spesso frammentati e confusi, con scarse o nulle esperienze professionali e di lavoro in équipe, con un’inconsistenza rispetto al metodo per affrontare le situazioni cliniche che si incontrano nella propria pratica professionale, ma anche e soprattutto persone giovani nella “competenza”- esperienza di vita..

Ho imparato “sul campo” come incontrare un essere umano, nell’ambito del lavoro “psi”, ci obblighi a certe consapevolezze sul senso di sé e dell’altro che vanno ben acquisite e tutelate, alla luce delle responsabilità che ne derivano.

Nelle varie declinazioni della mia esperienza di lavoro “psi” più volte ho avuto la sensazione di “lanciarmi senza paracadute”.. si trattava di mettermi in gioco da subito, assumendo un ruolo, una funzione ed una responsabilità nei confronti dell’utenza, con le risorse e le competenze umane e professionali “in dotazione”, attraversando molto spesso la scomoda e faticosa sensazione di “dovercela fare da sola” o, a volte, quella ancor più fastidiosa e paradossale del desiderare di poter riuscire a fare da sola, sottraendomi a continue incomprensioni, all’impossibilità di collaborare e di creare un linguaggio condiviso, a dinamiche viziose in contesti autoreferenziali.

La formazione in psicoterapia. Osservazione in un CSM “incontro” con la complessità

Poi, con la decisione della formazione in Psicoterapia nella scuola COIRAG, arrivo all’osservazione di gruppo prevista dal training professionalizzante del Laboratorio di Gruppoanalisi, anche fin troppo sollecitata e confusa dalle tante esperienze lavorative “in prima linea”, pensando di poter “riposare un po’..” immaginandomi finalmente di accedere in uno di quei setting “puliti e rigorosi”, un gruppo terapeutico gruppoanalitico classico, preferenzialmente in uno studio privato.. un piccolo pezzettino del lavoro possibile ma di qualità.. un’occasione in cui sostare in un ruolo di osservazione che a tratti, forse, mi sarebbe stato anche un po’ stretto. Mi ritrovo invece assegnata all’osservazione di un gruppo in un Centro di Salute Mentale, ancora una volta “in prima linea”, sul luogo primo di confine tra la comunità e le persone  sofferenti e le loro famiglie.

Fin dal primo incontro con la dott.ssa Luisella Ferraris ho sentito forte la complessità dell’intervento “nella sua mente” e capito che l’intervento e le decisioni rispetto a cosa è più opportuno per ciascun paziente non erano precostituite e uguali per tutti, e neanche prese in modo autoreferenziale o rispetto ad un modello, ma sempre inseriti in un progetto co-costruito con le persone e condiviso nel confronto e nella pratica clinica dell’équipe.

IL CENTRO DI SALUTE MENTALE

Il CSM, come “centralina della cura del paziente grave”, si fa carico di formulare e mantenere il coordinamento e la responsabilità del progetto terapeutico complessivo per ciascun paziente. L’equipe è impegnata in modo costante e continuativo sul territorio in un lavoro che la Responsabile dott.ssa Paola Innocente definisce “artigianale”, prendendo in carico soprattutto i pazienti più gravi e “facendo una scommessa su ciascuno”.

Una valutazione complessa riguardo il soggetto (del quadro psicopatologico, della capacità di funzionamento generale, della fase del ciclo vitale, delle risorse personali, familiari e della rete circostante) e una valutazione delle risorse del CSM guidano e accompagnano la programmazione di un Progetto Terapeutico personalizzato per ciascun paziente.

All’interno di questo quadro complesso le molte attività cliniche proposte come “potenziale terapeutico relazionale trasformativo”.

PROGETTI COMPLESSI

“Progetti complessi” in cui per ciascun paziente viene costruito un progetto multimodale che può prevedere in fasi diverse: Psicoterapia individuale, Psicoterapia di gruppo, Farmacoterapia, Gruppo terapeutico per i familiari, Psicoterapia familiare, Riabilitazione (Centri diurni, attività sportiva), Comunità Terapeutiche, Case famiglia, Inserimento Lavorativo (cooperative). Il progetto è costruito “a misura” di ciascun paziente: il più isomorfo possibile alla struttura mentale del soggetto, al livello evolutivo e alla possibilità del paziente di muoversi nel progetto di cura. La modalità di trattamento sarà la più adatta alle caratteristiche del paziente, e l’eventuale moltiplicarsi dei campi terapeutici sarà coordinato da un pensiero condiviso, guidato dalla lettura della situazione.

Si tratta di un lavoro articolato che coinvolge Individuo, Famiglia, Gruppo, in cui il terapeuta è “testimone” nelle interfacce, nei vincoli e negli svincoli. Il paziente viene aiutato a ricostruire le connessioni nella propria rete interna, i collegamenti tra INDIVIDUO-FAMIGLIA-SOCIALE, per riorganizzare una funzionalità integrata.

IL GRUPPO TERAPEUTICO CON I FAMILIARI  DEI PAZIENTI GRAVI

Il gruppo terapeutico per i familiari dei pazienti gravi è stato il vertice osservativo privilegiato da cui ho imparato a conoscere il complesso lavoro svolto nel CSM, gruppo  pensato come risposta ai bisogni dei pazienti e delle loro famiglie e in linea con una cultura del servizio che pensa la famiglia come parte del processo terapeutico nell’ approccio di lavoro multiplo integrato. Si tratta di un gruppo semi-aperto e non a termine, con sedute quindicinali della durata di un’ora e mezza. Vengono richieste regolarità, puntualità e discrezione. Il tipo di comunicazione verbale che viene favorito è una discussione libera. Il gruppo ha una composizione media tra gli 8 e i 12 partecipanti: coppie di genitori, mamme, fratelli, mogli di pazienti “difficili” prevalentemente seguiti con progetti terapeutici articolati.

Le due conduttrici sono la dott.ssa Paola Innocente, psicoterapeuta con formazione sistemico-relazionale e Responsabile del Servizio, e la dott.ssa Luisella Ferraris, psicoterapeuta sistemico-relazionale e gruppoanalista.

Gli obiettivi sono relativi a: favorire la possibilità di condivisione dell’esperienza di sofferenza; costruire uno spazio di confronto e crescita attraverso il rispecchiamento in situazioni analoghe; facilitare la coesione di gruppo, evitare l’isolamento e lo stigma; ridurre il carico familiare ed il livello di colpevolizzazione attraverso l’elaborazione in gruppo; sostenere lo sviluppo di funzioni genitoriali più mature; aiutare la coppia ad essere “filtro” per i figli, come nuovo codice trasformativo che passi il portato trigenerazionale in modo che abbia un senso; facilitare la condivisione e lo scambio nella coppia e la capacità di affrontare insieme le difficoltà; migliorare la capacità di ciascuno di confrontarsi con gli aspetti emotivi personali nel qui ed ora; favorire la consapevolezza e la capacità di lettura della propria storia personale e familiare.

Diversi livelli sono coinvolti nel funzionamento del gruppo dei familiari: la genitorialità; la coppia; la persona; le relazioni, i nessi, la storia.

Nell’ evoluzione del gruppo dal “problema della malattia dei figli” si transita gradualmente alla possibilità di parlare della coppia, aprendosi poi alla possibilità di occupare uno spazio ed un tempo di attenzione a sé in quanto “individuo”, con le proprie emozioni e la propria sofferenza personale, con la propria storia, spesso non elaborata, di “figli dei propri genitori”, con la propria modalità caratteristica di rapportarsi e di esprimere le emozioni. Lo sviluppo del gruppo permette un cambiamento di vertice osservativo, da un’iniziale ottica centrata sul figlio ad una sui vissuti dei genitori. Quello che inizialmente sembra essere un problema dei figli comincia, con l’aumentare della consapevolezza, a connettersi ai nodi centrali del funzionamento mentale dei genitori e delle loro generazioni precedenti.

La partecipazione al gruppo di persone con esperienza differente di lavoro terapeutico all’interno del gruppo stesso e con figli in diverse fasi del proprio progetto terapeutico introduce elementi di ulteriore complessità e favorisce, attraverso l’opportunità di riconoscere nell’altro il cambiamento e l’esperienza di condivisione nel gruppo, la possibilità di rapportarsi in modo più consapevole al processo terapeutico – procedere a piccoli passi mantenendo chiara la direzione – e la possibilità di ricominciare a sperare nel cambiamento e nell’evoluzione positiva per ciascuno rispetto alla propria situazione di vita attuale.

COMPRENSIONE E METODO

“L’epistemologia, come metodo di osservazione e di comprensione dei fenomeni riguardanti la salute mentale, che guida l’intervento come il faro guida i naviganti, è quella della complessità e, in quanto tale il metodo di lavoro ricerca e ri-stabilisce connessioni, mette in relazione, o per utilizzare le parole di Bateson (1976), la domanda che guida l’intervento è: “qual è la struttura che connette?” (Ferraris L., 2000; Ferraris L., Lo Verso G.,  in corso di stampa).

E’ fondamentale che lo psicoterapeuta conduca un lavoro di connessione orientato a rendere pensabile, comprensibile e sostenibile il lavoro terapeutico al paziente e alla sua famiglia. Nel lavoro gruppoanalitico multimodale, all’interno del CSM, un importante snodo sembra essere la relazione famiglia-comunità, attorno al quale è importante imparare a muoversi con bussole non con mappe.

Nell’esperienza che ho fatto attraversando i vari setting (individuale, di coppia, familiare, di gruppo) mi ha colpito l’efficacia di un’attenzione prevalentemente focalizzata su due aspetti:  lo spazio, sempre e comunque, per le persone e la cura dei confini.

Parlare con le famiglie dei pazienti significa incontrare le singole persone di una famiglia, non i ruoli o le funzioni.. questo consente di creare relazioni!

Ciascuna persona ci parla della propria storia, delle esperienze di vita, della storia delle generazioni, delle caratteristiche delle proprie gruppalità d’appartenenza e delle tante gruppalità attraversate, ma anche della propria fatica nell’affrontare i compiti della vita, i problemi, i momenti difficili nei passaggi e le crisi. Ed è con queste persone che noi come operatori per la salute mentale dobbiamo imparare a stabilire alleanze e vincoli. Attraverso questo tipo di lavoro insieme alle persone della famiglia sarà possibile ricostruire e condividere il senso condiviso nel campo familiare rispetto alla storia e ai temi della famiglia, agli scambi tra generazioni, alle relazioni di coppia e tra fratelli, alle relazioni della famiglia con la comunità…

La competenza che ci viene richiesta è relativa alla gestione e alla cura del confine: è importante saper impostare il campo terapeutico in modo che noi operatori “psi” possiamo lentamente essere percepiti come persone garanti dei confini e dei transiti, al fine di generare una nuova matrice mentale di interconnessione che ci renda familiari al Famigliare e renda familiare al Famigliare il campo mentale terapeutico, per cui nella mente di tutti operatori, familiari, paziente si costruisca la competenza psichica di una nuova organizzazione neotenica.

Il percorso terapeutico non sarà mai preordinato, ma co-costruito in base all’evoluzione possibile del percorso di cura, con un’articolazione che varia in relazione alle condizioni raggiunte e alle variabili che riteniamo in grado di supportare e potenziare la capacità di elaborazione favorendo un’evoluzione trasformativa della persona e della sua famiglia. I “modi” di un trattamento saranno quindi articolati in base alla situazione, la costruzione del set avrà a che fare con la possibilità di scegliere quel luogo mentale in grado di attivare e mobilitare le possibilità di esplorazione e di elaborazione del paziente.

Attraversando anch’io insieme alla terapeuta e ai pazienti i vari setting ho imparato come  le persone non siano mai le stesse al variare del contesto. Ed è in questa co-presenza nell’esperienza condivisa, fondando matrici di senso gruppale, che ci si apre alla dialettica trasformativa tra individuo e gruppo e alle possibili evoluzioni nella mentalizzazione delle seclusioni psicopatologiche.

A fondamento della nostra posizione etica sono la reciprocità e il riconoscimento della somiglianza essenziale nella nostra stessa umanità di fronte alla disparità di situazioni di sofferenza che incontriamo e, contemporaneamente, il riconoscimento dell’unicità delle vicissitudini dolorose dell’esistere di ciascuna persona, non riducibili a categorie nosografiche; posizione etica che viene garantita dalla coerenza tra l’impostazione epistemologica e la costruzione e gestione dei dispositivi terapeutici.

La competenza dello psicoterapeuta è di volta in volta riuscire a sviluppare un pensiero, in un appropriato tempo per la comprensione, sul senso di ciò che accade alla persona e al suo contesto interpersonale, con l’obiettivo di garantire un progetto terapeutico adeguato a quel particolare modo di essere nel mondo al fine di favorire ogni evoluzione mentale possibile nei tempi più brevi possibili, che consenta di riappropriarsi della propria storia e di essere protagonista della propria progettualità, “per tornare ad imparare dalla vita…” e a coevolvere nel “corpo familiare”.

Nell’ottica di “assumere la complessità senza lacerarla” (C. Pontalti) il rapporto con le famiglie nel lavoro della Salute Mentale diventa un indispensabile strumento terapeutico. Per i “pazienti gravi” il contesto familiare o il famigliare di riferimento può costituire l’assetto mentale più favorevole, alcune volte l’unico possibile, all’elaborazione del senso di quanto è accaduto e che ha portato alla consultazione. E la sinergia con la famiglia del paziente rimane nel corso del tempo un elemento discriminante circa il buon andamento di un progetto terapeutico. La famiglia deve poter accompagnare il paziente nelle forme che possono maggiormente aiutare la sua capacità trasformativa.

Nel gruppo per i familiari dei pazienti ho sperimentato come diventi possibile “un lavoro formativo alla complessità” che favorisce la possibilità di condividere una riflessione sulla propria storia personale e sul proprio modo di essere, sulla relazione di coppia, sullo scambio tra le generazioni, avviando un dialogo sull’“essere famiglia” nella nostra cultura e nella nostra epoca e, contemporaneamente, sul moltiplicarsi dei livelli di lettura e di comprensione delle altrettante variabili sempre compresenti nelle situazioni di vita “difficili”, che aiuta a sostenere l’estrema faticosità dell’essere insieme in modo continuativo e costante nei progetti terapeutici per un paziente grave.

Competenza dello psicoterapeuta è anche saper condividere la co-costruzione del set insieme ai colleghi che variamente partecipano al lavoro clinico, alimentando reciprocamente la fiducia attraverso la condivisione nel  tempo del lavoro clinico.

“C’è un gruppo di curanti, ci sono i familiari dei pazienti, c’è la rete psichica “gruppale” in cui il paziente è immerso. A questa molteplicità e complessità della realtà psichica e della psicopatologia deve corrispondere altrettanta, se necessaria, complessità nella costruzione del set(ting) di cura. Ed altrettanta complessità nella mente del terapeuta gruppoanalitico che cerca di contenere e di connettere il campo psichico complessivo della cura, che comprende il mondo dei pazienti attuale (famiglia) e storico (interno a loro), i vari set di lavoro, il mondo dei curanti e le loro interconnessioni”. (Ferraris L., Lo Verso G., in corso di stampa)

Concludo così, sperando di essere riuscita a comunicare non solo la fatica, ma anche il senso professionalmente strutturante che ha avuto per me questa impegnativa esperienza di training nel LdG da poco conclusa. Questa esperienza di articolazione dei setting terapeutici nel CSM condivisa con la dott.ssa Ferraris mi accompagna come sapere assimilato nello sforzo che, giorno dopo giorno, continuo a fare quando, nei miei luoghi di lavoro e nella mia attuale équipe, propongo questa complessa modalità per affrontare le situazioni cliniche e la sofferenza delle persone e delle famiglie che a noi si rivolgono.

Bibilografia

Cigoli V. (2006), “L’albero della discendenza”, Franco Angeli, Milano

Ferraris L. (2000), “Famiglia e gruppo come fasi di un processo” in Gruppi, n° 2 del 2000, Franco Angeli, Milano

Ferraris L.(2003), “Famiglie, tossicodipendenza e terapeuti. Il lavoro clinico nei servizi pubblici” in Andolfi M., Cigoli V. (a cura di) “La famiglia d’origine”, Franco Angeli, Milano

Ferraris L., Lo Verso G. (in corso di stampa),  “Famiglia e relazioni soggettuali” (in  Lo Verso G.)

Pontalti C. (2000), “Campo familiare-campo gruppale: dalla psicopatologia all’etica dell’incontro” in Gruppi, n° 2 del 2000, Franco Angeli, Milano

Discussione relazione Nicoletta Della Torre Gruppi di genitori in un C.S.M.

Luisella Ferraris, Paola Innocente

In primo luogo un grazie agli organizzatori del convegno che sottolineano, nell’assetto organizzativo dello stesso, un tema centrale che ci sta a cuore sia per quanto riguarda la formazione dei terapeuti sia per quanto riguarda il lavoro nei Servizi e forse è anche attinente a quanto accade nei gruppi con i genitori ai quali la relazione fa riferimento.

Il tema è quello dello scambio generazionale, nel senso di ciò che realmente ci si scambia tra generazioni di genitori e figli, di ciò che ci si scambia tra “allievi” e “maestri”, tra operatori e operatori, ossia di come avviene questo scambio. E’ circolare e non unidirezionale  questa possibilità di insegnare come più anziani e anche di imparare dai nostri allievi sia per le loro competenze professionali (vedi nuove professionalità, nuovi contesti per nuove professionalità), sia per l’entusiasmo e la carica motivazionale che contraddistingue la loro fase di età, sia ancora per  l’attitudine trasformativa oltre che imitativa di cui le nuove generazioni sono portatrici, come una ventata di novità che entra nell’ Istituzione, sia essa Scuola, sia essa Centro di Salute Mentale.

In questo senso ringraziamo il prof. Pontalti per aver sollecitato e sostenuto l’organizzazione del convegno del Laboratorio di Gruppoanalisi a partire da relazioni tenute dai nostri allievi, o da giovani terapeuti specializzati presso la Scuola e appartenenti al Laboratorio.

Facciamo inoltre riferimento al fatto che per noi operatori della Salute Mentale lo scambio con allievi di specializzazione è nel momento attuale l’unico possibile scambio generazionale, per lo meno per quanto attiene gli psicologi.

C’è nelle Istituzioni, fra gli operatori intorno a noi, la sensazione diffusa che quanto abbiamo contribuito a costruire in anni di prima linea istituzionale, sia destinato a finire con noi, per le scelte politico-amministrative che caratterizzano la sanità nel momento attuale: si veda, ad esempio, come nella regione Lazio le assunzioni più frequenti ultimamente riguardino gli psichiatri a convenzione, che  quindi hanno con l’istituzione un rapporto diverso, più “esterno”, nel quale spesso non si rintracciano elementi di continuità di una storia e di prassi condivise. A questo si aggiunge la drastica riduzione del turn over del personale in generale e degli psicologi in particolare, che sembrano così  destinati a scomparire dalla Sanità, vista la mancanza di qualunque intenzione ad assumere attraverso concorso o anche attraverso rapporti a convenzione,  come accade invece per i medici.

Pur essendo consapevoli che della cultura del prendersi cura che in questi ultimi 30 anni abbiamo coltivato forse molto poco resterà nei luoghi nei qualii tale cultura è nata e si è sviluppata, pensiamo però che i contesti di cura nei quali oggi si impegnano i nostri allievi e i giovani terapeuti, sia che si tratti di spazi istituzionali del privato sociale, sia che si tratti delle nuove forme della cura ( équipe di strada, lavoro con l’emarginazione sociale, nuove frontiere culturali, ecc) possano  contenere questa “eredità”  culturale.

Prendersi cura nel senso di farsi carico del disagio dell’altro, condividendolo, rappresenta secondo noi un elemento forte di questa eredità culturale dei Servizi. Citando il nostro collega Fabio Candidi, responsabile di un Centro Diurno, pensiamo che sia importante riconoscere un aspetto fortemente trasformativo di questa cultura rispetto al passato.  Condividere e portare avanti insieme un progetto, ha a che fare con il “sollievo” e non con lo “scarico”. I luoghi della cura sono luoghi dove il disagio, il dolore, la sofferenza possono trovare un sollievo nell’essere assunti in comune con un altro, operatore, collega terapeuta, paziente, in una relazione di reciprocità dove ciascuno dà quello che può dare sulla base delle diverse competenze (maestri, allievi, varie figure professionali, pazienti, genitori, mogli, figli ecc.,) ma  anche dei diversi ruoli, esperienze, curricula professionali,  storie di vita.

Per noi la presenza degli allievi ha a che fare con un tipo di sollievo, quello di  poter tramandare un punto di vista, un modo di pensare alla cura. Condividere un progetto di cura complesso con il resto dell’equipe significa condividere un’assunzione di  responsabilità di qualche cosa di molto oneroso come la cura del disagio mentale. Lavorare nei servizi ha a che fare con il prendersi questa responsabilità, con l’ indiscutibile ed unico vantaggio di poter contare su una varietà di figure professionali, di teste pensanti dotate di vertici teorici differenti e di differenti esperienze nel progettare una cura.

I motivi che hanno portato a costruire questo gruppo sono stati molteplici . In primo luogo la doppia esperienza di gruppoanalista e terapista della famiglia che ha portato l’una a convincere l’altra a provare un’esperienza già per molti consolidata (Pezzoli 2006, Badarracco 2004), in secondo luogo le necessità del Servizio di lavorare con le famiglie, la nostra esperienza in questo lavoro con le famiglie e la nostra necessità di ripensarlo, perlomeno in alcuni casi.

Il nostro Servizio ha una tradizione di lavoro sia con i gruppi, che con le famiglie, che con i gruppi di famigliari, che però non si traduce automaticamente in una possibilità di tutta l’equipe di funzionare come un gruppo di lavoro che condivide obiettivi e si sostiene a vicenda: questo è un obiettivo ambito, ma ben distante dall’essere raggiunto. Possiamo dire che vi è attualmente un buon rapporto di lavoro e scambio con molti operatori(in parte anche nuovi) e altri operatori più “solisti” con cui è difficile collaborare.

Fondare un gruppo di genitori condiviso ( come peraltro altri gruppi terapeutici allo stesso modo co-condotti) ci è sembrata una procedura sia per poter raggiungere una collaborazione fattiva sia anche per proporre un modello di lavoro. E’ interessante notare come degli invii iniziali, solo i familiari di situazioni cliniche seguite da entrambe sono rimasti nel gruppo, mentre non hanno funzionato bene gli invii (o le modalità di accoglienza) di situazioni inviate da altri operatori. Ciò ha indotto una certa cautela nell’ipotizzare una pur necessaria apertura di un nuovo gruppo: vorremmo favorire un’integrazione e contenere il rischio di scissioni.

Sulla base di queste riflessioni pensiamo di avviare a breve un gruppo con famiglie, non solo con genitori quindi, ma con gli stessi pazienti, e di aprirlo alla partecipazione-conduzione anche di altri operatori, infermieri e psichiatri. La preparazione di questa seconda esperienza, sta richiedendo un tempo più lungo allo scopo di rendere il gruppo  più integrato nel Servizio anche attraverso la proposta di partecipazione ad altre figure professionali che gestiscono parti altrettanto importanti del progetto terapeutico.

Il tempo della fondazione di questo secondo gruppo è stato voluto per far sì che il gruppo diventasse il sollievo di cui parla Candidi piuttosto che lo “scarico” del paziente pesante di cui nessuno sa che fare o che nessuno sopporta più.

Il sollievo ha a che fare con il condividere il peso e la fatica insieme, con il provarci insieme senza che questo abbia come effetto secondario la proiezione sull’altro della colpa (incompetenza, assenza, ecc.,) e del fallimento clinico (processo ormai noto nelle famiglie, ma meno pensato fra operatori).

La consapevolezza profonda della difficoltà del nostro lavoro diventa un motivo in più per ricercare l’altro come alleato, come sostegno, come possibilità di pensiero nuovo diverso dal nostro, come visuale alternativa portatrice di altro, quella visione “altra”  che a noi non era venuta in mente, ma pertinente, fondata e portatrice di senso.

Uno dei motivi forti di difficoltà nella fase attuale del nostro lavoro rimane il bacino di utenza molto ampio ( il IV distretto conta una popolazione pari alla città di Bologna, ma ha solo due Centri di Salute Mentale e 4 psicologi effettivi fra i due CSM) e la pressione costante delle richieste alle quali è molto difficile rispondere.

Diventa comprensibile allora come da un lato molti operatori operino strategie difensive contro “l’invasione” cercando di sottrarsi il più possibile, tenendo inoltre presente che la maggior parte di noi opera nel campo da 30 anni e più e che se questo rappresenta una fonte di grande esperienza contemporaneamente è anche fonte di profonda “usura”, sia per il lavoro in sé (non è facile per nessuno avere a che fare con psicosi e disturbi gravi), sia per le condizioni nelle quali lo svolgiamo, si veda  appunto il già accennato e spinoso problema del mancato turn- over.

Per concludere possiamo dire che se i gruppi multifamigliari consentono di utilizzare bene la coesione del gruppo come cura per la solitudine e lo stigma, se un gruppo di lavoro che sostiene e dà sollievo riattiva una capacità di generare speranza nel presente e nel futuro, così per noi spesso i giovani allievi ai quali “passare il testimone”, affidare l’esperienza e il saper operare, consente una possibilità di scambio che ha a che fare con la nostra speranza in un futuro in cui non vada  perduta la nostra cultura della cura.

E’ quindi per noi vitale pensare che ciò che di buono è stato fatto non solo non vada perduto ma anche possa essere conosciuto e criticato per essere trasformato e migliorato.

Il lavoro con la Dottoressa Della Torre e la sua elaborazione finale ci fanno supporre che sia andata così!

L.Ferraris, gruppoanalista ,terapista famigliare, psicologo dirigente C.S.M.RM-A

P.Innocente, psicoterapeuta, terapista famigliare, psicologo dirigente, Responsabile C.S.M.RM-A.


[1] Psicologa, Psicoterapeuta, Danzamovimentoterapeuta APID sv, Laboratorio di Gruppoanalisi di Roma

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