Un’esperienza di sensibilizzazione affettiva di un gruppo a termine di famiglie adottive
Francesca Cattafi
Il lavoro che intendo presentare è il frutto della mia esperienza di vita in qualità di “aspirante genitore adottivo” e giovane professionista psicologa.
Negli ultimi anni ho conosciuto il mondo dell’adozione, apprendendone la complessità e partecipando ai corsi che gli enti territoriali propongono con l’obbiettivo di formare i genitori adottivi. Tali eventi formativi da una parte, sono utili per rendere consapevoli i genitori della complessità del “percorso\processo adottivo”, dall’altra, rischiano di svuotarlo dei significati emotivi complessi che invece lo caratterizzano, perché le innumerevoli informazioni potrebbero saturare la possibilità di esperire il mondo emotivo.
I partecipanti, infatti, si trovano invasi da una serie d’informazioni senza avere la possibilità di riconoscere le emozioni e fronteggiare la paura che in loro ci sia veramente qualcosa di sbagliato e di diverso…che abbiano subito una terribile punizione: gli è preclusa la possibilità di poter avere dei figli biologici. In tutti gli incontri a cui ho partecipato negli ultimi anni le emozioni sembravano essere il nemico pubblico numero uno. Nonostante ne venisse sottolineata l’importanza nella strutturazione del legame con i figli non c’era un dispositivo adatto ad accoglierle. Essendo associata ad un ente di volontari costituito da famiglie adottive e professionisti che vi operano, ho iniziato ad osservare i percorsi di crescita genitoriale che venivano avviati. Era necessario creare un luogo dove le emozioni potessero incominciare ad essere pensabili, verbalizzabili e comunicabili nella promozione del benessere psico-fisico della relazione genitori-figli. Lo sviluppo mentale di questi soggetti è legato l’uno all’altro. La sofferenza di entrambi può generare un caos in cui il dolore psichico aumenta in modo ponderale portando al fallimento del percorso adottivo. In questo caso la paura della coppia diventerebbe realtà. Il figlio sarebbe l’estraneo, colui il quale rappresenterebbe il fallimento: l’impossibilità a procreare.
In una relazione genitoriale qual è quella adottiva, mi è sembrato necessario creare uno spazio che permettesse ai partecipanti di confrontarsi rispetto a dubbi e fantasie, con l’obbiettivo d’integrare l’esperienza mentale a quella fisica, utilizzando come strumento il corpo che è uno dei mezzi di comunicazione tra genitori e figli. Tutti nascono fisicamente, ma i figli adottivi necessitano di rinascere psichicamente dai genitori adottivi.
I bambini chiedono di metterli al mondo nuovamente attraverso il gioco “del parto”, di farli nascere “psichicamente”. I figli hanno bisogno del contatto col corpo della madre, di appoggiarsi al suo ventre, di sentire il suo calore, di rinascere o forse, chissà, nascere per la prima volta emotivamente, attraverso una mamma che non può donare loro la vita fisica ma quella psichica.
Ricordo una serata in un gruppo di auto- aiuto: una donna ha raccontato che la propria bambina, con lei ormai da circa tre anni, le chiedeva di farla uscire dalla pancia e nel mentre mamma e figlia andavano strutturando il loro legame, la bimba desiderava che la madre le raccontasse la sua storia.
Il bisogno di risposte, di collegare il passato al presente e al futuro, di continue conferme, di creare la propria storia con i genitori adottivi senza negare un passato che appartiene loro.
Il sapere che sono stati voluti e che continuano ad essere amati sono le costanti dell’essere figli e genitori adottivi; perché entrambi si adottano ed entrambi devono unire le loro storie che sono state così differenti fino ad un certo punto della loro vita. Il gruppo che sto per presentare è stato un mezzo attraverso il quale i partecipanti hanno potuto sperimentarsi nella relazione ludica con i bambini riscoprendo l’importanza del corpo e del simbolo come strumenti di comunicazione e di trasformazione del legame affettivo. L’esperienza creativa ha permesso attraverso il riconoscimento di affetti e rappresentazioni simboliche di costruire e riconoscere un linguaggio che facilitasse la verbalizzazione e la pensabilità di affetti e sentimenti comuni e condivisi dai partecipanti.
“Costruire la pensabilità è uno dei compiti della vita…” e “…le fondamenta dello spazio della pensabilità e della creazione dei pensieri, sono iscritte nella relazione tra genitore e bambino…genitore e bambino sono legati in modo indissolubile nella costruzione del contenitore mentale, la presenza dell’uno determina cambiamenti nella mente dell’altro. Proprio in quanto genitore e bambino condividono questo legame, la sofferenza del bambino diviene inevitabilmente sofferenza dei genitori e di conseguenza succederà che il genitore sofferente diminuisca la sua capacità di aiutare la crescita mentale del figlio” (Donata Miglietta, 2005). Con questo gruppo si è cercato di fare sperimentare ai genitori la dimensione dell’insaturo, dell’et-et, nel tentativo di promuovere la pensabilità e la comunicabilità delle emozioni.
La costruzione di un setting “su misura”
Col fine primario di promuovere il benessere psico-fisico delle famiglie e prevenire i fallimenti adottivi, dopo avere analizzato i bisogni dell’associazione, insieme ad un collega danza-movimento-terapista abbiamo elaborato il dispositivo. Il gruppo, si è svolto in una cittadina della Brianza Milanese, era formato da 14 adulti e 6 bambini: tre fratelli di sei, cinque e quattro anni; due sorelle di sei e due anni; e un bimbo di due anni. Tre coppie avevano già adottato, quattro erano in attesa di partire per l’adozione internazionale. Per poter iniziare il lavoro è stato necessario creare un “format” che fosse accettabile dall’associazione e quindi dai genitori. Per questo motivo il gruppo è stato a breve termine. Gli incontri sono stati quattro, della durata di 90 minuti i primi tre e di 2 ore e 30 minuti l’ultimo. Sono stati co-condotti dal danzamovimentoterapeuta e dalla psicologa.
L’assetto gruppale di quattro incontri poteva essere accettato; un gruppo a termine più lungo, inizialmente avrebbe certamente spaventato i genitori. Essi avrebbero potuto vivere il dispositivo a lungo termine come conferma delle paure sottostanti; cioè, che nelle loro famiglie ci sia qualcosa di sbagliato e innaturale.
Negando il gruppo, avrebbero negato la diversità.
Gli obbiettivi:
- Sviluppare le potenzialità genitoriali;
- Stimolare la percezione emotiva proveniente dal proprio corpo, dal corpo del bambino e dal gruppo fornendo l’opportunità di un suo riconoscimento;
- Promuovere l’elaborazione affettiva dell’esperienza avuta;
- Incoraggiare riflessioni relative alle caratteristiche del legame famigliare;
- Favorire il confronto tra le diverse esperienze genitoriali;
a) per le coppie che hanno già adottato, ripercorrere parte della storia famigliare;
b) per le coppie in attesa d’adottare, confrontarsi rispetto alle fantasie relative alla genitorialità adottiva.
Il primo incontro
I partecipanti hanno potuto sperimentarsi in una dimensione ludica insieme ai bambini, riscoprendosi in un corpo adulto a volte un po’ impacciato nel rincorrersi l’uno con l’altro, imitando le gesta del mondo animale. Successivamente, il sottogruppo dei bimbi ha continuato con l’elaborazione grafica nella sala accanto, mentre gli adulti si sono confrontati rispetto all’esperienza appena conclusa. E’ emerso con intensità il tema dell’abbandono, la paura d’essere stati dimenticati dall’associazione che li accoglie e li contiene. Se nei bambini è un fatto realmente avvenuto, l’abbandono, per i genitori è un timore che viene vissuto durante il traumatico iter che porta alla decisione d’adottare e al dubbio sulla effettiva possibilità che possa avvenire legalmente. Le coppie si sentono emarginate e abbandonate dall’istituzione, che viene vissuta giudicante durante tutto il percorso verso l’idoneità adottiva. I colloqui con i servizi sono spesso estenuanti, indagatori e a volte la ferita della sterilità ancora sanguinante provoca un dolore che sembra insopportabile.
Per i coniugi, non è semplice comprendere che anche attraverso gli incontri con i servizi sociali si stanno preparando ad accogliere il loro bambino. La possibilità di mettersi in discussione, di elaborare il dolore, di modificarsi è necessaria per poter promuovere il processo di attaccamento col figlio.
La società viene vissuta come stigmatizzante. Il gruppo affronterà questo tema confrontandosi con le difficoltà scolastiche dei bambini.
Sono quindi giunti a discutere dell’importanza, per loro, del riconoscimento del ruolo genitoriale da parte della società, del bisogno di dimostrare che si può essere figli di una coppia che non ha donato la vita. I partecipanti si sono scambiati idee rispetto a come affrontare l’iter scolastico. L’inserimento nella scuola potrebbe rappresentare sia, l’ingresso ufficiale dei bambini adottati nella società sia, l’evento pubblico che garantisce ai coniugi il recupero di un ruolo sociale adeguato in quanto in grado d’essere genitori.
E’ emersa con forza la paura che nuovamente la differenza possa essere evidenziata e diventi motivo di emarginazione, così come lo è stato per i genitori quando hanno saputo che non avrebbero potuto avere figli. “L’assetto iniziale del gruppo si è quindi fondato su un comune senso di essere rifiutati dalla “famiglia civile”, (…) il comune sentirsi orfani e respinti, poteva anche avere a che fare con l’esperienza adottiva, con la paura di non riuscire a costruire una famiglia accogliente” (C. Saottini, 2004).
Una donna ha esclamato: “l’attesa è difficile” una madre le ha risposto: “poi quando arriverà tuo figlio non te lo ricorderai più tutto questo dolore, si dimentica”. Come una madre che ha già affrontato il dolore del parto e desidera incoraggiare la donna che ancora deve fronteggiarlo. L’attesa del bambino, se pur si differenzia dalla gravidanza biologica, attiva ansie e preoccupazioni che sembrano essere simili a quella di una gravidanza naturale: il pensiero che qualcosa possa non funzionare, della malattia, che possa accadere un danno irreparabile, il timore che la vita cambierà per sempre, che la relazione coniugale si modificherà e la paura di non essere dei buoni genitori. A tutto questo si aggiunge l’ignoto, quel bambino il cui volto è difficile da immaginare, che si teme e si desidera contemporaneamente.
L’incontro tra il bambino desiderato, immaginato e quello reale è caratterizzato dalla diversità e il genitore necessita di una capacità di rielaborazione dell’immagine del proprio figlio, che nel caso dell’adozione s’interseca col passato d’entrambi, che ha portato alla costituzione di una nuova famiglia. Tale processo può essere doloroso perché riattiva le sofferenze della storia famigliare. Il bambino è portatore della diversità, è l’estraneo poiché non nato biologicamente in quella famiglia e rappresenta la rottura nel passaggio generazionale. Il gruppo si è confrontato col tentativo di annullare le differenze tra il figlio reale e quello desiderato che potrebbe corrispondere al desiderio di negarne le origini.
Nel frattempo i bambini nella stanza di fianco hanno prodotto dei disegni liberi insieme al collega DMT.
Al secondo incontro hanno partecipato gli adulti. Dopo un primo momento in cui, condotti dal DMT, sono stati stimolati a prendere contatto con le emozioni provenienti dal corpo, sono stati proiettati i disegni elaborati la volta precedente dai bambini. Si è chiesto ai presenti di interagire con le immagini attraverso la rappresentazione fisica, ad esempio potevano muoversi nello spazio, toccare le diapositive e modificarle col proprio corpo: la mano di un adulto poteva diventare l’arto mancante nella proiezione del disegno. Nell’ultima fase è stata promossa l’elaborazione verbale. Il gruppo, in un primo momento, ha evidenziato quanto fosse difficile lasciarsi andare, agire fisicamente comportamenti differenti da quelli usuali. E’ stato quindi evidenziato come sia difficile utilizzare le norme come strumento educativo e relazionale, perché se permettono di creare dei confini all’interno dei quali strutturare la relazione, dall’altra parte il rischio è che diventino rigide e perdano di significato emotivo. Un genitore ha detto: “ma è difficile, perché la società t’impone delle regole, la scuola pretende delle cose e tu devi rispondere a quelle richieste”. Gli adulti, sperimentando la fatica del lasciarsi coinvolgere dalle emozioni, hanno vissuto il bisogno dei bambini di avere al loro fianco dei genitori che possano “giocare” con le norme e modificarle in base al divenire evolutivo psico-affettivo del figlio. Quando uso il termine giocare, intendo dire che la figura educativa deve poter creare le regole e sperimentarle adattandole alle necessità del bambino, tenendo in considerazione anche le richieste e gli obbiettivi per promuovere un accomodamento sociale. Attraverso la dimensione ludica i partecipanti hanno potuto sperimentare la rottura degli schemi comportamentali, interrogandosi sul significato della norma nella relazione con i figli. La quale non è solo strumento pedagogico ma anche mezzo relazionale, che contiene e mette ordine.
I genitori, stimolati dai disegni, si sono confrontati con la paura che i propri figli abbiano qualcosa di sbagliato, di malato. Lo hanno fatto cercando d’analizzare le immagini proiettate, provando a controllare le proprie angosce e il terrore che nella propria famiglia ci sia qualcosa che non sia “normale”.
Il tentativo del gruppo di tenere tutto sotto controllo è stato interrotto quando un aspirante mamma ha raccontato il sogno fatto la notte prima: “ero incinta al quarto mese, l’ho comunicato ai miei genitori i quali mi hanno detto che era finito tutto bene, avevamo il nostro bambino! Ma io rispondo di no, che il mio bambino è quello là, quello che deve arrivare, non quello della pancia!”.
In questo modo, è stato possibile ricondurre il gruppo, a prendere contatto con le emozioni, che aveva cercato di controllare attraverso l’analisi dei disegni. Il sogno ha comunicato al gruppo la possibilità di investire emotivamente il bambino adottato, di affermare che è lui il figlio desiderato e che non lo si cambierebbe con il bambino biologico. Nella rappresentazione onirica la donna lo ha detto ai suoi genitori, evidenziando la possibilità di superare il dolore, per non avere generato un erede per la famiglia allargata, affermando la legittimità della scelta adottiva ma anche evidenziandone la problematicità.
Il messaggio, che è possibile elaborare il lutto per la sterilità, e attendere con gioia il figlio adottato, riscattando la scelta genitoriale dalle richieste della società è quindi giunto al gruppo. Il racconto del sogno ha permesso ai partecipanti di riconoscersi in una storia comune. Chi deve affrontare il dolore per la sterilità biologica ha potuto sperimentare che è possibile farlo, chi l’ha già elaborato ha potuto riattraversare la complessa esperienza dell’attesa del figlio. I nonni nel sogno della donna, ricordano che la sterilità è una ferita profonda, che intacca l’immagine che l’individuo ha di sé. La coppia non risponde alle attese sociali e della famiglia allargata. Non può provvedere al compito di procreare un erede e promuovere la continuità della razza umana, gratificando il bisogno d’onnipotenza, nell’illusione della propria immortalità con la nascita del bambino.
Il terzo incontro ha visto nuovamente il gruppo al completo.
Il legame genitoriale è stato simbolizzato attraverso l’esperienza ludica-corporea della DMT introducendo l’elemento dell’elastico[1]. Quest’ultimo, per le sue caratteristiche, permette di sperimentare la vicinanza fisica e la lontananza “l’elasticità della relazione”, che può modificarsi e assestarsi e non strapparsi o rompersi.
Le famiglie, attraverso lo stimolo ludico, hanno rappresentato la loro unione. Chi ancora non aveva figli, l’essere prima coppia e poi la scelta genitoriale. Per chi aveva già adottato è stato possibile ripercorrere, attraverso l’osservazione del gioco simbolico dei primi, le tappe del loro diventare famiglia riscoprendo l’unione originaria, quella della coppia. Quindi il gruppo è stato nuovamente suddiviso: i genitori hanno avuto lo spazio per la riflessione emotiva verbale, mentre i figli in presenza del DMT, hanno utilizzato i colori a dita per realizzare una rappresentazione grafica. Gli adulti si sono confrontati rispetto alle caratteristiche della relazione con i propri figli ritrovando nella storia degli altri la propria esperienza, fronteggiando il senso di solitudine. Hanno potuto osservare le potenzialità dei figli e riconoscere la tendenza a “patologizzare” quello che è invece un percorso evolutivo che per quanto tortuoso è in continuo divenire. Il lavoro del gruppo ha permesso lo svelarsi dei giochi proiettivi, riconoscendo il timore genitoriale che il figlio possa avere una grave sofferenza psichica. Tale preoccupazione potrebbe essere dettata dalla consapevolezza della complessità del percorso adottivo. Nella stanza accanto si sentivano le risate dei piccoli, quando ho aperto la porta, lo scenario ci ha avvolto. I colori si erano mischiati cadendo sul pavimento e i bambini e il mio collega avevano parti del corpo dipinte. I genitori mi sono sembrati atterriti! Una bambina avvicinandosi a me ha chiesto: “Come mi chiamo io?[2]”. Con quella domanda stava cercando di dar senso al suo essere in quella famiglia, di dare risposta a tutti i dubbi che il gruppo aveva espresso sino a quel momento. Aveva bisogno di trovare un continuum tra il suo presente e il suo passato per potersi affacciare al futuro. Stava chiedendo aiuto per poter elaborare l’immagine di sé e integrare la sua vita attuale con quella vissuta prima dell’adozione.
Gli adulti hanno faticato ad accogliere l’elaborazione creativa dei figli. Essi hanno chiesto di poter cancellare le emozioni rappresentate dai colori pulendo il corpo dei bambini e anche la stanza (il pavimento infatti era stato colorato). L’incontro si è concluso con l’assegnazione di un compito per casa: “la famiglia inventa una storia…”.
Al quarto incontro erano presenti gli adulti. Col fine di verificare il raggiungimento degli obbiettivi pre-posti è stato fatto compilare loro un questionario. Tale strumento ha permesso un’analisi qualitativa dell’andamento del lavoro che si andava concludendo oggettivamente mostrabile all’associazione. Il fine era di promuovere ulteriori eventi di sostegno alla genitorialità adottiva che favorissero l’elaborazioni degli affetti e non che alimentassero il processo “intellettualizzante” osservato in altri gruppi. Inoltre è stato possibile cogliere il clima emotivo circolante ed esplicitarlo verbalmente. Nell’hic et nunc gruppale si sono attivati i vissuti di abbandono, solitudine, angoscia e la paura del giudizio che caratterizzano la storia delle famiglie adottive. L’immediatezza della fine del gruppo (Corbella S., 2003) ha facilitato l’esplicitazione di tali tematiche e i partecipanti hanno verbalizzato il timore di dover affrontare da soli le emozioni di cui sono diventati maggiormente consapevoli. La dimensione temporale nei genitori adottivi acquista un valore fondamentale perché negli anni dell’attesa, è necessario che si preparino all’arduo compito adottivo. Un tempo che appare infinito e che è necessario colmare di significato perché possa essere prolifico e creatore della genitorialità. Successivamente ciascuna coppia ha raccontato la propria storia adottiva ricucendo i pezzi di un passato “strappato”. I genitori infatti faticano ad accettare la sterilità ad arrendersi a ciò che viene percepito come un “difetto”, cercano di dargli un senso, a volte ritrovato con l’arrivo del figlio, il cui passato spesso gli è negato…è sconosciuto. La relazione famigliare è stata sperimentata in un continuum spazio-temporale, in cui l’esperienza di uno, apparteneva all’altro in un gioco dialettico tra presente, passato e futuro. In questa spirale del tempo, hanno preso forma i racconti di ciò che i genitori sanno del passato dei figli, attualizzandoli, evitando la rottura del tempo a cui i bambini adottivi sono spesso sottoposti. I partecipanti si sono riconosciuti in un destino comune, recuperando il desiderio di avere un figlio che può anche essere diverso da quello immaginato.
Conclusioni
Attraverso questo percorso i genitori, insieme ai figli, hanno sperimentato il piacere del gioco creativo come strumento di promozione del cambiamento, in cui gli adulti hanno potuto esperire la fisicità come stimolo evocativo e rappresentativo delle emozioni, avendo la possibilità di riflettere rispetto al corpo come canale comunicativo ma anche trasformativo.
Il movimento fisico ha apportato cambiamenti e modifiche emotive che sono state accolte dal gruppo, l’esplicitazione verbale ne ha facilitato la pensabilità.
Attraverso gli stimoli proposti, gli adulti hanno testato la modalità relazionale tipica dei bambini: la fisicità. Hanno iniziato a riconoscere le caratteristiche del bambino reale e a differenziarle da quello di fantasia. Una mamma ha detto: “Non solo era diverso da me, ma anche da ciò che io mi immaginavo!”. Descrivendo la sua difficoltà nell’accogliere e riconoscere le peculiarità del figlio. Il genitore deve essere in grado di accoglierne la diversità, mostrando apprezzamento quando il bambino manifesta i suoi interessi, capacità, creazioni, sforzi, passioni e determinazioni (J.M. Hoffman, 2005). Modificando il progetto di vita che i genitori avevano fantasticato per lui.
Gli adulti, sono riusciti a cogliere empaticamente i bisogni dei piccoli. Sono passati dall’essere “sclerotizzati” sulle difficoltà dei bambini allo sperimentare le proprie, iniziando a mettersi in discussione e a confrontarsi con gli altri partecipanti.
Bibliografia
CORBELLA S. (2003), Storie e luoghi del gruppo. Ed. R. Cortina, Milano.
HOFFMAN J.M. (2005), “Lo spazio dell’infanzia”, in J. MARTIN MALDONADO-DURAN (a cura di), Infanzia e salute mentale. Modelli di intervento clinico. Ed. R. Cortina, Milano.
MIGLIETTA D. (2005), “Costruire la pensabilità. Il lavoro terapeutico con i bambini e i loro genitori”. Gruppi vol. VII n.1\2005. Ed. F. Angeli, Milano.
PEZZOLI F. (2006), “La contrattazione con l’istituzione: l’analisi della domanda e la definizione dei parametri dell’intervento”, in PEZZOLI F. (a cura di), Gruppi di genitori a conduzione psico-dinamica. Dall’esperienza clinica alla sistematizzazione teorica. Ed. F. Angeli, Milano.
SAOTTINI C.(2004), “L’intimo straniero:filiazione e affiliazione in un gruppo omogeneo di genitori di bambini nell’adozione internazionale”, in CORBELLA S., GIRELLI R., MARINELLI S. (a cura di), Gruppi omogenei. Ed. Borla, Roma.
SAOTTINI C., PACIS D., LEPORATI M. (2005), “Un gruppo omogeneo di genitori: l’adozione prende vita”. Gruppi vol. VII n.2\2005. Ed. F. Angeli, Milano.
[1] L’elastico per la DMT è un mediatore di contatto del “regno medio”, questo ultimo nel corpo umano è simbolicamente la sede delle emozioni. Il cuore si trova nel “regno medio”.
[2] La bimba prima dell’adozione si chiamava Laura, il giudice con la sentenza ha deciso di modificare il suo nome in Lara.