Giuseppe D’Onofrio
Scarica l’Articolo (comprensivo del commento di G. Profita)
La storia che narreremo in questo articolo è quella di Janet, ragazza di venti anni, appartenente ad una famiglia composta da mamma mauriziana, papà italiano e due sorelle più grandi. Nel momento che vengo a conoscenza di questo caso, avevo già in terapia le due sorelle più grandi, Mary e Sofì. Il primo contatto con la storia di Janet l’ho avuto tramite una delle due sorelle, Mary: mi viene descritta come una ragazza isolata, con una storia evolutiva complessa ed articolata. Mary mi sottolinea che, da ciò che ricorda lei, i problemi di Janet iniziano dalla scuola elementare, da li in poi prosegue un transitare tra servizi di neuropsichiatria infantile, ospedali per esami celebrali di tutti i generi, ed insegnanti di sostegno, per un non mai specificato problema di ritardo mentale, senza alcuna traccia di danni celebrali. Ad oggi, spiega Mary, questa situazione si è trasformata in una chiusura al mondo esterno, ma anche a quello familiare, aggravato dal parlare da sola a voce alta con amici immaginari. Mary si è resa conto della gravità della situazione, quando il giorno del compleanno di Janet, la sorella le se è avvicinata chiedendole se per regalo di compleanno le dava la possibilità di andare dal suo psicologo, perché diventata schiava di quel parlare con amici immaginari.
Janet arriva nel mio studio nell’aprile 2007, è una ragazza di 19 anni dalla pelle olivastra,con una ciocca di capelli bianchi naturali che le cade sulla fronte, è in forte sovrappeso ed ha un aspetto parecchio trasandato. Nei nostri incontri Janet ha sempre lo sguardo basso ed assente, cerca di raccontarmi parte dei passaggi dolorosi della sua vita, l’aver visto pochissimo la mamma, perché impegnata nel lavoro di domestica e tata di altri bambini, la separazione da lei alla scuola elementare, lo scherno dei suoi compagni di scuola per il suo sovrappeso e la ciocca bianca, il razzismo della maestra di prima elementare che la boccia in prima, perchè strana ed isolata e di li il pellegrinare per i vari servizi materni infantili. Nel corso delle prime sedute ci accorgiamo con Janet che la memoria storica del suo disagio non era tutta nei suoi ricordi e che la mamma ci poteva dare una mano nella ricostruzione della storia.
Chiesto alla mamma se avesse voluto aiutarci in questa ricostruzione, ben volentieri accetta. Nel nostro primo incontro la mamma si presenta come una donna di colore di nome Brigitte, di origine mauriziana, da trentadueanni residente in Italia; le sue origini mauriziane sono di ceppo africano, di qui il colore della sua pelle molto scura ed i suoi tratti somatici marcatamente africani. Parla ancora un italiano molto approssimativo, ma si presenta molto ben curata. Mi spiega che si è trasferita in Italia per pesanti conflitti con la mamma, che preferiva a lei le sorelle con pelle più chiara. Mi racconta che la prima volta che si accorta che Janet aveva problemi di apprendimento è stata quando la maestra delle elementari l’ha convocata per dirle che avrebbe bocciato Janet, per una sua presunta patologia legata all’apprendimento. Anche lei mi racconta di un odissea tra servizi di tutti i generi, l’unico risultato è che a Janet è stato assegnato un insegnante di sostegno, ma di quale patologia fosse affetta, niente. Mi racconta che nell’ultimo incontro con la neuropsichiatria, prima che Janet smettesse di avere un supporto nel pubblico, le è stato detto che il problema di Janet è che è molto dipendente da lei e che con la crescita tutto questo sarebbe scomparso. Ci lasciamo con l’impegno che mi avrebbe mandato tutte le certificazioni di cui era in possesso, ma anche da queste non emergeva null’altro che un gran confusione, ma niente diagnosi. Con Janet ci diciamo che ha vissuto per molti anni una dimensione di handicappata, senza conoscere quale handicap abbia. Per scrupolo, dopo queste non rilevazioni anamnestiche, ne discuto con dei colleghi neuropsicologi e concludiamo che all’epoca, problematiche psicologiche determinarono la lentezza cognitiva che a sua volta innescò un circuito non efficace nell’assistenza.
Ma come pensare la storia di Janet e come pensare oggi Janet e, soprattutto, come aiutarla a trovare se stessa nella vita? A questo punto decido di parlarne nel gruppo di supervisione degli allievi del Laboratorio della Scuola C.O.I.R.A.G. E da un anno e mezzo continuiamo a confrontarci a fondo ogni quindici giorni.
L’incipit non può che essere “cosa si fa con una ragazza ritardata mentale, bloccata in un mondo fantastico, e che forse però ha buone risorse?” Lunghe riflessioni fino ad un’ipotesi diagnostica: <reclusione parziale autistica di materiale mentale >. Ciò significa che Janet è ed è stata in parte in una territorialità altra senza connessioni simboliche con la sua quotidianeità esperienziale. La traccia fenomenica è quel suo mondo fantastico che tuttavia sembra non rimandare a nulla di significante.
Valutiamo quindi di non fermarci a quello che hanno osservato altri, ma di seguire passo passo quello che emergeva dai sogni e dagli incontri terapeutici, alla ricerca di altre scenografie e codici di senso che al momento forse non apparivano. Se la seclusione di materiale mentale non simboleggiabile è nella storia di Janet fin da bambina occorre pensare il territorio terapeutico articolato negli incontri con le due sorelle, nelle sedute con Janet stimolando il più possibile materiale onirico ed incontri con i genitori. Questo particolare tipo di set/setting permette di fondare un territorio gruppale, apparentemente virtuale, a matrice comunitaria familiare, con continui rimandi da un campo all’altro che possa ritessere la parziale lacerazione familiare.
Continuo l’esposizione del nostro lavoro, riportando cinque sogni di Janet ed un sogno di Sofi e la trama di senso condivisa con Janet, a rappresentazione del percorso di ricongiungimento nel tessuto onirico di scenografie e territori appartenenti alla storia di questa famiglia. Janet, ma anche le sorelle, sono state custodi immobili per moltissimo tempo, bloccate in una linea di confine, senza avere alcuna possibilità di transito, per mancanza di codici di senso che permettessero loro di ricucire l’antica lacerazione in atto nella famiglia dalla prima emigrazione materna tra i due emisferi del mondo.
1° sogno:
ero in una stanza e giocavo con la play station, il gioco che stavo facendo era Resident Devil; è un gioco di mostri e zombi. Ad un certo punto del gioco mi accorgo che io, oltre a essere quella che gestisce il gioco dall’esterno, sono la protagonista principale all’interno del gioco. In un quadro scendo delle scale e mi trovo in una sorta di cunicolo, dopo vari tentativi mi accorgo che non riesco a tornare indietro; mentre cercavo una strada per il ritorno mi appare un mostro che si impadronisce di me, sconvolta inizio un nuovo quadro e mi accorgo che non riesco più ad uscire da questo gioco, si avvicinano sempre di più mostri e zombi e io non riesco ad uscire e separarmi dal gioco.
Connessioni:
le associazioni che lei fa del sogno ci portano a comprendere quanto lei si senta chiusa in un mondo fantastico, da cui inizialmente era sedotta e che usava per rifugiarsi, ma che nel corso del tempo le è diventato un carcere, entro il quale oggi è spaventata e vessata da morti viventi e mostri. Sottolineiamo che la sua angoscia è non trovare più il modo di uscirne.
2° sogno:
mi trovavo su un ponte in una città sconosciuta ma sotto a me c’era il mare che mi faceva compagnia. Alzo lo sguardo e mi accorgo che in lontananza c’erano degli squali; distratta scivolo dal ponte e cado in mare, sento di non riuscire a nuotare ma lottavo per tornare in superficie; riesco a tornare in superficie e vedo che in mare vicino il ponte alle mie spalle ci sono degli squali, riesco a salire sul ponte, ma due di questi squali salgono anche loro sul ponte, mi volto e mi accorgo che sul ponte c’era anche la mia mamma che difendendomi inizia a combattere contro di loro, ma dopo un po’ che lottava contro di loro mi accorgo che i due squali si erano trasformati in mia madre.
Connessioni:
dalle associazioni di Janet appare come il mare torni spessissimo nei suoi sogni e che la paura di affogare è sempre molto presente, come anche la paura degli squali, non riesce a capire perché la mamma si trasformi in squalo, quando doveva combatterli, ma riflettendoci in seduta, spiega che è vero che la mamma ha una parte che la difende, ma ne ha un’altra che la paralizza dalla paura. Ma da dove arrivano gli squali? E quale vicenda di mamma arriva da lontano e si trasforma in squalo divorante per la sognatrice?
3° Sogno:
mi ritrovavo in una spiaggia con un mare in tempesta; il vento e le onde che si alzavano scatenavano dei rumori spaventosi, il mare era terrorizzante. Nel sogno c’ero io e guardandomi in intorno non vedevo soltanto il mare in tempesta, ma anche le mie sorelle accanto a me. Al largo nel mare si vede una barca vuota con un velo da sposa abbandonato all’interno, che stava dirigendosi verso di noi, mi volto ancora e mi accorgo che accanto a me oltre le mie sorelle c’erano i personaggi di C.S.I. Miami e C.S.I. New York. Non faccio in tempo ad accorgermi di questi arrivi che il mare ci travolge tutti, sott’acqua io tenevo la mano ai miei personaggi e alle mie sorelle, ma non riuscivo a tornare in superficie, mi accorgo di essere rimasta sott’acqua.
Connessioni:
Dalle associazioni emerge che quando Janet si sente in pericolo o in difficoltà nella realtà come nei sogni, le sorelle le sono sempre di sostegno, lo stesso ruolo lo hanno i personaggi di C.S.I.; lei spiega che questi però le fanno compagnia, racconta che sono diventati anche loro membri della sua famiglia. Ha la fantasia che quella barca al largo, con un velo da sposa all’interno, indichi che lei non si sposerà mai. Ci chiediamo come mai, secondo lei, nonostante le persone e i personaggi a lei più cari, non sia riuscita a ritornare in superficie rischiando di affogare. Si apre una lunga riflessione ed insieme osserviamo che le sorelle ed i personaggi di C.S.I. per lei per molto tempo sono stati un rifugio fantasioso, anche se a volte anche reale, ma comunque non la soluzione per poter vivere le sue paure nella realtà. Il velo, dopo una più approfondita riflessione, la rimanda a qualcosa di celato che riguarda un matrimonio, ma che è presto da poter scoprire.
4° sogno:
sono in una spiaggia, all’interno una baia, in un’ insenatura, con grandi rocce, che delimitavano i confini laterali; a riva ci sono due uomini e davanti a me un mare splendido, che mi faceva molta paura, i due uomini resisi conto della mia paura, rassicurandomi mi invitano a fare il bagno, ma io mi sento molto spaventata ed insicura, loro si offrono di accompagnarmi nell’acqua e mi indicano una piccola imbarcazione a largo, dove avrei trovato approdo. Pian piano mi avvicino alla riva ed inizio a bagnarmi, vivevo uno stato d’animo molto conflittuale, non riuscivo a prendere una decisione, mi sentivo spaventata, insicura, ma anche affascinata da quel mare così profondamente blu. Mentre vivevo questi stati conflittuali, senza accorgermi, avevo iniziato a bagnarmi i piedi. Man mano che mi bagnavo sentivo crescere in me sempre più la voglia di provare a nuotare e raggiungere quella barca oltre l’insenatura, mi immergo con tutto il corpo e inizio una flebile nuotata ma mentre nuotavo mi sentivo sempre meglio e scomparivano le mie incertezze e cresceva la mia voglia di raggiungere quella barca; dopo una lunga nuotata verso l’uscita di questa baia, ormai stanchissima, raggiungo la barca che ora mi appariva come un piccolo gozzo, dove all’interno con mia immensa sorpresa trovo mia madre ed un uomo. Mi siedo all’interno del gozzo, non ci diciamo niente, non riesco a riconoscere quel uomo, è abbastanza giovane, capelli corti, robusto. Dal momento che siamo tutti e tre a bordo della barca il mare inizia a muoversi, diventa sempre più grosso, mi affaccio dalla barca e vedo un mare scurissimo melmoso pieno di alghe, il mare aumentava sempre di più il suo moto ondoso e l’uomo che era in barca con me e mia madre, stranamente, mi diceva di non aver paura che non sarebbe successo nulla, mi spiega che oltre la baia il mare creava continuamente moto ondoso ma si poteva nuotare tranquillamente, a quel punto io guardo mia madre stupita di questa affermazione e lei conferma quello che dice l’uomo accanto a noi; quando mi volto di nuovo verso l’uomo, lui tendendomi la mano, mi invita a sperimentarlo di persona facendo il bagno insieme a lui; inizialmente penso sia pazzo, ma poi nonostante questa mia iniziale titubanza il volto di quel uomo mi ispirava fiducia, stringo la sua mano ed insieme ci lanciamo nel mare mosso e scuro, sempre stretti, mano nella mano, iniziamo ad andare sott’ acqua sempre più in profondità. Il mare era sempre molto scuro e non riuscivamo a vedere nulla ma, più scendevamo in profondità e più il mare schiariva; arrivati a toccare la massima profondità mi accorgo che davanti a me era scomparso il buio e si nuotava in un acqua chiara con fondali di meravigliosi colori, si vedevano magnifici coralli e splendidi pesci, tutti molto colorati, era meraviglioso.
Connessioni:
Osserviamo assieme che l’inizio del sogno era intriso di insicurezza e paura; da una sua associazione suppone che quei due uomini potevano essere i suoi cugini mauriziani e crede che sia questo che l’ha fatta sentire più sicura, perché dice: “loro il mare lo conoscono bene”. Sottolineiamo quanto, per la prima volta in un sogno, potesse un poco fidarsi di se stessa e degli altri e che ciò l’abbia aiutata a scoprire che sotto tutte queste paure e difficoltà rappresentate dal mare scuro, ci possa essere un’acqua trasparente con meravigliosi coralli e splendida vita marina di variegati colori. La madre è adesso rassicurante assieme a lei sul confine dell’ulteriore tragitto. E’ il mare delle Mauritius dove è finalmente arrivata ma in un percorso integrato, con tutto il buio e l’osare di un percorso che permette il transito simbolopoietico di un ritorno alle origini transgenerazionali, mare sempre presente in lei, ma in un altrove che catturava parte dell’apparato psichico con conseguente, erronea, diagnosi di deficit cognitivo. L’uomo pelato robusto: basta guardare il fascino del relatore!
5° sogno:
Entro nella stanza da letto dei miei genitori osservando incuriosita di cosa era composta; mi guardo intorno osservando tutta la stanza, mi accorgo che ai piedi del letto c’è un grande baule che colpisce la mia attenzione, non lo avevo mai notato prima, continuo curiosa la mia esplorazione, ma la cosa che mi era rimasta negli occhi e nella mente era il grande baule che giaceva ai piedi del letto, più mi avvicinavo al baule e più aumentava la mia voglia di scoprire cosa ci fosse dentro, la mia curiosità era molta, ma il mio spavento altrettanto. Arrischiandomi, con la paura che arrivassero i miei, mi reco ai piedi del letto verso il grande baule, cerco di aprirlo, era molto pesante, riesco a sollevare la parte superiore e con mia grande sorpresa, dentro nel fondo, vi trovo una splendida sfera che al tatto aveva una consistenza particolare, sembrava plasmabile alle mie mani, era trasparente come fosse di vetr0; mi accorgo che all’interno di questa sfera erano adagiati brillanti coralli e splendide conchiglie, uno accanto all’altro. A questo punto il sogno cambia scenografia e mi ritrovo in una piazza dove vi era una rotonda, proprio in quel momento mi appare una luna bianca e luminosissima, era splendida. L’elemento particolare di cui mi accorgo è che le mie sorelle rimanevano accecate dalla sua luce ed io invece no. Quando vidi l’effetto che questa luna faceva sulle mie sorelle, d’istinto mi venne di coprire la mia sfera, per proteggerla dalla grande luce, ma mi accorsi che man mano che coprivo la sfera la luce della luna si affievoliva fino a scomparire. Rimasi molto stupita di questa correlazione tra la luna e la mia sfera ma non capii se le due cose erano collegate, allora lo rifeci, tolsi le mani dalla sfera e la luna risplendette nuovamente di tutta la sua luce, nuovamente accecando le mie sorelle ma non me.
Connessioni:
l’esperienza che più ha entusiasmato all’inizio Janet in questo sogno è il potere che ha acquisito di riuscire a gestire l’illuminazione accecante della luna bianca tramite la sua sfera. Abbiamo sottolineato che questo potere era per la prima volta nelle sue mani, inoltre le sue sorelle venivano accecate dalla luce, ma lei no; la novità in questa occasione era che lei aiutava le sorelle nel momento del loro accecarsi. Insieme, dopo alcune riflessioni, sottolineiamo quanto quelle conchiglie e quei coralli siano legati alla storia della sua mamma, al mondo della mamma e di quanto lei ne sia stata per molto tempo l’esclusiva custode.
Il sogno di Sofi:
ero in un villaggio, con delle strutture antichissime e ballavo intorno al fuoco con altre donne, abbassando gli occhi mi accorgo di avere indosso il vestito caratteristico Mauriziano.
Connessioni:
Sofi mi dice che sì è stata alle Mauritius ma che non ne ha un ricordo così affettivamente presente. Tra l’altro la mamma gliele ha fatte odiare con le sue continue sottolineature melanconiche. Nel proseguire delle associazioni emerge con chiarezza che anche Sofi sapeva poco di queste sue origini e di quanto le sarebbe piaciuto riappropriarsene senza più una mediazione materna, ma con un percorso personale. Le racconto allora il sogno di Janet del mare oscuro, della lunga immersione fino al mare con i coralli. Le due sorelle camminano assieme. E così Sofi può capire meglio se stessa, Janet e la madre.
Il lavoro che abbiamo cercato di realizzare nel corso della terapia di Janet, ma anche in quella delle sorelle, è stato quello di costruire un campo gruppale che potesse essere flessibile, agevolando rimandi da un campo terapeutico all’altro nell’unitarietà del territorio terapeutico gruppale anche se variamente dislocato. Una delle procedure utilizzate per raggiungere l’obbiettivo è stato di condividere con le sorelle di Janet i sogni che riportava Janet in terapia riguardanti la sua storia, ma anche la storia familiare. Abbiamo visto come questo incontrarsi in territori inesplorati per tutte e tre le sorelle, abbia costruito un codice identitario individuale ma anche familiare. Dall’esplorazione dei sogni di Janet è emerso come i sogni riguardanti il mare potessero essere precursori simbolici del materiale secluso autisticamente fin dalla prima infanzia. Nel corso dello svolgimento della terapia, si è potuto osservare come le fantasticherie di Janet possano essere viste come un tentativo di salvaguardare il mondo transpersonale delle origini della mamma. Stiamo cercando ancora oggi di finalizzare la terapia come rammendo, per tutti i membri di questa famiglia, dei transiti lacerati all’inizio della storia.
Riassumendo in queste poche righe il percorso fatto nei due anni di terapia e sogni, quello che abbiamo provato ha costruire è il rendere transitabili territori, e abitabili scenografie, per Janet, ma anche per tutta la sua famiglia. Le identità si erano perdute nel corso del tempo in una traslocazione fisico-emotiva che andava per la prima volta mentalizzata in una nuova trama simbolica. L’equivoco interpretativo delle difficoltà sui sei anni tra due paradigmi possibili del comprendere un empasse evolutivo ha generato una storia terapeutica e sociale terribile per il vivere di Janet e dei suoi famigliari.
Un’ultima notazione. Negli incontri familiari ci si è resi consapevoli di come la difficoltà di transito di Janet e le sorelle sia stata anche la rappresentazione della difficoltà della mamma, anche lei ferma da moltissimo tempo su una linea di confine che non le permetteva di vivere appieno la sua identità, il suo ruolo di madre, ma anche quello di figlia. La madre ha compreso che vi erano molte storie e scenografie delle quali riappropriarsi riarricchendole di senso, tutto questo per poter renderle esplorabili e transitabili, aiutando così se stessa, suo marito e le sue figlie.
All’oggi Janet sta concludendo il suo ultimo anno di istituto professionale, pesa circa venticinque chili in meno, è sempre vestita in modo molto curato, la sua ciocca bianca è diventata una civetteria, fa battute a raffica su tutto e tutti (“somiglio a Kun fu Panda”). Spesso mi porta delle canzoni scritte da lei con le quali mi comunica i suoi stati d’animo, ma anche il lavoro che sta facendo con me. Arriva dal suo paesello da sola in treno e ritorna allo stesso modo, partendo alle tre del pomeriggio e tornando circa alle sette di sera. Studia per la patente, litiga con la madre per i soldi della palestra ma anche per sistemare il computer.
L’ultimo problema in ordine cronologico che abbiamo affrontato è la sua partenza per le Mauritius per Natale, riflettendo se era utile andare ora o in estate. Mi spiega che all’epoca del suo ultimo viaggio era molto piccola, che non ricordava molto e avrebbe gradito riandarci per le feste.
Nell’ultima seduta con la famiglia è emerso che per problemi economici purtroppo non potrà partire. Ne ha provato molto dolore e rabbia. Ha reclamato che si è sentita presa in giro e che non era possibile che non avessero i soldi; addirittura ad un certo punto ha detto al papà che lui era sgradevole, perché se voleva poteva prendere un prestito; il papà le ha spiegato con molta pazienza che non avrebbe avuto i soldi per restituirlo; li per li si è placata, ma poi si è ricaricata e gli ha detto: “ allora mi dai i soldi per la palestra” obbiettivo comunque importante.
Ma quale territorio mentale abita oggi Janet? Nella seduta individuale dopo quella familiare, memore di quello che era successo in quella seduta, le chiedo “ma come mai volevi andare proprio per Natale?” Lei mi risponde con un aria molto seria, ma con faccia da furbetta: “voglio andare a ritrovare le mie origini.”
Sono rimasto sconvolto e mi sono detto “forse era presente nel nostro gruppo di lavoro e non ce ne siamo mai accorti!”
Considerazioni sul caso clinico di Giuseppe D’Onofrio: Campo gruppale virtuale. La storia di una migrazione riconnessa nel tessuto onirico.
Gabriele Profita
L’interessante lavoro di D’Onofrio permette alcune riflessioni di clinica transculturale che consentono di comprendere come si realizza la trasmissione psichica tra le generazioni a partire dalla condizione dei bambini/adolescenti migranti. Come si può intuire dal resoconto, il dispositivo approntato per il caso è molto complesso e rischioso e può dare luogo a critiche puriste. Il terapeuta, sembra in setting individuali, ha già in terapia le altre due sorelle e da una di esse viene a sapere delle condizioni di Janet. Tuttavia sembra che la possibilità di transitare da un campo mentale a un altro, tenendo conto della complessità culturale del gruppo familiare, di avere in cura diversi membri della stessa famiglia, espone al rischio di funzionare come guardiano del segreto. Vi è anche la possibilità di fungere da fluidificante dello stesso, da elemento di svelamento e contenimento della sofferenza legata a esso. La supervisione del caso proposto sembra ne abbia evitato i pericoli maggiori e ha permesso una terapia à plusierurs senza difficoltà insormontabili. In ogni caso si tratta di un dispositivo non consigliabile senza adeguate protezioni.
Sembra intanto evidente che il disagio psichico, poi evoluto in disturbo, abbia avuto un esordio precoce nella vita di Janet. Sicuramente fin dalla scuola elementare, ma possiamo anche ritenere che dalla più tenera età vi siano stati problemi non evidenziati nel resoconto clinico. Non possiamo neanche fermarci alla prima infanzia. Occorre andare storicamente ancora più indietro: propongo come elemento importante per la lettura clinica del caso di considerare la relazione tra la mamma di Janet e la nonna come snodo critico del disturbo e, più in generale, delle sofferenze dell’intero gruppo familiare.
Rilevo alcuni elementi poco chiari (almeno per me) della storia di Janet.
1. La mamma di Janet, Brigitte, ha un ruolo fondamentale nella vita della bimba e nel processo di separazione, suo e della figlia, dagli incorporati culturali originari. Ci sembra sia stato impossibile per lei pensare non solo i temi culturali originari, ma anche la rottura affettiva con la madre e con la terra d’origine. La signora, ancora oggi, parla un italiano stentoreo, segno probabilmente di una difficoltà d’integrazione e di affiliazione alla realtà che la accoglie. Spesso le donne sono detentrici delle relazioni più profonde, incarnano e rappresentano il legame e si occupano di mantenerlo e trasmetterlo. Se tale legame, ripeto, originario e costitutivo non può essere rielaborato, a causa di rotture traumatiche, allora è possibile la trasmissione del nodo irrisolto alle generazioni successive.
2. Infatti, Brigitte ha avuto e forse continua ad avere una difficoltà di relazione e un patente conflitto con la madre. La motivazione addotta da quest’ultima sembra risiedere nel suo colore della pelle, più scuro di quello delle altre le sue sorelle. Che cosa significa tutto ciò è poco esplicitato nel resoconto e consente solo di formulare alcune ipotesi eventualmente da verificare. La pelle più scura: frutto di una relazione extra coniugale e quindi della colpa? Un modo di porre l’accento su una gravidanza indesiderata e su una relazione rifiutata? Non sappiamo cosa sia realmente accaduto e tuttavia proprio in questo snodo potremmo ricercare alcuni aspetti della trasmissione intergenerazionale cui partecipa, più o meno inconsciamente, l’intero gruppo familiare. Vorrei rilevare che non si tratta solo del rapporto tra Brigitte e la madre, ma delle relazioni che intercorrono con l’intero gruppo familiare. Nessuno, infatti, è venuto in soccorso a Brigitte, nessuno ha saputo trattenerla, forse perché nessuno poteva intervenire senza attentare alla coesione gruppale. Era preferibile il sacrificio di un elemento della famiglia, Brigitte appunto, l’espulsione della colpa in nome della conservazione e del mantenimento della coesione gruppale?
3. Questi aspetti scarsamente esplorabili (gravidanza, prime relazioni madre/bambino, bambino immaginario/fantasmatico) sono con ogni probabilità, all’origine della partenza di Brigitte e della sua difficoltà di filiazione al gruppo familiare e di affiliazione al gruppo di accoglienza. Alcune domande: sappiamo che le madri europee/occidentali basano molto delle relazioni iniziali con il bambino sullo sguardo. E’ attraverso lo sguardo intenso e comunicativo che avvengono le prime e più profonde interazioni (tutte le rappresentazioni della Vergine e del Bambino nella iconografia religiosa pongono l’accento quest’ aspetto). Le madri africane non utilizzano lo sguardo nelle proprie interazioni primarie, ma il corpo. Le prime interazioni avvengono attraverso il toccare il bimbo, cullarlo, massaggiarlo, l’averlo sempre fasciato intorno al corpo. Non vi è un modo buono o cattivo, ma un diverso modo di essere buone madri. Nella relazione tra Brigitte e le figlie, qual è stato il canale d’interazione?
4. Il problema della filiazione richiama l’inscrizione a un ordine familiare necessario, far parte del gruppo familiare significa avere un posto definito in un ordine plausibile e condiviso. Se tutto ciò avviene in modo sufficientemente accurato è più semplice l’affiliazione a un altro gruppo. E’ proprio questo lo snodo cruciale in cui va anche collocata la funzione del terapeuta e del dispositivo clinico istituito, ma di questo parliamo più avanti.
Possiamo allora ipotizzare almeno questi passaggi nell’eziologia del disturbo.
La nonna di Janet, come già detto, ha avuto un’evidente difficoltà nel concepire la relazione con Brigitte e nel determinare la necessità d’intraprendere un viaggio che la porterà in Italia. Vi è stato e qual è stato il suo progetto migratorio? In che misura a questo progetto hanno contribuito tutti gli altri membri della famiglia? E’ stata una fuga volontaria? Un allontanamento che il gruppo familiare ha generato e messo in atto più o meno consapevolmente? In genere nelle società tradizionali colui che parte deve realizzare un progetto concepito dall’intero gruppo familiare e funzionale ai suoi bisogni. La rottura tra Brigitte e la madre lascia pensare che questo non sia potuto accadere. Interrogarsi sull’origine della migrazione, sulle sue cause e sui processi che l’hanno reso necessario sarebbe un compito fondamentale e, per quel che è dato sapere, poco chiaro o poco elaborato. Si potrebbe anche ipotizzare qualche tipo di sortilegio, attuato dalla madre di Brigitte che la richiami sempre alla sua filiazione problematica?
La nostalgia intensa che Brigitte riversa copiosamente sulle figlie potrebbe essere proprio la testimonianza di un legame di richiamo? Se così fosse, nonostante gli anni trascorsi in Italia, un matrimonio con un uomo italiano, la formazione di una famiglia e una vita relativamente tranquilla, tutto ciò non risolverebbe la conflittualità nata nel legame precedente e questa sarebbe trasmessa ai figli.
Non sappiamo nulla di quanto accaduto tra Brigitte e sua madre. Eppure sembra proprio che in questa storia poco definita si possa ritrovare il filo originario che annoda tutte le vicende psicopatologiche della famiglia, di Brigitte e dei suoi figli, fino a Janet.
Tutto ciò richiama immediatamente la “presenza” della nonna lontana e occultata ma sempre sovrastante e forse resa visibile nel mare ora scuro, ora cristallino dei sogni. Nei sogni di Janet il mare sembra essere l’icona fondamentale di un difficile transito tra filiazione al gruppo familiare e affiliazione al nuovo mondo. Il mare oscuro e minaccioso, foriero di pericoli sempre in agguato e che si materializzano in elementi terrifici: squali, tempeste, pericoli di annegamento. Anche il mare, bellissimo e cristallino, della “sua” isola appare sempre infido, luogo da bonificare, anche quando si mostra in tutta la sua bellezza. Tuttavia la madre non sembra essere la possibile artefice di tale opera. Brigitte si sottrae ai suoi compiti di reverie e ai suoi doveri elaborativi e sembra non poter fare altrimenti. Vi sono sullo sfondo, altri mediatori familiari. Il gruppo familiare, quello ristretto, ma anche quello allargato che abita nell’isola sembra potersi occupare di passaggi impervi è sempre difficoltosi. L’elemento problematico sembra essersi insediata nella frattura mai sanata e mai presa nella dovuta considerazione tra i due mondi, nel solco che li separa e che non può essere attraversato. Sembra sia stato accettato un destino immutabile e ritenuto tale, non problematizzato, in cui le domande, le richieste di trasformazione non possono essere formulate e, quindi non possono trovare risoluzione.
E tuttavia nel sogno del baule, della sfera luminosa e della luna accecante è possibile ritrovare elementi di una trasformazione. Luce che si fa, ma anche che può generare accecamento. Al tempo stesso luce che è tenuta segreta e nascosta (il baule) sotto sorveglianza dei genitori. Appare proprio come un segreto di famiglia che non può essere svelato, i cui guardiani sono i genitori e il baule deve essere custodito nella stanza da letto, nel luogo delle origini. Eppure Janet può gestire tale fascio luminoso e perfino proteggere le sorelle dall’accecamento. C’è molta distanza dal 1° sogno quando Janet, presa dal gioco alla Playstation, rimane intrappolata e non riesce più a venirne fuori; anzi non ha più i comandi in mano ma ricopre il ruolo di uno dei personaggi. E’ da osservare, che in questo caso si tratta di un gioco di zombi, di morti che ritornano! Di quali morti si tratta è forse rintracciabile proprio nella storia di Brigitte e della mamma, in quel nocciolo oscuro che ha determinato la fuga (?), la migrazione e le vicende successive. Forse gli zombi sono le presenze degli antenati e degli invisibili in cui si resta intrappolati senza possibilità di distanziamento.
Ritorno adesso al tema del procedimento terapeutico che in situazioni di clinica delle migrazioni riveste un’importanza fondamentale. Ho fatto riferimento al problema della filiazione e dell’affiliazione, che ricordo riguarda il problema dell’iscrizione nelle generazioni e quello successivo relativo all’iscrizione nei gruppi dove adesso vive Janet. Per quanto riguarda il problema dell’affiliazione è evidente che Janet non ha la possibilità di vivere compiutamente le sue relazioni attuali con i gruppi scolastici o di amici del suo presente. Già fin dalla scuola elementare è difficile ogni inserimento nel gruppo dei pari e sembra che anche gli insegnanti non riescano a fare molto per aiutare la piccola, anzi non trovano altra soluzione che il ricorso alle strutture sanitarie. Il richiudersi di Janet in un mondo domestico con le sue escursioni solo nel virtuale sembra essere l’unica strada percorribile e così, infatti, procede.
I due mondi che interagiscono e confliggono in Janet quello della madre, le Mauritius con le storie e le vicende di Brigitte e quello occidentale in cui è nata, non trovano dialogo e conciliazione. Tutti i figli dei migranti devono fare i conti con questi due mondi. E’ necessario che i mondi che hanno modellato Janet siano messi in relazione tra loro. Ma questo non è potuto accadere. Le fratture tra Brigitte e la madre sono avvolte in un segreto non elaborabile. Come sostiene S. Tisseron (“Secrets de famille mode d’emploi”, Ramsay, Paris, 1996) “il segreto cessa di essere un fatto normale e diventa un fatto patologico nel momento in cui cessiamo di essere i suoi “guardiani” per diventare suoi “prigionieri”. Nei sogni di Janet è presente sempre il conflitto tra i due mondi rispetto ai quali non può ben destreggiarsi: ha paura, oscilla tra il gettarsi nelle acque cristalline e il cercare appigli sicuri. Le acque sono sempre infestate di animali mostruosi. Dove può risiedere Janet se non nel transito continuo tra i due mondi? La terapia non può che aiutarla in questi passaggi. Ma perché questo sia possibile occorrono connessioni che devono risiedere anche nella mente del terapeuta. E’ possibile stabilire dei ponti e delle connessioni tra le storie dei personaggi della vicenda? Più in particolare è possibile “convocare” la nonna, ossia renderla soggetto attivo e non occultato delle relazioni familiari? E con essa o tramite essa tutto il gruppo familiare originario? Si tratterebbe di storicizzare una figura, fin qui mitica e potente, che tanta influenza ha avuto sulle vicende reali della famiglia di Brigitte e che pure rimane priva di consistenza. Come riannodare il filo interrotto tra i due mondi? Il tentativo frustrato del viaggio alle Mauritius potrebbe essere riproposto e attualizzato anche mediante un qualsiasi collegamento reale con il territorio lontano. Come questo possa essere realizzato non sono in grado di dirlo e però appare come il passaggio essenziale per la risoluzione del conflitto.